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La macchina del volo

02f_02_ca17vStava seduto in un angolo del salone. Quello spazio così grande lo intimoriva abituato com’era alle piccole stanze in alberghi di provincia. Nessuno gli aveva mai dato appuntamento in luoghi più grandi di un bar di periferia o qualche ufficio dove la luce era quella assai più rassicurante di un neon, o gestita con pudore da qualche serranda accostata. Era riuscito ad evitare gli altri ospiti del palazzo per tutta la durata della sua permanenza. Lo aveva fatto ascoltando il rumore di porte che si assestavano su cardini arrugginiti, chiavi che rovistavano in toppe sbagliate tra sbuffi e sospiri. Tutto quel rumoreggiare gli dava la sensazione che fosse lo stesso palazzo a lamentarsi, a dolersi di così maldestri inquilini. Storie che non conosceva e non era interessato a conoscere: non cercava alcun buongiorno da corrispondere, accompagnato magari a qualche domanda circa quella permanenza veneziana che non lo entusiasmava affatto. Odiava l’umidità di quella bomboniera impolverata. La città poggiata sull’acqua gli restituiva costantemente una sensazione di precarietà disturbante. Un disagio sottile amplificato da tutto quello spazio eccessivamente illuminato. Si sentiva vulnerabile, una preda già nel morso impigrito di una belva che non vuole solo sfamarsi, ma pure divertirsi col proprio pasto facile. Cercava di rassicurarsi come poteva, tenendo le gambe accavallate e accarezzando la sua cartellina in pelle appoggiata alle ginocchia. Si aggrappava all’immagine più professionale che riusciva a crearsi anche se l’unico altro essere vivente in tutto il salone pareva essere una mosca che, ostinatamente, continuava a sbattere contro il vetro di una delle tante finestre.
A chi lo avesse osservato in quel momento sarebbe sembrato un impiegato di qualche ufficio pubblico. Uno di quelli che si può incontrare all’anagrafe di un Comune. Anonimo il giusto. Vestito per non suscitare alcun dubbio di studiata normalità se non quello rispetto agli occhiali. Cosa li facesse restare al loro posto pareva piuttosto inconsueto. Sembrava che il responsabile di tutto fosse il suo sorriso. Non poteva esserci altra spiegazione viste le orecchie troppo piccole e il naso così sfuggente e schiacciato da sembrare quasi posticcio. Un sorriso, per altro, in disarmonia con quanto espresso dagli occhi spenti e nervosamente incapaci di trovar pace se non quando intenti a studiare le carte custodite nella cartellina in pelle. Il suo lavoro. La sua professionalità conquistata in anni di esperienza e che lo aveva portato fino a quella sedia, nell’angolo più al sicuro di quel salone che odorava di polvere, umidità e avanzi di tempo. Continua a leggere

Incipit d’Autore: “Orgasmo Song” di Fabio Casagrande Napolin – Vololibero Editore

orgasmo song

dai “Preliminari”

Ai giorni nostri, una canzone come Je t’aime… moi non plus, cantata ne lla sua versione più celebre da Serge Gainsbourg e Jane Birkin, non desta più nessuno scandalo. La si ascolta senza malizia, con il sorriso sulle labbra. La si considera una canzone d’amore un po’ osé, senza tuttavia ritenerla per questo oscena e triviale. Il brano è stato oggetto di moltissime cover da parte di artisti provenienti dalle più differenti scene musicali. Di Je t’aime… moi non plus esistono versioni riverniciate nei colori più disparati: dal sofisticato easy listening, al ruvido industrial, passando per reggae, hip hop, disco music, new wave… In quasi cinquant’anni dalla sua prima registrazione è stata utilizzata come colonna sonora del film omonimo diretto dallo stesso Serge Gainsbourg o quale commento musicale televisivo. Ha fatto da sfondo agli spogliarelli amatoriali – un po’ squallidi – dei primi anni Ottanta, alle pubblicità delle chat erotiche dei Novanta, per venire infine sdoganata dalla pubblicità televisiva: nel 2012 viene adottata come tema per lo spot del profumo Miss Dior Chérie con testimonial Natalie Portman. Quando uscì nel 1969, Je t’aime… moi non plus venne accolta invece con enorme scandalo da parte un po’ di tutta la stampa benpensante, fu bandita dalle emittenti radiotelevisive di stato in Italia e Regno Unito e condannata al rogo da “L’Osservatore Romano”, che la definì tout court “oscena”, anche grazie a una sgangherata traduzione che l’organo di stampa del Vaticano pubblicò per dimostrarne l’inaudita sconcezza. Questo portò al sequestro del disco sul territorio italiano, ma la cosa, lungi dall’arrestare la diffusione della canzone, le regalò invece un’immensa pubblicità gratuita che contribuì non poco a decretarne l’incredibile successo internazionale.

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Due bicchieri

natale_vino-camino-andreaMi ha sempre colpito una scena ricorrente nei film e telefilm americani, di qualunque genere esso si tratti: dalla banale commedia romantica, ai polizieschi c’è sempre lo stesso elemento. Lui, lei, un camino, un tappeto a caldi colori, una scacchiera pronta, cuscini e libri disposti in armonico disordine e una bottiglia di vino con due bicchieri mezzi pieni. I fondi rossi richiamano mille azioni: un bacio, una lieve carezza sui capelli di lei, una risata complice, sesso o amore sul tappeto di fronte al camino. Notare come il vino sia sempre e comunque rosso. Mai un bianco frizzante o un pallido rosè…sempre e comunque rubino liquido in calici sottili.
Quante volte ho cercato di riprodurre questa scena! Ai miei occhi è la quintessenza della sensualità e della complicità tra amanti.
Il mio salotto dispone infatti di un camino, un tappeto a caldi colori, una scacchiera pronta, cuscini e libri disposti in armonico disordine e una bottiglia di vino sempre pronta all’uso. Mancano i due bicchieri.
Oh, fino a non molto tempo fa c’erano anche quelli… e c’era anche l’uomo che sorseggiava con me piccoli, avidi sorsi di liquido rosso granato. I bicchieri esposti alla luce del camino traevano suggestivi caleidoscopi che rimbalzavano sul dorso dei libri. Non beveva mai grossi sorsi di vino, lui centellinava. Voleva che quei momenti durassero più a lungo: un vino invecchiato per dodici anni non si beve come un qualunque succo di frutta. Continua a leggere

Le domeniche al mercatino

Prime edizioni, bizzarrie editoriali e curiosità in forma di libro

L’inserto domenicale di #Svolgimento dedicato ai libri recuperati in qualche mercatino,
negozio di antiquariato, rigattiere o fiera di Paese.
Oggetti capaci di affascinare, incuriosire, conquistarci fino alla brama del possesso,
da un euro in sù!

20151030_082544Il titolo è più che chiaro, l’intento di natura enciclopedica, il risultato piuttosto discutibile. Il libro di questa settimana è una sorta di raccolta ragionata intorno a suggerimenti, consigli, dicerie, evidenze scientifiche, credenze popolari, purché in grado di preservare e amplificare “le proprie o altrui facoltà erotiche“!
Nel risvolto di copertina tale fine è annunciato con enfasi: La genesi dei più eccelsi ed esaltanti prodotti dell’ingegno e della volontà dell’uomo è profondamente radicata nell’istinto sessuale. Non solo la riproduzione della specie, ma le imprese eroiche, le scoperte della scienza, i moti sociali, la creazione artistica in tutte le sue forme hanno come punto di partenza, relegato quella molto possente della libido… che tradotto è il solito stornello su quanto tiri il famoso pelo rispetto ai buoi insomma!
Con immotivata prosopopea i toni della presentazione prendono il largo con ben curata prosa: Questa Guida agli afrodisiaci e ai rimedi d’amore prende l’avvio da epoche remote, invade il campo della magia, si nutre dell’apporto imponente della medicina e della farmacologia di epoche storiche per arrivare agli odierni ritrovati della chimica e della fisiochimica biologica. Rimedi empirici, quindi o, addirittura, leggendari, sostanze medicinali, cibi, bevande, droghe, a cui l’uomo in ogni parte del mondo ha fatto ricorso per aumentare la capacità d’amare, il vigore sessuale.
L’autore ci viene presentato solo come “professore del Brooklyn College di New York” senza nessuna altra qualifica. L’editore è Sugar, mentre l’anno di edizione il 1969.

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Non ti ho mai detto di sì

image(La prima volta che ti ho visto avevi lentiggini a pioggia su una faccia grassoccia e dispettosa. La solita roba che ti propinano quando devi andare dagli amici dei genitori che hanno figli più piccoli: tu vieni con noi, così guardi che lui non combini guai. A me bastava questo, per odiarti)

(Me lo ricordo, sai, il momento esatto. Io sulla bici e tu fuori dal cancello. La figlia grande dei migliori amici dei miei: la mia baby sitter, un ammasso di ricci. Ti ho fatto una pernacchia esplorativa. Mi hai guardato come fossi sterco)

(Tutte quelle cene e quei pranzi. Che palle. Tu rubavi il cibo in cucina, mia madre ti inseguiva con il mestolino. Poi mi sgridavano perchè non ti guardavo abbastanza. Abbiamo visto insieme la finale dei mondiali quando l’Italia ha vinto. Ma tu eri troppo piccolo per fare il bagno nella fontana con me e con i miei amici. E io godevo mentre facevi i capricci)

(Ne combinavo di tutti i colori per farmi notare. Quanti disastri, tua madre si incazzava come una matta e mi rincorreva per prendermi a sculaccioni. Tu prima o poi mi avresti visto. Io ne ero certo)

(Crescendo sei cambiato. Sempre piuttosto delinquente, comunque. Ovvio che toccasse a me prepararti all’esame di maturità, pezzo d’asino. Io che scintillavo di laurea e fidanzamenti felici)

(Ti avrei scopato sul tavolino in mezzo ai libri, altro che esame. Facevi quella superiore e grande. Capirai, la tesi, dottoressa bla bla bla. Ho studiato come un matto. L’ho fatto per te. Ti ho riportato un otto nel tema di italiano: era un topo. Io il gatto, tu la padrona. E poi sei venuta alla mia festa del diploma con il tuo fidanzato, puttana)

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Don Giovanni tarlato

grecoQualche sera fa, in un locale di Roma ho conosciuto un uomo che si sentiva in credito con gli uomini, un maschio che si sentiva in debito con i maschi. Il motivo, dal sentore aristotelico, è presto riassumibile: lui è un espertissimo e sopraffino amatore; con le sue arti ha liberato un sacco di donne dalle catene inibitrici del moralismo e le ha iniziate alla pienezza della vita sessuale; gli uomini a cui le passa dopo aver loro donato la libertà, non lo ringraziano mai – dico mai! – per la sua sconfinata generosità.
Oltre che tanta indignazione, questo discorso faceva nascere in chi l’ascoltava un’altalena mentale: bisogna dubitare delle sue parole o del senso estetico femminile? A guardare Totò – chiamiamolo così – si fa un po’ fatica a immaginarselo nei panni senza vestiti di apostolo di Venere. Ha, è vero, i tratti regolari e arabeggianti dell’uomo meridionale. Ma il testone pelato sul viso di trentenne, il corpo cortino sul busto lunghino, le spalle strette e il lieve strabismo, chiaro segno della sua missione venerea, non lo rendono quel che si dice un uomo irresistibile.
Se si tratta di liberare una donna, Totò punta tutto sul carisma. E sulla testa. E tutte le sue fiches le mette sullo sguardo: febbrile, spermatico, alla continua ricerca della penetrazione oculare. E come per spingere le sue parole dentro l’interlocutore, inclina il corpo in avanti. E parla con una voce bassa, insinuante e inguantata di velluto sì ma solo per farti capire che dentro nasconde il ferro. E usa termini ricercati e citazioni colte. E visto che se ne sta sempre impettito e rigido, per far dire al corpo che lui non è solo elegante ma anche un dritto, uno cazzutissimo.

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