Archivi tag: solitudine

Meta

sigarettaMarco mi chiede delle sigarette, le sue gliele ha sequestrate l’infermiere, dice che gliene dà due o tre al giorno, dice che vuole ammazzare l’infermiere. Meglio di no, faccio io cercando il tono faceto consigliato per l’occasione. Consigliato da chi? Non ho parlato con alcun medico, alcun esperto, mi faccio esperto io, non credo ci voglia chissà quale scienza per optare per un tono scherzoso.
Marco non sta allo scherzo, ha il dramma dipinto in viso, il dramma di chi non può fumare e sarebbe disposto a uccidere pur di farlo. Provo vergogna, ho le sigarette in tasca e le accenderò non appena sarò fuori di qui. E’ troppo per me questo divario, sto per tirare fuori il pacchetto quando vedo dirigersi verso di noi l’infermiere. Giovane e aitante, la sua presenza smorza il mio imbarazzo, il tema immediato verte sulle sigarette, -Vede-, mi fa, -suo fratello, suo cugino, parente … -Amico-, faccio io. -Il suo amico è un bel furbetto.- -Lo so, lo so-, concludo colorando l’asserzione, anche se la furbizia di Marco non rientra nei dati che ho di lui. Qui i dati sono ridotti all’osso, e l’osso è che se i degenti fumassero tutte le sigarette che chiedono di fumare, be’ il quadro è chiaro, bastano le braccia allargate e lo sguardo sconsolato dell’infermiere, che comunque intenerito dall’espressione di Marco gli consegna una sigaretta e pure gliela accende, intimandogli che è l’ultima per oggi, almeno fino all’ora di cena.
Uscito l’infermiere il tempo si raggomitola e io non so da dove iniziare a scioglierlo. Devo andarmene? Devo restare? Non voglio abbandonare Marco, voglio solo essere liberato dal pensiero di abbandonarlo. Vorrei poter pensare senza comprimermi nella colpa dei miei pensieri, parlare senza sentire inopportuna ogni parola che dico. Continua a leggere

Storia breve del cattivissimo omino del tè

TheSe camminate fino in fondo a questa strada, noterete un negozio piccolo piccolo proprio all’estrema destra: non ha insegna, non ha cartelli sulla vetrina, e se per sbaglio vi capiterà di entrarci dentro sentirete solo il flebile suono di una campanellina appesa alla porta. Dentro è quasi buio, sembra deserto: vi accorgerete che un paio di occhiali vi stanno fissando, appena in tempo per dire “Buongiorno” ed evitare di fare una brutta figura. Una testolina calva spunterà da dietro il bancone e vi scruterà con circospezione. Ecco, sarete arrivati nel più antico negozio di tè del paese. File e file di scatole di latta impilate l’una sull’altra, sopra alle alte mensole delle pareti, e centinaia di profumi diversi che si mescolano: tè nero, all’arancia, alla cannella, tè alle foglie di lampone, tè alle erbe giapponesi, alla radice di liquirizia, arrivano tutti insieme al naso, e voi avrete solo il tempo di comprare ciò che volete, prima di uscire dal negozio in gran fretta perché il troppo odore vi avrà già fatto venire il mal di testa. Il signor Plonti, il proprietario, ormai è abituato, e non capisce come mai tanta gente preferisca comprare il proprio tè al supermercato. Davanti al suo negozio c’è un bar: lui, che il caffè non lo ha mai sopportato, si rifugia e si nasconde tra i suoi scaffali per non sentire l’odore disgustoso che viene dalla caffetteria. Da qualche mese ha notato un forte calo della clientela: ogni giorno vende tè ad una sola persona, e si ritiene anche fortunato perché di volta in volta il suo unico cliente è sempre diverso. Il signor Plonti è vedovo, non ha figli né nipoti, e i suoi amici sono tutti o alla casa di riposo per anziani, o a giocare a carte al bar di fronte.
Vorrebbe fare quattro chiacchiere con qualcuno ma è molto burbero e introverso, e stare tutto il giorno chiuso in negozio non lo aiuta.

Continua a leggere

Ricomporre l’infranto

treniSono patetico.
«Ti devi accontentare», così mi dicono. «Arrenditi all’evidenza» ripetono incessantemente. Ma come faccio ad arrendermi quando c’è così tanto che manca? Come faccio ad accontentarmi se c’è tutto un universo che fugge dai confini del mio sguardo? Non posso che rincorrerlo, quell’universo che scappa e mi deride. Non posso che cercare di riacciuffarlo, dal momento che le cose importanti stanno sempre al di fuori dei bordi di ogni immagine possibile.
Come Caterina, che mi cammina sulla coda dell’occhio, sempre sfuggente, inafferrabile, per molti versi invisibile. Cammina con la sua gamba slanciata e se ne va fuori dal mio campo visivo, lasciando dietro di sé solo quelle due parole: «Sei patetico».
Hai ragione, Caterina. Sono patetico.
Sto davvero percorrendo il mondo in cerca di uno sguardo che lo ricomponga. E come può un essere dotato di intelligenza sopportare questo universo infranto? Ci sarà pure un’immagine iniziale, un’immagine originale che racchiuda in sé tutti questi frammenti, questi cocci di specchio in cui il mondo si è perduto. Ci sarà pure un obiettivo che non sia limitato da un “fuori”, vero? Sarò pure patetico, ma io so che esiste un modo per ricomporre il tutto, a partire da questa foto, per poi rimettere insieme i pezzi dello spaziotempo.

Continua a leggere

Il Titolista

caretteri-mobiliTrenta caratteri in prima, qualcuno di più nelle pagine interne. Compresi spazi e punteggiatura. Alla regola si poteva derogare in caso di fatto eccezionale: la morte di un Papa, un omicidio eccellente. Qualche strage per bomba. Ma in linea di massima erano per lo più rapine, liti tra politici o relative correnti e, a seconda delle mode, un’operazione venuta male o un cane aggressivo, quello che in provincia faceva vendere qualche copia in più. Lui pensava al suo vicino seduto in cortile, a quello che gli sentiva dire al postino di passaggio, alle signore di ritorno dal mercato, al pensionato diretto al bar in piazza e poi riassumeva con poco, preparando i suoi fogli per il caporedattore. Gli articoli non li leggeva mai: gli bastava la telefonata col giornalista. O la preoccupazione delle due signore addette alle bozze. Sapeva della crisi perché si era suicidato un piccolo imprenditore della sua zona. Conosceva Monti perché in fila alle poste due anziane avevano protestato col direttore: secondo loro mancavano cinque euro al conto della pensione. Ed era volata qualche maledizione a mezza voce. Venticinque anni a riassumere contenuti, a soddisfare “a naso” richieste di qualunque tipo del suo direttore per ritrovarsi in una statistica che aveva da poco annunciato da sé in uno degli ultimi titoli: “Esondano gli esodati”. In pensione anticipata, gli dissero, con un orologio al quarzo di quelli conservati nella cassettiera della segretaria di redazione e buoni come regalo ad ogni ricorrenza. In pensione anticipata e senza assegno in attesa di chissà quale soluzione escogitata da ministri di cui aveva imparato il nome come faceva da tempo: scrivendo titoli.

Continua a leggere

7 novembre 2010

matilde pioggiaPiove. Clara ha i capelli bagnati appiccicati alla fronte. La guardo. Ormai ha raggiunto la sessantina e la bellezza che la caratterizzava è andata piano piano sfiorendo. Le rughe le circondano gli occhi stanchi, la pelle è spenta, grigiastra. Non è più bella, adesso è una qualunque. È freddo e il cielo è sempre più cupo. Il vento mi costringe a chiudere gli occhi per qualche secondo, distogliendo lo sguardo da lei. Quando li riapro, è sempre al solito posto, immobile, non un movimento, un battito di ciglia, un sospiro. La chiamo. Si gira lentamente, con gli occhi bassi e l’aria di chi non vorrebbe essere dove si trova. Quando ero al primo anno di università mi aveva chiamato, pregandomi di tornare a casa, perché da quando era morto mio padre, non aveva soldi per campare e aveva bisogno di qualcuno che si occupasse di lei. Così diceva. Non è mai stata una donna serena, felice di ciò che aveva. Da quando era successo l’incidente, era sempre in ansia e perennemente triste. Si avvicina con passo pesante, si ferma a tre metri da me, scorre velocemente lo sguardo dai miei capelli alle mie scarpe.
– Con questo tempaccio prenderai freddo e ti verrà la febbre – dice più a se stessa che a me. Lentamente infila la mano destra nella tasca del giubbotto malandato e ne estrae un piccolo sacchetto di carta marrone, chiuso da una spilletta. Me lo porge insicura, poi mi fa cenno di incamminarmi lungo il molo. L’aria salmastra si mescola alla pioggerella fina che bagna la spiaggia alle nostre spalle. Clara si stringe nel suo cappotto verde e si raccoglie i capelli da un lato.
Ricorda solo vagamente la donna che conoscevo qualche anno fa. Adesso ha tutti quegli anni che le pesano sulle spalle, è diventata quasi patetica. In quella donna magra e curva non riconosco più mia madre. In verità sono anni che non so più chi sia. Da ragazzo ho sempre creduto che l’incidente di mio padre l’avesse distrutta completamente, e non mi capacitavo di come una donna con una forza come la sua potesse farsi abbattere così dalla vita. Adesso, a distanza di quindici anni, lei non ha ancora ripreso a vivere. E io mi sono convinto che quell’evento abbia solo tirato fuori il peggio di lei, che adesso è diventato parte stessa del suo carattere.
Apro il pacchettino che mi ha dato, con curiosità e paura al tempo stesso. Dentro c’è un piccolo orologio da tasca color bronzo, con vecchie incisioni decorative. Non funziona. Le lancette sono ferme sulle cinque e venti. Me lo rigiro tra le mani, capisco immediatamente di cosa si tratta. Alzo gli occhi su mia madre, che mi sta guardando. Le mani che tiene al riparo nelle tasche arrivano in pochi secondi ad accarezzarmi il viso con un tocco lieve. Vorrei dire qualcosa in proposito, per lo meno ringraziarla, ma le parole mi muoiono in gola. Come se mi leggesse nel pensiero, Clara mi posa una mano sulla bocca e poi riabbassa gli occhi per scrutare il piccolo orologio.
– Non ringraziare me ma tuo padre. Questo era suo – Lo immaginavo. Continuo a camminare lungo il molo, fissando l’oggettino che ho tra le mani ritrovo vecchi ricordi. Mia madre piange, la sento soffocare i singhiozzi. E io non ho il coraggio di guardarla in volto.

Continua a leggere