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Torna 1 2 3 stella: letteratura, cinema e degustazioni

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GROSSETO – Mercoledì 5 ottobre il Cinema Stella apre la propria stagione cine/letteraria con un ospite d’eccezione: Pino Farinotti, critico cinematografico, scrittore e accademico (autore tra l’altro de “Il dizionario di tutti i film”, uscito per la prima volta nel 1980 e nel 2016 alla sua ventesima edizione). La serata organizzata dalla nostra Roberta Lepri si svolgerà con il seguente programma: Continua a leggere

Olita

image (1)Io ero la principessa di mio nonno, la regina del suo cuore. Ero la bambola che ogni sabato sfrecciava con lui seduta nel seggiolino della bici, vestita con un abitino bianco di garza e con un nastro di raso giallo annodato in vita. La prima fermata era al bar Sandy, perché io amavo il panino morbido dal gusto dolce salato, ripieno di burro e prosciutto, e lui lo sapeva. Così senza scendere dalla sella si accostava alla porta e gridava allegro al suo amico Giovanni “il sandwich!” e quell’altro arrivava con il sacchettino di carta che profumava della mia colazione. Io non glielo avrei mai chiesto, di comprarmi qualcosa. Non gli chiedevo mai niente perché non ce n’era bisogno: mio nonno realizzava qualsiasi cosa io desiderassi senza bisogno di parole. E mentre sfrecciavamo in direzione di Piazza di Sopra, dove ci attendevano gli amici del circolo dei canottieri, i compagni di partito e il direttore della banca, lui mi chiedeva “com’è? Bono eh?” e io facevo sì sì con la testa come i cagnolini finti che la gente metteva dentro le auto. Però stavo zitta.
Anche quando i suoi amici gli dicevano “Carobi ma che bella nipotina che hai!”, io sorridevo per gentilezza ma non fiatavo. E lui rispondeva “E’ brava!”, perché in casa nostra alla bellezza nessuno ci faceva caso, ed erano più importanti altre cose, come saper fare i prosciutti buoni o essere bravi pescatori. E a questo proposito lui si ricordava sempre all’improvviso che c’erano da comprare i bigatini, e così scappavamo via.

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Siamo tutti Genovesi

ondeL’appuntamento è alle 18,45.
Passo a prenderlo puntuale in albergo con quaranta gradi all’ombra e lui è già fuori ad aspettarmi. Chiarisce subito: “Io con questo caldo ci sto bene”. È il primo che trovo a pensarla come me. Mi immagino sua gemella, nella stessa culla. Però è più giovane e scrive meglio di me, perciò fratello non può essere.
Genovesi è magro fino all’osso e ha gli occhi buoni. È triste anche quando sorride e sorride spesso. Non si vanta, i complimenti lo imbarazzano e a ogni mia svenevolezza letteraria a proposito del suo libro risponde “ ma no …”
Arriviamo in centro, Ogni tanto ripenso a Chi manda le onde.
Chi manda le onde è qui con me, adesso. Vorrei dirgli grazie. Vorrei spiegargli che mi ha regalato una pausa in un momento tanto difficile. Una sospensione dal dolore. Me ne manca il coraggio, non mi pare giusto ammorbarlo con questioni personali. Cerco solo di fargli capire quello che penso e ogni tanto mi scappa un “tu non ti rendi conto …” Così finisce che a tratti lo imbarazzo e non sappiamo più che dire.
Intanto ci incamminiamo verso il centro. Decidiamo di rimandare la cena a dopo la presentazione, adesso ci facciamo un bicchiere di vino. Lui bianco fermo. Io, manco a dirlo, prosecco.
Gli passo la rassegna stampa: gli amici giornalisti de La Nazione e de Il Tirreno, gentilissimi come sempre, hanno fatto due bei pezzi. Pare sorpreso di tanta organizzazione. Gli parlo di facebook, di twitter, dell’hashatag #dilloalleonde, lanciato con la complicità di #Svolgimento (il blog che curo con Anna Wood e Gianluca Meis). Non la smetto più di parlare. Mentre lo faccio, penso che dovrei mangiarmi la lingua. Lui, se pur stanco per il viaggio e il caldo, si entusiasma per ogni iniziativa. Continua a leggere

Incipit d’autore: “BIANCIARDI D’ESSAI” di Irene Blundo Ed.Stampa Alternativa/Millelire

foto(4)Non gli toccate Bianciardi. Non provate a darne visioni accademiche. Isaia Vitali ha conosciuto Luciano Bianciardi alle conferenze letterarie alla biblioteca comunale di Grosseto. Nei dibattiti accesi, in quella via Mazzini dove ancor oggi la Chelliana non è più tornata, si praticava il lavoro culturale. Poteva capitare di discutere con Pier Paolo Pasolini, che una volta dovette dormire all’albergo “Bastiani” perché qualche benpensante aveva squarciato le gonne della sua macchina, e accadeva di confrontarsi con Manlio Cancogni o Romano Bilenchi. Gli si accendono gli occhi e il tono della voce si fa intenso, quasi combattivo. Isaia ripensa volentieri a quel periodo. “Quando Luciano mi vedeva arrivare per il Corso con i miei due fratelli maggiori, Aladino e Azelio, diceva di pensare a un film di vendetta”. È una definizione di quei tre ragazzi a spasso in centro che inorgoglisce il giornalista che anche dopo gli 80 anni ha continuato instancabile ogni giorno ad andare in redazione, lavorando alla tastiera con lo schermo piatto davanti, e navigando su Internet. Adesso preferisce leggerlo in poltrona, anziché farlo, il giornale.

Corso Carducci è ancora il posto dello struscio, dove i giovani si inseguono con gli sguardi. Bianciardi ricorda spesso le sue passeggiate quiete, così diverse dal militaresco modo di camminare riscontrato più tardi a Milano. Scrive ne L’integrazione: “[…] Quando ci ebbero messo i calzoni lunghi – quattordici anni ormai, e Marcello sedici – si cominciò a passare la sera per il corso, a guardare il passeggio, come i giovanotti grandi, quelli che già portavano la camicia blu, la cravatta chiara, le scarpe mezze bianche e mezze nere. Fermi in gruppo a un cantone fischiettavano “Ramona” e intanto scrutavano con occhi da cavallari le zampe e i lombi delle ragazze. Attendevano la primavera, credo, solo per quello, per vedere che cosa era maturato durante i mesi freddi sotto i cappottini”.

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