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Due volte Paolo

imageÈ il 27 aprile, e a Roma è quasi estate. Si sta bene davvero, tra poco ci saranno le elezioni dei rappresentanti universitari. Sono in lista. Lo so, faccio comodo ai compagni perché attiro i voti di certi gruppi moderati. Sono socialista, spesso i comunisti mi sfottono, qualcuno si ingrugna. Questo lo penso senza acredine e senza rabbia, mentre mi faccio il nodo alla cravatta. Gli serve la mia faccia da boy scout con i capelli corti, va bene così, va bene lo stesso.
Sono socialista e pure cattolico. E allora? Sono a sinistra, e questo mi piace. Stare a sinistra vuol dire avere la capacità di sognare, e anche per questo progetterò palazzi da togliere il fiato, e ponti sospesi che sfideranno l’incapacità della gente a comunicare. Questo è il ponte di Paolo Rossi, diranno le persone incontrandosi nel mezzo, e sapranno che quello è il progetto di un uomo di sinistra. A diciannove anni si è uomini davvero, me lo ha detto anche mio padre,
quando gli ho comunicato che sarei stato nelle liste per l’elezione del parlamento universitario. Non mi ha detto di stare attento, ma l’occhio gli si è fatto più brillante. Tutto qui.
Così adesso mi sono sbarbato, messo la giacca e fatto il nodo alla cravatta, e sono uscito nel sole di Roma per andare alla Sapienza.
Lì mi aspettano i compagni, c’è da fare volantinaggio e parlare agli studenti, da far capire loro quanto è importante essere rappresentati. Sono tempi duri. E’ difficile farsi capire da chi comanda, difficile che passino nuove idee, nuove proposte. Ci vuole rinnovamento. C’è tensione nell’aria e per le strade. Bisogna fare attenzione a come si cammina, scegliere i posti giusti da frequentare, sapere quali sono i quartieri dei rossi e quelli dei fasci. Continua a leggere

Elsa va in vacanza

camminare nudiQuel giorno Elsa restò sotto il getto della doccia più a lungo del solito. Trenta o quaranta minuti. Quando finalmente uscì dal bagno si sentiva talmente bene che i 38C° non erano più un problema.
Si avvicinò all’armadio e sfiorò i bei vestiti colorati: seta gialla, lino bianco, cotone celeste… no no no.
– Voglio restare nuda.
E così fece.
Si guardò nello specchio e non provò vergogna. Aveva seni abbondanti e fianchi larghi. Forse da questo inverno aveva qualche chilo di troppo. Ma a un buon bicchiere di vino bianco non avrebbe voluto rinunciare, soprattutto quando non riusciva a leggere né a scrivere.
Sotto la doccia si era depilata completamente il pube. Le ascelle erano lisce e bianche. Le sembrava di essere tornata una bambina. Le gambe lunghe e sottili erano piacevolmente morbide.
Uscì nuda. Solo con una piccola borsa di cuoio, dentro le chiavi della macchina, i documenti, e il rossetto. Se ne mise un po’ prima di mettere in moto.
Erano le tre del pomeriggio e Roma era deserta, non un filo di vento agitava le foglie del viale alberato dove abitava da qualche anno. Non conosceva nessuno, chissà se qualcuno l’aveva vista uscire completamente nuda. Si guardò intorno ma non vide nessuno.
Elsa si sentiva straordinariamente bene. Non aveva più caldo, era perfettamente a suo agio, non le sembrava neppure di essere grassa. I chili di troppo erano scomparsi sotto la doccia.
L’aria condizionata le solleticava la pelle, era pronta per fare un giro.
Fu a un semaforo che si accorse di un uomo in un’altra auto. Anche lui era nudo. Aveva un bel torace, un po’ di barba, i capelli bagnati come se fosse appena uscito dalla doccia.

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Incipit d’Autore: Mickeymouse03 di Andrea Mauri – Alter Ego Editore

13179000_1009463539122038_7695164065957797365_nLa chat mi conosce come mickeymouse03. È merito della Storia se ho scelto questo nick. Al liceo mi piacevano le lezioni sulla seconda guerra mondiale. La scintilla con Topolino scoccò quando mi imbattei in un libro che raccontava come persino Hitler trascorreva il tempo libero seguendo le avventure di Mickey Mouse. Era appassionato del cartone animato e non se ne perdeva nemmeno un episodio. In quello stesso libro scoprii inoltre che la parola d’ordine che avrebbe dato inizio allo sbarco in Normandia era proprio Mickey Mouse. Mi sentii orgoglioso di portare lo stesso nome di un animale che sarebbe passato alla storia. Rappresentava la mia rivincita. Per essere basso e con le orecchie un po’ a sventola. Proprio come un topo. Da quel momento in poi nessuno dei miei compagni avrebbe continuato a prendermi in giro. Sarei stato protetto da quel topo scaltro, che mi avrebbe aiutato a uscire dalle situazioni difficili, così come fece con gli alleati durante la guerra. Continua a leggere

Ross

9351376-rolling-sigarette-e-tabaccoAveva quel suo  strano modo, quasi solenne, di costruirsi le sigarette, che persino il mondo sembrava fermarsi, quando si accingeva a prepararsene una. Anzi il mondo si fermava, sospeso e in attesa, attorno a lei e attorno a me.
Rollava la cartina su cui aveva sistemato il tabacco, quasi fosse un rito sacrale, più e più volte, con un gesto costante e preciso delle dita; la umettava quindi con la saliva per formarne un cilindro sottile e perfetto, e solo quando poneva la sigaretta tra le labbra, accendendola con quei cerini odorosi ed inspirava il fumo con avidità fin dentro i polmoni, il mondo intero riprendeva a funzionare.
Ho vissuto con lei più di un anno, quando io di anni non ne avevo ancora 20 e lei era vicina ai 30.
Ross era un concentrato di saggezza ed esperienza.
Ross era il riassunto di mille vite vissute a morsi ed io, ragazzina catapultata a calci in culo nel mondo, non potevo non adorarla.
Portava  un coltello a serramanico dietro la tasca dei jeans e quando ci capitava di rientrare tardi, col notturno di  piazza Flaminio ormai deserta e silenziosa, non provavo paura con lei al mio fianco.
Mi voleva bene, mi aveva preso sotto la sua protezione.
Sarà stato per i miei occhi sperduti o per i miei lunghi capelli che non permettevano la comunicabilità. Continua a leggere

Le domeniche al mercatino

Prime edizioni, bizzarrie editoriali e curiosità in forma di libro

L’inserto domenicale di #Svolgimento dedicato ai libri recuperati in qualche mercatino,
negozio di antiquariato, rigattiere o fiera di Paese.
Oggetti capaci di affascinare, incuriosire, conquistarci fino alla brama del possesso,
da un euro in su!

20160402_133444Una cronaca surreale a affamata della Dolce Vita spesa tra le chiacchiere con l’Arbasia (Arbasino), le risate con Paolo (Poli) e i tentativi di farne altrettante con Pier Paolo (Pasolini) che invece non sapeva ridere e a cui “ruba” dai diari giovani il titolo dello stesso libro: PPP descrive i primi turbamenti omosessuali risalenti all’età di tre anni, a Belluno, mentre osservava i ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa sua. E per definirlo s’inventa un nome arcano, suggestivo ed esotico, ‘teta veleta’ (thethe in greco antico significa ‘bisogno, mancanza’ e il critico letterario Gianfranco Contini gli aveva insegnato che era sinonimo di ‘sesso’): “Era il senso dell’irraggiungibile, del carnale, qualcosa come un solletico, una seduzione, un’umiliazione”.
Una messa in scena super egoica che attraversa la storia di un Paese da sempre in contraddizione con sé stesso dove almeno ci si può divertire passeggiando con un cappello di rose di testa. Il sesso con Claudio Villa e le volgarità intervallate da riflessioni dolenti su assolate terrazze romane o i pisciatoi dietro la stazione dove cazzi innamorati discutono di campagne inglesi. Una requisitoria in forma di parodia (recita il retro di copertina) tra gli anni sessanta e settanta, vissuti da protagonista: musa corteggiata o strega da deridere, additare e tenere alla larga. Una lettura entusiasmante.

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Le biciclette di Eva

4120390c97f566bbd99726768a421752Non ricordo di avere mai visto la signora Eva inforcare una bicicletta e farsi un giro in sella di Piazza Navona. Eppure la ritenevo una donna fortunata per via del suo negozio di bici a nolo. Non capivo perché invece se ne stava tutto il giorno chiusa nell’antro buio e profondo del negozio e quando c’era il sole si sedeva all’entrata del suo regno.
La signora Eva mi imbarazzava e non ero lucido abbastanza per trovare una risposta. Partivo da casa già nervoso e distratto, quando mia madre annunciava “oggi andiamo ad affittare la bicicletta.” Si illudeva di farmi contento, ma quelle semplici parole mi gettavano nel panico. Temevo l’incontro con la signora Eva, che aveva il potere di spezzare l’incanto di una giornata spensierata.
Siccome imparavo ad andare in bicicletta nelle giornate di sole, il più delle volte la trovavo seduta su una vecchia sedia impagliata, antica quanto lei. Ai suoi piedi tante bici di diverse dimensioni e colori e alle spalle, nel buio dell’antro misterioso, si intravedevano telai, manubri, raggi e pneumatici agganciati ai muri, insieme al marito, una figura minuta che si muoveva veloce nell’ombra. Non mi ricordo che faccia avesse. A quanto ne so, non usciva mai da quell’oscurità.

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Sofia e la parrucchiera del campo

Minuta e garbata. Così la descrivevano le altre: minuta e garbata. Sofia ascoltando quelle chiacchiere non riusciva ad afferrare il senso del secondo aggettivo. Su minuta non aveva dubbi, se lo era sentito dire tante volte e così immaginava fosse come lei, solo un poco più alta, come tutte le donne grandi del resto. Ma garbata proprio non le tornava. L’avrebbe conosciuta presto del resto, per cui non si preoccupò più di tanto. Un paio di giorni le dissero: giusto il tempo delle registrazioni, delle pratiche necessarie. Disbrighi e formalità.
Distolse l’attenzione da quel gruppetto di donne intente a scambiarsi opinioni su tutto e tornò a sdraiarsi accanto alla sorella: era ancora calda. La febbre non le voleva passare. Sarà stata colpa del viaggio come diceva la mamma. Passerà in un paio di giorni, giusto il tempo che, sempre la mamma, le aveva detto sarebbe durata l’attesa prima di ritrovarsi insieme. Un po’ di pazienza almeno lei che era la più grande doveva portarla, dando così anche il buon esempio. Faceva di tutto per attenersi a quelle raccomandazioni: “ascolta le altre donne”, “fa quello che ti dicono”, “non separarti da tua sorella”. Si addormentò contenta di non averne disatteso nemmeno una.
Le teneva sempre la mano ad ogni fila e quando era stanca la faceva riposare un poco appoggiata alla sua spalla: aveva anche imparato a prevenire ogni improvviso scoppio di lacrime fissandola negli occhi e sfidandola a chi avrebbe riso per prima! La lasciava vincere e ogni paura svaniva. Sua sorella poi rideva in un modo così buffo che era impossibile non lasciarsi intenerire: infilava la lingua nello spazio vuoto lasciato da un dentino appena caduto che sembrava uno di quei gatti di via Catalana, che d’estate dormivano al sole giù fino al Portico d’Ottavia, quando si abbeverano a qualche fontana. Continua a leggere