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Le ricette dell’odio

white-bookSe l’eccessiva filantropia posticcia di cuochi stellari e stellati, illuminati da luce ex catodica ora digitale, vi provoca attacchi allergici oltre a improvvise voglie tassonomiche su improbabili spezie (capaci di guarire dall’unghia incarnita all’apnea notturna), dedicatevi come faccio io alle ricette dell’odio! Possibile che tutto debba essere un gesto d’amore? Anche lo sbattere due uova per una frittata? Siamo davvero sicuri che serva, che faccia bene, che nobiliti, chiamare in causa sempre e soltanto questo abusato sentimento ormai più vuoto di un grande magazzino outlet dopo gli sconti di gennaio?
Le ricette dell’odio è un vecchio e mai ristampato volumetto edito quasi semi clandestinamente in Italia circa dieci anni fa. Una brossura a filo estremamente elegante e della quale resta a mio avviso un mistero il perché non abbia riscosso tutto il successo che avrebbe invece meritato!
Tra gli assunti dell’autrice, la cuoca italo-tedesca Caterina Vorratskammer, per quanto politically uncorrect, troviamo un certo pessimismo riguardo la poetica della cucina e riassumibile con una frase estrapolata dall’introduzione dello stesso ricettario: “Possiamo anche credere a tutti quegli uomini che si riempiono la bocca di frasi fatte sentite da qualche opinionista Tv circa la convinzione che una donna debba conquistare il proprio uomo a partire dalla cucina, ma provate voi a rifiutargli del sesso orale e vedrete poi se un ragù o uno spezzatino faranno la differenza”. L’autrice mette in evidenza da subito una certa vis polemica variegata di cinismo e disaffezione verso il genere a cui le sue cure di donna e cuoca dovrebbero teoricamente essere indirizzate. Ma non solo agli uomini sono dedicate queste ricette dell’odio. Continua a leggere

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Un banchetto diverso

catering-matrimonioMelanie decise che il banchetto di nozze si sarebbe tenuto lo stesso.
Poteva tornare a casa a piangere senza ritegno davanti a uno specchio rigato e scrostato, che non sopportava più? Impossibile. Le ributtavano quelle venature nere del cristallo che le deformavano i lineamenti, anche quando ce la metteva tutta ad apparire presentabile.
Poteva rimettere piede nella sua stanza per piangere tutto il pomeriggio? Impensabile. Aveva sborsato buona parte dei risparmi per truccarsi come la sposa dell’ultima puntata della soap. E non avrebbe accettato che quel trucco si dileguasse nel liquido della disperazione. Anche se il lavoro di Chantal era venuto male, perché su di lei il nero pece del rimmel stonava.
Di nuovo il pianto infinito a bagnare la sua stanza? Improbabile. Avrebbe rovinato l’abito e l’organza leggera e bianca, che rischiavano in quel modo di trasformarsi in un impasto giallastro. Melanie detestava quell’umido acido degli occhi, che corrodeva guance e stoffa.
Sul sagrato della chiesa, dentro la solitudine dell’abito da sposa, si sentì una stupida a sperare che Robert sarebbe cambiato il giorno delle nozze. Lei se l’era preso così, belloccio e amante dei pub. Non era propriamente il modello di uomo presentato nella soap preferita, ma bastava un mazzo di fiori portato al pranzo della domenica a farle immaginare l’amore per tutta la vita.

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Le domeniche al mercatino

Prime edizioni, bizzarrie editoriali e curiosità in forma di libro

L’inserto domenicale di #Svolgimento dedicato ai libri recuperati in qualche mercatino,
negozio di antiquariato, rigattiere o fiera di Paese.
Oggetti capaci di affascinare, incuriosire, conquistarci fino alla brama del possesso,
da un euro in sù!

20151205_142548Per l’inserto domenicale di questa settimana, invece di limitarmi a presentare il libro che ho scelto, ho pensato di fare qualcosa in più. Un piccolo omaggio ai nostri lettori. In fondo al post infatti troverete una versione pdf del libro in oggetto così che possiate godere integralmente della lettura. L’unica aggiunta che ho fatto è quella delle immagini: mi sembravano le più adatte ad illustrare i temi trattati. Un libretto edificante del 1950 edito dalla Curcio per la collana BUC, Biblioteca Universale Curcio: Psicologia del matrimonio. Che cosa so io?  Siete felici nel matrimonio? Lo sono i vostri amici? Se non lo siete, di chi è la colpa? Una maggiore igiene, sia psicologica che sessuale, può contribuire ad un migliore equilibrio nella vita matrimoniale? Un utilissimo manuale per introdurre la nubile alle gioie della vita quotidiana, la moglie ai doveri della casa e la vedova alla miglior condotta per il proprio stato. Oggi che il matrimonio è sotto attacco del relativismo, di forze sociali e politiche che vorrebbero umiliarlo aprendo al sacro vincolo anche le coppie dello stesso sesso.

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Una casualita’ non casuale

imageQuella sera Vera aveva deciso di uscire dopo tante settimane. Tirò fuori dall’armadio il suo succinto abito nero, quello che metteva in risalto le sue forme e il suo decolleté , e che con grazia e disinvoltura amava indossare in certe occasioni. I suoi capelli lunghi e lisci biondo miele , esaltavano la sua innata femminilità.
La sua candida pelle emanava un soave e fruttato profumo, i suoi occhi scuri e profondi brillavano di una luce particolare che la rendeva bella e attraente.
Vera era sempre stata una donna dal temperamento impulsivo e passionale, era cresciuta in fretta senza neppure rendersene conto.
A quasi trent’anni non pensava al matrimonio, di certo non si sarebbe sposata solo per prendere marito, a differenza di molte altre donne.
La sua indipendenza economica l’aveva resa ancora più libera ed emancipata.
Dopo la laurea aveva iniziato a lavorare nella farmacia del padre, peraltro molto affermata, continuando nel suo tempo libero a coltivare quelli che erano i suoi hobby, e le sue passioni, come il ballo, la musica, e tutto quello che la faceva sentire viva.
Tuttavia il suo interesse per gli uomini era quasi sempre motivato dall’atteggiamento che loro mostravano verso di lei durante l’approccio , e il corteggiamento.
Vera detestava gli uomini volgari, cafoni , ed arroganti, che ostentavano una possessività ributtante. Un uomo così per lei non aveva nessuna chance . Continua a leggere

Salutami Van Gogh

Van Gogh1 - CopiaSeduto su una panchina di fronte al museo, sudato, pallido e un poco tremante, gli occhi rivolti al cielo e la testa tirata indietro, ad accompagnare dolcemente la spalliera, Alessandro piangeva. Passò così dieci minuti, prima che una solerte guardia armata, gigantesca e nera donnona posta a salvaguardia delle opere d’arte più amate d’Olanda, si avvicinasse per chiedergli in tre lingue: come sta, signore?

Era scappato via dal museo di corsa, come se ci fosse stato qualcuno a inseguirlo.
A quel punto si riscosse. Era ancora vivo e capace di rivedere alla moviola il proprio percorso di uomo abbandonato. E le prove ce le aveva nella memoria del cellulare, tra le foto che aveva appena scattato nel museo.
Sua moglie non poteva sapere, era in Italia, si trattava solo di uno scherzo della sorte. La risposta a una domanda che aveva fatto e a cui non aveva avuto risposta. O meglio, la risposta c’era stata ma non c’entrava niente con il quesito precedente. Cercò di calmarsi.
Eppure fino a dieci minuti prima era stato un uomo felice. L’uomo che era entrato nel museo che tanto aveva sognato di visitare. Finalmente di fronte al genio che aveva popolato l’immaginazione del ragazzo che lui era stato. Quello portato per l’arte e finito a fare l’ingegnere per una multinazionale. Ieri Roma, domani Londra, dopodomani New York. Oggi, però, Amsterdam. Di tempo solitamente ce n’era poco ma per quella visita lui lo aveva trovato. Aveva liquidato il responsabile del progetto riducendo all’osso la presentazione e accusando subito dopo un malessere per non dover partecipare alla cena organizzata dalla società. Tutto progettato nei minimi dettagli.
Ci pensava fin da quando era in Italia. Ne aveva parlato a Giulia, dopo che avevano fatto l’amore e lei si era alzata dal letto per andare in bagno, la camicia da notte tra le gambe per non sporcare in terra. Lui lo sapeva, cosa pensava lei: che era tutto inutile, che non ne sarebbe venuto fuori niente nemmeno questa volta. Non bastava fare sesso. Non erano servite tre inseminazioni ma il dottore aveva consigliato di continuare a provare. Almeno vi divertite: questo non lo aveva detto ma Alessandro era certo che fosse il suo pensiero. Lo sguardo che il luminare aveva dato al fondoschiena di Giulia nel salutarla dopo l’ultima visita, glielo aveva confermato senza possibilità di errore. Buon divertimento.

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Come la neve non fa rumore

DentelloNelle sere d’estate Lucio si concede l’abitudine di leggere un libro raggomitolato su una poltrona che accosta contro il muro, sotto il vano della finestra che affaccia sulla strada. Le ante aperte, legge al cerchio di luce del lampione che incombe sulla facciata dello stabile nel quale vive. E in questa sera tiepida di giugno è chino sulle pagine dell’ultimo Vila-Matas. D’un tratto ha bisogno di riprendere fiato, di riposare la vista. Si concede una sosta per orientare lo sguardo sulla strada, lasciandosi distrarre dal transito di un’auto, dal viavai di qualche passante. Dapprima non mette subito a fuoco ma poi distingue nitidamente, dall’altra parte della strada, nel parchetto spelacchiato che spezza la geometria monocorde dei due condomini che stanno dirimpetto al suo, una donna riversa a terra. L’occhio di bue del lampione, isola, nel ritaglio di buio, un seno scoperto. La vittima di un’aggressione, certifica lui, sconsolato. E riprende, con una specie di rinnovata voluttà, la lettura dell’amato Vila-Matas.

Stefano, mollemente supino sul divano, simula a intervalli regolari misurati colpetti di tosse, fintanto che Lucio, in un nuovo distacco dalla lettura, non deragli lo sguardo fino ai suoi occhi e lo contraccambi con un sorriso di complicità.
Lucio è sposato con una scrittrice di romanzi rosa e proprio questa sera lei torna a casa, reduce da un festival letterario.
Stefano si solleva con un balzo, si libera di uno sbadiglio e farfuglia: “Sai che pensavo? Che non ho mai visto quel film di quel regista iraniano, quello che racconta la storia di tizio che si innamora di tizia e che poi muoiono insieme durante gli scontri di non so quale rivolta. Dicono sia un capolavoro.”
Lucio non lo degna di attenzione, richiamato dalle sirene e dai lampeggianti che illuminano ora a intermittenza la penombra del salotto. Si alza dalla poltrona e si sporge fuori con il busto, i gomiti inchiodati sul davanzale. Un’ambulanza sta trasportando via la donna aggredita. Improvvisamente, come per ogni disgrazia, un capannello di spettatori morbosi si è adunato nel volgere di pochi minuti. Stefano, richiamato dal trambusto, raggiunge Lucio e, compresa d’istinto la dinamica, mormora: “Certo che vivere qui è folle. Fuori c’è tanto male, troppo male”. Lucio si irrigidisce, lascia trascorrere qualche istante di silenzio e si abbandona a un laconico: “Il male è dentro. Dentro di noi.”
Stefano sospira con ostentata rassegnazione e si lascia di nuovo cadere a peso morto sul divano. Accende la tv con il telecomando, si spinge a un’estremità del divano e invita Lucio a sedersi. “Dai, vediamoci quel film che ti dicevo. Lo danno ora su Rai5.” Lucio, con la voce che gli trema per il disappunto, lo ammonisce: “Ma che dici? Devo andare a prendere Irene alla stazione. Piuttosto al mio rientro non voglio vederti qui. Pensa come reagirebbe se ti scoprisse afflosciato sul suo divano”. Stefano sbuffa annoiato, come irritato da un puntiglio che deve ritenere molesto e aumenta al massimo il volume del televisore proprio nel momento in cui partono i titoli di testa del film.

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Scene di un matrimonio

imageDicembre 2010

Il sole faceva da padrone in quel cielo invernale, in cui si sentiva solo l’ odore acre dei camini accesi e delle castagne lesse, attrici delle tante
bancarelle ferme agli incroci e sui marciapiedi; era un giorno particolare per la famiglia Biancaccio: il matrimonio di Sara, terza figlia femmina in una famiglia di quattro.
Erano le dieci e trenta del mattino quando Sara, sotto al braccio del padre, varcò la soglia del portone entrando nella Tiffany decappottabile, schivando i fiori ed i coriandoli delle vicine di casa accorse per l’ evento; Sara era fatta così, stravagante, esuberante, originale e talvolta eccessiva in tutto quello che faceva, per questo, nonostante si sposasse in pieno inverno, aveva voluto una macchina decappottabile: diceva che tutto doveva essere come lo aveva sempre desiderato e nessuno, neppure le condizioni atmosferiche avrebbe dovuto influenzare quel giorno atteso tredici anni.
La marcia nuziale, i fiori sulle panche, la navata della chiesa percorsa a passo lento e con cenni di sorriso verso gli invitati, festosi ed ansiosi di poter vedere finalmente la sposa, un sorriso al futuro marito e via, il rito del matrimonio ebbe inizio: Piera aveva il cuore a mille, era emozionata e commossa per il matrimonio di quella figlia un po’ diversa dalle altre, troppo caparbia, determinata ma anche debole per tutto quello che aveva vissuto nei due anni precedenti.

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