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La macchina del volo

02f_02_ca17vStava seduto in un angolo del salone. Quello spazio così grande lo intimoriva abituato com’era alle piccole stanze in alberghi di provincia. Nessuno gli aveva mai dato appuntamento in luoghi più grandi di un bar di periferia o qualche ufficio dove la luce era quella assai più rassicurante di un neon, o gestita con pudore da qualche serranda accostata. Era riuscito ad evitare gli altri ospiti del palazzo per tutta la durata della sua permanenza. Lo aveva fatto ascoltando il rumore di porte che si assestavano su cardini arrugginiti, chiavi che rovistavano in toppe sbagliate tra sbuffi e sospiri. Tutto quel rumoreggiare gli dava la sensazione che fosse lo stesso palazzo a lamentarsi, a dolersi di così maldestri inquilini. Storie che non conosceva e non era interessato a conoscere: non cercava alcun buongiorno da corrispondere, accompagnato magari a qualche domanda circa quella permanenza veneziana che non lo entusiasmava affatto. Odiava l’umidità di quella bomboniera impolverata. La città poggiata sull’acqua gli restituiva costantemente una sensazione di precarietà disturbante. Un disagio sottile amplificato da tutto quello spazio eccessivamente illuminato. Si sentiva vulnerabile, una preda già nel morso impigrito di una belva che non vuole solo sfamarsi, ma pure divertirsi col proprio pasto facile. Cercava di rassicurarsi come poteva, tenendo le gambe accavallate e accarezzando la sua cartellina in pelle appoggiata alle ginocchia. Si aggrappava all’immagine più professionale che riusciva a crearsi anche se l’unico altro essere vivente in tutto il salone pareva essere una mosca che, ostinatamente, continuava a sbattere contro il vetro di una delle tante finestre.
A chi lo avesse osservato in quel momento sarebbe sembrato un impiegato di qualche ufficio pubblico. Uno di quelli che si può incontrare all’anagrafe di un Comune. Anonimo il giusto. Vestito per non suscitare alcun dubbio di studiata normalità se non quello rispetto agli occhiali. Cosa li facesse restare al loro posto pareva piuttosto inconsueto. Sembrava che il responsabile di tutto fosse il suo sorriso. Non poteva esserci altra spiegazione viste le orecchie troppo piccole e il naso così sfuggente e schiacciato da sembrare quasi posticcio. Un sorriso, per altro, in disarmonia con quanto espresso dagli occhi spenti e nervosamente incapaci di trovar pace se non quando intenti a studiare le carte custodite nella cartellina in pelle. Il suo lavoro. La sua professionalità conquistata in anni di esperienza e che lo aveva portato fino a quella sedia, nell’angolo più al sicuro di quel salone che odorava di polvere, umidità e avanzi di tempo. Continua a leggere

Giangastone

96905Il bel ricciolone nella foto è Giangastone de’ Medici (1671-1737), ultimo granduca di Toscana della dinastia medicea. Quando una settimana fa, agli Uffizi, me lo sono trovato davanti sotto forma di busto marmoreo, non sapevo se ridere o piangere, da tanto era ridicolo. Le notizie sulla vita di Giangastone sono uno specchio perfetto dell’aspetto: un misto di dramma e di farsa.

La farsa, appunto. Quando si parla di Giangastone, gli aneddoti che ricadono nel campo della farsa fioccano come i boccoli dei suoi riccioli posticci. Tutta la vita del Granduca, per esempio, ruotava attorno al letto. A letto pranzava (alle 5 di pomeriggio, mentre cenava alle 2 di notte). A letto vomitava o faceva i suoi bisogni. A letto godeva della compagnia dei suoi amici più fedeli, i cani. Sempre seduto sul letto, si godeva anche gli spettacoli ideati per passare il tempo come far entrare dei somari o degli orsi in camera, oppure dei saltimbanchi, uno dei quali, una volta, nella generale ubriachezza, stava per ucciderlo.

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A proposito di libri banditi

Facciamo nostro e aderiamo all’appello degli amici di (tra)parentesi  invitando chi ci segue ed abbia dei libri editi a fare altrettanto!

rainbooks21In merito a quanto sta accadendo nel Comune di Venezia, abbiamo condiviso con tanti colleghi autori, scrittori e illustratori (pubblicati in Italia e all’estero) la nostra preoccupazione per i libri banditi dal nuovo sindaco della città lagunare.
Non consideriamo soddisfacente la parziale marcia indietro del sindaco, e abbiamo deciso di chiedere di bandire dal Comune di Venezia anche i nostri libri. Ecco il testo della lettera: i nomi di tutti i sottoscrittori verranno resi noti martedì 14 luglio, data nella quale la richiesta verrà recapitata al sindaco.

Al sindaco dott. Luigi Brugnaro
Comune di Venezia
Ca’ Farsetti – S. Marco 4136

Signor sindaco,

cortesemente bandisca anche i nostri libri.
Non vogliamo stare in una città
dove vengono banditi quelli di altri.

seguono firme

Se sei un autore pubblicato e desideri firmare anche tu questa richiesta, puoi mandare una mail a info@traparentesi.eu.

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Incipit d’Autore: “Il Palazzo” AA.VV. edizioni Tragopano

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Il Conte

Ho infilato la mano in tasca alla ricerca degli occhiali. Quando mi ubriaco, il giorno dopo cerco sempre gli occhiali, li invoco a voce alta nel caso non li trovassi nelle tasche. È un gesto propiziatorio: rinforzando il senso della vista, anche gli altri sensi tornano a norma. Non li ho trovati, allora mi sono preso la testa tra le mani e ho cercato di fare luce tra la nebbia.
Ragazzi, avete trovato i miei occhiali?
Ieri ho rotto l’ultima tazza di porcellana del servizio che avevo salvato dai creditori, l’ho scaraventata a terra, come ho fatto con i bicchieri di cristallo, quelli rimasti, seduto in poltrona davanti alla televisione. Ragazzi, avete un bicchiere? Che non sia uno di quelli carta, mi raccomando…
Ho sentito una porta sbattere. Poi una voce. Mi sono ritirato. Ho aumentato il volume del televisore.
-Non mi avrete!- L’uomo si spara alla tempia. È solo un attore. Cambio canale.
Nel 2100 gli oceani cresceranno di 25 centimetri. Numeri che non mi toccano. Cambio ancora: il ghigno vendicativo di Berlusconi. Le beghe di palazzo, fa l’annunciatore stigmatizzando la politica. Il mio palazzo ha le crepe. Parola di cinque lettere come beghe.

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Chiodi, viti, rondelle …

spinazziSecondo non era vecchio, aveva appena compiuto trent’anni, ma conosceva lo schiaffo del tempo, vertigini millenarie quali l’età della terra, la generazione di dinosauri, le dinastie dei più remoti monarchi del mondo. Il secolo e più di vita del Magazzino e Ferramenta Ratti lo rassicurava sulla evoluzione della civiltà. Si poteva entrare e uscire a piacimento, fermarsi fino al momento della chiusura senza alcun vincolo di permanenza. La libertà di disporre di uno spazio (e un tempo) commerciale ricordava a Secondo l’agio provato nel sostare nelle grandi librerie delle metropoli europee.

La casa si evidenziava all’entrata. La cucina, luogo di imbarbarimento della specie, annunciava la limpidezza della vita. Piatti, posate, bicchieri, tazze, teiere, bollitori, shaker, batterie di pentole, tegami, casseruole, colini, sessole, bistecchiere, affettatrici, zuccheriere, impastatrici, tutto appariva in una veste lucente e armonica. Luogo dell’eterno ritorno non del cronico ristagno. Regnavano il bianco delle ceramiche e i bagliori delle superfici metalliche; all’ordine modulare dei ripiani orizzontali si intersecava l’ordine sparso ma non meno esemplare di aspirapolvere, scope elettriche, ventilatori a piantana, bastoni per tende, tavolette per mantovane, profili in alluminio, moschiere componibili…
Articoli da regalo e per il bricolage, 765/A, xkj157…
Una scala portava alla casa cubica, abitata da frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici, congelatori, a cui facevano cornice, come in una sorta di corona boreale, sequenze di televisori, i più accesi a immagine e dimostrazione di mondo e vita.

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Di che colore sono i miei occhi?

Un racconto veneziano di Bianca Garavelli

venezia«Di che colore sono i miei occhi?» mi chiedo questo stamattina, guardandomi allo specchio.
Ma più che pormi una domanda, ho fatto una scoperta: ci sono nuovi colori nell’iride dei miei occhi. Il nocciola scuro impallidisce verso l’ambra chiara, con qualche lampo di verde. Il tutto contornato da una sottile striscia nera, che stabilisce il confine fra il centro di questa cellula luminosa e il suo bianco territorio che attira la luce del mondo.
Avevo sempre definito i miei occhi semplicemente “castani”, come appariva scritto sotto la foto nella mia carta di identità. Ma poi, la carta è andata persa, dopo un borseggio con destrezza sulla banchina di una stazione, e da allora non ce l’ho più. La definizione non esisteva più. I miei occhi erano liberi di indossare il colore che più desideravano.
Forse, invece, questi colori ci sono sempre stati. E io non li avevo visti. Oppure, ci sono davvero solo da oggi, il primo giorno di settembre, un giorno che appare ancora più di svolta, perché piove e il cielo è grigio.
Ma se non fosse così, se ancora ci fosse il colore del sole sopra e intorno ai nostri movimenti, alle calli e ai canali, che cosa sentirei nel cuore? Ancora l’estate. Ancora il calore, la giovinezza, l’energia. Soltanto alla sera avrei il sentore della fine della stagione, quando la luce precipita sempre più in fretta verso la notte. E anche noi allora precipitiamo in un’attesa angosciosa di qualche evento invernale che verrà.

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L’amore ai tempi della Serenissima

DSCF0518Decidemmo così di proseguire per quella strada deserta. La cena era stata stupenda. A tavola bevemmo Borgogna, champagne e come per ridere un’altra di spumante. Insistetti, per riaccompagnarla a casa personalmente; trovai del tutto naturale che ella cedesse senza far troppe moine. Liquidai la mia gondola, con un cenno furtivo della mano, mentre salivamo il ponte a fianco l’ingresso del giardino.  Era quasi mezzanotte, l’oscurità fece il suo giuoco ed io la assecondai per riassaporare il gusto del vino sulle labbra gentili di Marie.  Ad un certo punto, vista l’ora, iniziai ad abbassare il tono della voce, non per educazione, bensì perchè l’amore è un poema di sussurri e sguardi e solo grazie a questi il suo vigore divampa. Innamorato di una donna meravigliosa nonchè di un’irripetibile serata, iniziai a pensare che il tempo fosse prezioso, mi feci così ad ogni passo sempre più pressante.  Mi portò d’improvviso dentro una porticina angusta, percorremmo un lungo corridoio per varcare infine una porta verde.

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