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sigarettaMarco mi chiede delle sigarette, le sue gliele ha sequestrate l’infermiere, dice che gliene dà due o tre al giorno, dice che vuole ammazzare l’infermiere. Meglio di no, faccio io cercando il tono faceto consigliato per l’occasione. Consigliato da chi? Non ho parlato con alcun medico, alcun esperto, mi faccio esperto io, non credo ci voglia chissà quale scienza per optare per un tono scherzoso.
Marco non sta allo scherzo, ha il dramma dipinto in viso, il dramma di chi non può fumare e sarebbe disposto a uccidere pur di farlo. Provo vergogna, ho le sigarette in tasca e le accenderò non appena sarò fuori di qui. E’ troppo per me questo divario, sto per tirare fuori il pacchetto quando vedo dirigersi verso di noi l’infermiere. Giovane e aitante, la sua presenza smorza il mio imbarazzo, il tema immediato verte sulle sigarette, -Vede-, mi fa, -suo fratello, suo cugino, parente … -Amico-, faccio io. -Il suo amico è un bel furbetto.- -Lo so, lo so-, concludo colorando l’asserzione, anche se la furbizia di Marco non rientra nei dati che ho di lui. Qui i dati sono ridotti all’osso, e l’osso è che se i degenti fumassero tutte le sigarette che chiedono di fumare, be’ il quadro è chiaro, bastano le braccia allargate e lo sguardo sconsolato dell’infermiere, che comunque intenerito dall’espressione di Marco gli consegna una sigaretta e pure gliela accende, intimandogli che è l’ultima per oggi, almeno fino all’ora di cena.
Uscito l’infermiere il tempo si raggomitola e io non so da dove iniziare a scioglierlo. Devo andarmene? Devo restare? Non voglio abbandonare Marco, voglio solo essere liberato dal pensiero di abbandonarlo. Vorrei poter pensare senza comprimermi nella colpa dei miei pensieri, parlare senza sentire inopportuna ogni parola che dico. Continua a leggere

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L’amore difficile

Paura ti fece da bambina la strega
Che ha grandi orecchie e su quattro
Piedi s’aggira movendo intorno lo sguardo.

a-little-drop-of-waterPoi finalmente parlò. E disse: mi manca. La madre allora pianse. Abbracciò il marito, un uomo grosso che si alzò dalla sedia di ferro al centro della camera, una sedia che sembrava implorarlo di non sedersi di nuovo perché fragile. Nella stanza al quinto piano della Casa di cura il letto accanto a quello di E. era vuoto. La madre era sdraiata con gli occhi chiusi, ma non dormiva. Ascoltava il silenzio di E. Da giorni, da tredici giorni, non parlava e non mangiava. Poi all’improvviso quelle due parole: mi manca. Erano le prime dopo settimane di gelo, sembravano due gocce cadute da una stalattite attaccata al soffitto. Ma c’era solo la flebo.

-Chi? Cosa? La madre le chiese, con un sussurro, all’orecchio. Aveva paura di non sentire più quella voce. Era bella, E. Diciannove anni fragili.

Allora E. disse anche: acqua.
– Acqua. Il padre riempì un bicchiere azzurro e la madre l’aiutò a bere.

E. aprì gli occhi. Sorrise. Un sorriso triste al quale fecero eco i genitori. Cominciò così il disgelo. Piano. Una parola, una goccia. Fu un gocciare lento e inesorabile, il racconto. Una storia in una fleboclisi.La madre ascoltò tutto, raccolse tutte le gocce. Pianse. Poi chiuse gli occhi e strinse forte la mano del marito che sosteneva il suo sforzo. E. era stanca, dopo la confessione sembrava neve più bianca. Chiuse gli occhi. Si addormentò. Nella stanza arrivarono altre voci; i rumori svaniti tornarono, forti e vivi. Come quando, dopo l’Eucarestia, nella chiesa torna a scorrere la vita. La madre uscì nel corridoio e cercò un posto dove ci fosse meno rumore per fare una telefonata. Continua a leggere