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Per mia colpa – seconda e ultima parte

14959054_10211001268533596_1506377155_oDue mesi scivolati via nel tunnel dell’inconsistenza. Due mesi a cercare di districare, invano, i fili che formavano l’ordito di ciò che provavo per lui. Nulla ha fermato la mia ritirata. Nessuna responsabilità ha fatto attrito, frenando la mia fuga. Nemmeno l’amore per le mie figlie. Nemmeno le loro voci al telefono soffocate dai singhiozzi.
Sono seduta al tavolino di un bar in mezzo a una piazza affollata. Aspetto osservando le persone intorno a me. Attendo mio padre.
Dopo la notte in commissariato, tutto nella mia vita è diventato scivoloso. Viscido. Non riuscivo più ad avere presa su niente. Provavo a toccare ciò che mi circondava, ma le dita scivolavano sulle superfici delle anime altrui. Non c’era più un sentimento che mi legava alle persone a cui volevo bene. Tantomeno alle bambine. Per esempio, quando la mattina dopo l’interrogatorio le avevo riviste, avevo sussultato, assalita dalla consapevolezza che erano le figlie di un mostro. Cosa avevano ereditato da lui oltre gli occhi e la bocca? Il buio stava sedimentando nei loro cuori in attesa di diventare abbastanza denso da riversarsi all’esterno? Non potevo saperlo, e questo dubbio era un ferro rovente che mi rovistava le viscere. Quando mi si erano gettate addosso, scagliandomi contro una marea di domande sul padre, avevo sentito un senso di disgusto al contatto con la loro pelle. Era come se non le sentissi più mie, quasi che il padre le avesse contaminate. Il cuore mi diceva di non pensare nemmeno quelle cose, di abbracciarle e star loro vicino perché mai come prima avevano bisogno della mamma. Ma qualcosa era a toccarle. Ma loro erano scivolose. Lui, col suo viscidume, era riuscito a portarmele via. Continua a leggere