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sigarettaMarco mi chiede delle sigarette, le sue gliele ha sequestrate l’infermiere, dice che gliene dà due o tre al giorno, dice che vuole ammazzare l’infermiere. Meglio di no, faccio io cercando il tono faceto consigliato per l’occasione. Consigliato da chi? Non ho parlato con alcun medico, alcun esperto, mi faccio esperto io, non credo ci voglia chissà quale scienza per optare per un tono scherzoso.
Marco non sta allo scherzo, ha il dramma dipinto in viso, il dramma di chi non può fumare e sarebbe disposto a uccidere pur di farlo. Provo vergogna, ho le sigarette in tasca e le accenderò non appena sarò fuori di qui. E’ troppo per me questo divario, sto per tirare fuori il pacchetto quando vedo dirigersi verso di noi l’infermiere. Giovane e aitante, la sua presenza smorza il mio imbarazzo, il tema immediato verte sulle sigarette, -Vede-, mi fa, -suo fratello, suo cugino, parente … -Amico-, faccio io. -Il suo amico è un bel furbetto.- -Lo so, lo so-, concludo colorando l’asserzione, anche se la furbizia di Marco non rientra nei dati che ho di lui. Qui i dati sono ridotti all’osso, e l’osso è che se i degenti fumassero tutte le sigarette che chiedono di fumare, be’ il quadro è chiaro, bastano le braccia allargate e lo sguardo sconsolato dell’infermiere, che comunque intenerito dall’espressione di Marco gli consegna una sigaretta e pure gliela accende, intimandogli che è l’ultima per oggi, almeno fino all’ora di cena.
Uscito l’infermiere il tempo si raggomitola e io non so da dove iniziare a scioglierlo. Devo andarmene? Devo restare? Non voglio abbandonare Marco, voglio solo essere liberato dal pensiero di abbandonarlo. Vorrei poter pensare senza comprimermi nella colpa dei miei pensieri, parlare senza sentire inopportuna ogni parola che dico. Continua a leggere

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