Archivi tag: Gianfranco Spinazzi

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sigarettaMarco mi chiede delle sigarette, le sue gliele ha sequestrate l’infermiere, dice che gliene dà due o tre al giorno, dice che vuole ammazzare l’infermiere. Meglio di no, faccio io cercando il tono faceto consigliato per l’occasione. Consigliato da chi? Non ho parlato con alcun medico, alcun esperto, mi faccio esperto io, non credo ci voglia chissà quale scienza per optare per un tono scherzoso.
Marco non sta allo scherzo, ha il dramma dipinto in viso, il dramma di chi non può fumare e sarebbe disposto a uccidere pur di farlo. Provo vergogna, ho le sigarette in tasca e le accenderò non appena sarò fuori di qui. E’ troppo per me questo divario, sto per tirare fuori il pacchetto quando vedo dirigersi verso di noi l’infermiere. Giovane e aitante, la sua presenza smorza il mio imbarazzo, il tema immediato verte sulle sigarette, -Vede-, mi fa, -suo fratello, suo cugino, parente … -Amico-, faccio io. -Il suo amico è un bel furbetto.- -Lo so, lo so-, concludo colorando l’asserzione, anche se la furbizia di Marco non rientra nei dati che ho di lui. Qui i dati sono ridotti all’osso, e l’osso è che se i degenti fumassero tutte le sigarette che chiedono di fumare, be’ il quadro è chiaro, bastano le braccia allargate e lo sguardo sconsolato dell’infermiere, che comunque intenerito dall’espressione di Marco gli consegna una sigaretta e pure gliela accende, intimandogli che è l’ultima per oggi, almeno fino all’ora di cena.
Uscito l’infermiere il tempo si raggomitola e io non so da dove iniziare a scioglierlo. Devo andarmene? Devo restare? Non voglio abbandonare Marco, voglio solo essere liberato dal pensiero di abbandonarlo. Vorrei poter pensare senza comprimermi nella colpa dei miei pensieri, parlare senza sentire inopportuna ogni parola che dico. Continua a leggere

Incipit d’Autore: “Il Palazzo” AA.VV. edizioni Tragopano

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Il Conte

Ho infilato la mano in tasca alla ricerca degli occhiali. Quando mi ubriaco, il giorno dopo cerco sempre gli occhiali, li invoco a voce alta nel caso non li trovassi nelle tasche. È un gesto propiziatorio: rinforzando il senso della vista, anche gli altri sensi tornano a norma. Non li ho trovati, allora mi sono preso la testa tra le mani e ho cercato di fare luce tra la nebbia.
Ragazzi, avete trovato i miei occhiali?
Ieri ho rotto l’ultima tazza di porcellana del servizio che avevo salvato dai creditori, l’ho scaraventata a terra, come ho fatto con i bicchieri di cristallo, quelli rimasti, seduto in poltrona davanti alla televisione. Ragazzi, avete un bicchiere? Che non sia uno di quelli carta, mi raccomando…
Ho sentito una porta sbattere. Poi una voce. Mi sono ritirato. Ho aumentato il volume del televisore.
-Non mi avrete!- L’uomo si spara alla tempia. È solo un attore. Cambio canale.
Nel 2100 gli oceani cresceranno di 25 centimetri. Numeri che non mi toccano. Cambio ancora: il ghigno vendicativo di Berlusconi. Le beghe di palazzo, fa l’annunciatore stigmatizzando la politica. Il mio palazzo ha le crepe. Parola di cinque lettere come beghe.

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Chiodi, viti, rondelle …

spinazziSecondo non era vecchio, aveva appena compiuto trent’anni, ma conosceva lo schiaffo del tempo, vertigini millenarie quali l’età della terra, la generazione di dinosauri, le dinastie dei più remoti monarchi del mondo. Il secolo e più di vita del Magazzino e Ferramenta Ratti lo rassicurava sulla evoluzione della civiltà. Si poteva entrare e uscire a piacimento, fermarsi fino al momento della chiusura senza alcun vincolo di permanenza. La libertà di disporre di uno spazio (e un tempo) commerciale ricordava a Secondo l’agio provato nel sostare nelle grandi librerie delle metropoli europee.

La casa si evidenziava all’entrata. La cucina, luogo di imbarbarimento della specie, annunciava la limpidezza della vita. Piatti, posate, bicchieri, tazze, teiere, bollitori, shaker, batterie di pentole, tegami, casseruole, colini, sessole, bistecchiere, affettatrici, zuccheriere, impastatrici, tutto appariva in una veste lucente e armonica. Luogo dell’eterno ritorno non del cronico ristagno. Regnavano il bianco delle ceramiche e i bagliori delle superfici metalliche; all’ordine modulare dei ripiani orizzontali si intersecava l’ordine sparso ma non meno esemplare di aspirapolvere, scope elettriche, ventilatori a piantana, bastoni per tende, tavolette per mantovane, profili in alluminio, moschiere componibili…
Articoli da regalo e per il bricolage, 765/A, xkj157…
Una scala portava alla casa cubica, abitata da frigoriferi, lavastoviglie, lavatrici, congelatori, a cui facevano cornice, come in una sorta di corona boreale, sequenze di televisori, i più accesi a immagine e dimostrazione di mondo e vita.

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I MARI DEL SUD DI CALLE DEI FABBRI – Gianfranco Spinazzi Ed. Tragopano

auguri009  Ti dici: sono un foglio di carta, una penna, una gomma. Non ti senti di dire “sono una storia”, non ti addentri fino a questo punto, non rischi, disponi di strumenti non eventi. Li tieni in mano con la fiducia che riservi ai teoremi, anche se si tratta di un semplice foglio di carta, una penna, una gomma. Sai che puoi partire con quello che hai, che tutti possono avere: basta entrare in una cartoleria.    Sono entrato da ‘Testolini’ in Calle dei Fabbri e sono uscito con una cinquantina di cartelle formato 25 x 34, di vari colori. Più una serie di pennarelli ed evidenziatori, anche questi di colori diversi.    Non so se la provvista mi basterà, soprattutto le cartelle: non so ancora cosa dovranno contenere, dovrò decidere come e quanto riempirle non appena aprirò il primo dei nove cassetti della cassettiera.  Affidarmi alla cassettiera credo possa dispensarmi da sorprese, sproporzioni e delusioni. Mi sono detto che un simile mobile dall’ineccepibile funzionalità, elude l’emorragia del singolo cassetto e l’aleatorietà dell’angolo. Ben nove cassetti sono più che sufficienti per non compromettermi in intimità troppo assembrate o troppo disperse.    Una cinquantina di cartelle mi permetteranno di non dolermi di non essere una storia ma soltanto una serie di frammenti. Se disponessi di una o due cartelle dovrei presto fermarmi e attendermi delle conclusioni. Così invece potrò spaziare senza dover rincorrere bilanci e profitti. Quando avrò finito sarò troppo stanco per avanzare pretese: la stanchezza sarà la mia soddisfazione, la mia misura responsabile.    Apro il primo cassetto. Che sia il primo in ordine di tempo mi sembra ovvio, non vedo alcuna ragione logica che mi abbia spinto a usare altri cassetti per iniziare a riempire la cassettiera.

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Spatola

velatura verdeAvevo appuntamento con Marta, sapevo che come al solito avrei dovuto sopportare il suo ritardo, poco male, sarebbe stata l’ultima volta: ci eravamo lasciati.

Impalato in attesa a un angolo di strada, mi trovai accanto a una signora anziana che parlava al cellulare, naturalmente a voce alta, tanto che non potei fare a meno di ascoltare quello che diceva, anche perché ripeté le stesse parole per non so per quante volte. A un primo momento fu proprio il parossismo della ripetizione a colpirmi, non tanto il tenore di ciò che veniva ripetuto. Visto che la donna continuava nella sua sequenza senza fine, mi trovai mio malgrado coinvolto in un contesto che presto prese le cadenze di considerazioni generali: gli errori compiuti nel corso di una vita! Le parole ripetute dalla donna erano: “Così fai peggio, così fai peggio, così fai peggio”!

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Verità

BarSono un frequentatore di bar. Mi piace chiamarli taverne. E’ il mio modo di annettermi un po’ di mito. Sentire storie di bar non è come sentire storie di taverne.

Sono tante le storie che sento, alcune con un senso, altre alla deriva del senso. La mia attenzione è rivolta verso questo secondo tipo. Mi piace trarre dall’apparenza richiami contradditori e affermazioni criptiche, spesso esaltate dall’eccedenza di alcol. Tanto per dirne una, meno di un’ora fa ho sentito un avventore esclamare: -La porta era chiusa e aperta-. Dovevo ancora bere il mio primo bicchiere, non posso aver sentito male, e nemmeno l’uomo che aveva parlato sembrava storpiare le parole per effetto dell’alcol, e allora perché mai citava una porta chiusa e aperta allo stesso tempo? Forse intendeva dire socchiusa, semichiusa, mal chiusa. Avrei voluto saperlo, e forse avrei arrischiato di chiedere chiarimenti se più forte non fosse stato il pensiero che aprire e chiudere una porta senza soluzione di continuità possa costituire l’esattezza per colui che del bar fa la propria casa. Si fa una cosa perché alla fine si è la cosa stessa: non esistono passaggi intermedi. Non vige più distinzione tra fuori e dentro. Entrare-uscire: il corpo non conta.

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