Archivi tag: Biagio Mazzeo

Via d’uscita

Un racconto inedito su Biagio Mazzeo

Consigliato a chi gioca a nascondino con la propria identità e a tutti coloro che pensano che dietro la richiesta di accoglienza degli omosessuali nella Chiesa e nelle sue tradizioni ci sia solo un capriccio o un desiderio di attirare attenzione. Consigliato a chi non si ferma all’apparenza.

12279405_10208070797993664_1303280013_oMe l’avevano trovato in pancia. Una bestia di quasi un chilo. Erano mesi che avevo forti dolori che mi svegliavano la notte. Pensavo fosse l’ulcera perché sputavo sangue. Ma era una vita ormai che sputavo sangue, quindi ci avevo dato poco conto. Non avevo tempo per farmi dare una controllata. Passerà, pensavo. Quando però il sangue iniziai anche a pisciarlo, allora capii che era una cosa seria. Molto seria. Ma era troppo tardi ormai. Il medico mi disse come cazzo ero potuto andare avanti per sei mesi con quel carcinoma addosso. Disse qualcosa sul fatto che era come se stessi girando con la tasca marsupiale di un canguro, quanto a peso. Sembrava voler infierire dicendomi quanto ero stato stronzo ad aspettare così tanto, che avrei dovuto qui e avrei dovuto là… Alla fine mi ruppi il cazzo e gli domandai quanto mi restava. Lo pregai di non girarci attorno, e gli chiesi se fosse operabile e quanto avevo ancora. Lui scosse la testa. Il tumore si era esteso anche agli altri organi interni. Era arrivato fino ai polmoni. Dal plesso solare in giù, ero cosa sua. Quanto?, chiesi. Due, tre, massimo quattro mesi, rispose. C’è qualcosa che posso fare?, chiesi. Fare testamento, diceva il suo sguardo. Pregare, disse la sua voce.

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Incipit d’Autore: Per Sempre di Piergiorgio Pulixi, edizioni e/o

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Mazzeo voleva che lei conoscesse l’inferno. Boran Paja l’aveva accontentato, affidandola al peggior sfruttatore che conoscesse.
Ma quando il poliziotto gliel’aveva portata, Boran si era detto che sarebbe stato uno spreco non approfittare di quella ragazza: era bellissima, una delle più belle che avesse mai visto, e aveva uno sguardo combattivo che sembrava sfidarlo ad addomesticarla. Ci aveva provato, ma lei l’aveva graffiato e picchiato. Era stato costretto a infilarle un dito nella ferita d’arma da fuoco al fianco e a rigirarlo più volte per farle capire chi comandava.
Lei aveva gridato di dolore e poi aveva pronunciato un nome che l’aveva raggelato.
Gjon Dajani.
Questo aveva urlato.
Boran conosceva quel nome. Apparteneva a uno dei principali boss della mafia albanese ricercato dalle forze di polizia di mezzo mondo.
Parte dei soldi che Paja guadagnava in qualche modo finivano nelle tasche di Dajani per comprare la protezione del suo clan in Albania.
«Come fai a conoscere questo nome?» le aveva chiesto, intimidito.
«Non conosco solo il nome, conosco anche lui» aveva risposto lei in italiano, sputandogli addosso. Era vero. Una volta Gjon aveva provato a fottere Ivankov, uccidendo due ceceni appartenenti al suo clan per fargli capire che non aveva intenzione di pagare per un carico rubato.

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Come fossi una bambola

Racconto inedito su Biagio Mazzeo

12000114_10207711322206994_1760912509_nSi era innamorato di un’altra. Adele Rotundo, una biondina insipida trasferitasi da poco nel quartiere. Non sapeva cosa potesse trovarci in una così perfettina che parlava bene, profumava di lavanda e non li seguiva in nessuno dei loro giochi per paura di sporcarsi gli abiti immacolati. Forse gli piaceva il fatto che fosse così diversa da loro, come se fosse di un altro mondo, quel mondo pulito e ricco a cui lui aspirava. All’inizio Donna aveva pensato che fosse una cosa momentanea. Il fascino della novità. Ma quando si era resa conto che tutte le attenzioni che prima lui riversava verso di lei ora erano esclusiva prerogativa di quella bambina e che giorno dopo giorno Biagio la stava tagliando fuori, aveva pianto di gelosia e si era ripromessa di fare qualcosa. Aveva preso a girare loro sempre intorno cogliendo ogni occasione per umiliarla e denigrarla, cercando di aprire gli occhi di lui sull’inettitudine di lei. Adele quasi sempre scoppiava a piangere come da sciacquetta qual era. Ma questo, anziché metterla in luce agli occhi di Biagio mostrandogli che Adele non era alla loro altezza, suscitava la sua ira e lo avvicinava ancora di più a lei. Biagio attaccava Donna, le diceva di lasciarli in pace e di smetterla di stare loro in mezzo. Donna, sentendolo, avrebbe voluto scoppiare a piangere pure lei ma non voleva dargli quella soddisfazione.

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La promessa

Con questo racconto inedito su Biagio Mazzeo, di Piergiorgio Pulixi, #Svolgimento si prende una meritata pausa estiva. Ci rivediamo a settembre, pronti per nuove iniziative e tanti nuovi racconti. Per chi fosse interessato e volesse vedere i propri racconti pubblicati su #Svolgimento la nostra mail è svolgimento@gmail.com

Buone vacanze e buona lettura!

11824031_10207379146222802_1196181302_nLe tre ragazze erano sparite da quattro giorni. Gli inquirenti erano convinti che non si conoscessero tra loro e che a parte l’età, la nazionalità e l’estrazione sociale, non avessero nulla in comune. Tutti però sapevano che era strano. Tre ventenni di buona famiglia non spariscono così nel nulla, di punto in bianco. Non senza una buona motivazione. Fino a quel momento non era arrivata nessuna richiesta di riscatto, e non era stata trovata alcuna traccia che potesse instradare gli investigatori sulla pista di un rapimento o di una fuga programmata. Questo stendeva un oscuro presagio su quella faccenda. Quello però che né i giornalisti né l’opinione pubblica sapevano era che tra i poliziotti serpeggiava un profondo nervosismo perché sentivano brutte vibrazioni su quel caso. Non era qualcosa di razionale ma più una sensazione sottopelle, frutto dell’esperienza e dell’istinto di strada. Avevano la netta percezione che quella storia non sarebbe finita bene.
Le teorie si sprecavano sia dentro gli uffici della Mobile che nei programmi d’approfondimento senza però portare a nulla di concreto. L’unico dato certo era che le ore stavano passando, implacabili, e quel mistero s’infittiva sempre più.
Poi, all’alba del quinto giorno due agenti di pattuglia trovarono il cadavere di una ragazza e le cose per gli abitanti e i poliziotti della Giungla cambiarono per sempre.

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“Nessuno è innocente” – di Piergiorgio Pulixi

11165996_10206640061266140_670480684_nDi notte siamo tutti più deboli. I rimpianti, i ricordi, i rimorsi, la paura per il futuro, con il buio triplicano d’intensità. La luce li scaccia via, o sembra attenuarne la forza. Ma nella solitudine dell’oscurità non c’è nulla in grado di fermarli. Ti si schiantano addosso come una macchina fuori controllo, e tu lì, piantato in mezzo alla strada, impossibilitato a muovere un muscolo.
Io la notte sono debolissima. Il mio appartamento è troppo silenzioso. Combattere con i miei pensieri, troppo arduo. Per questo mi sono fatta spostare al turno notturno. Per rimanere impegnata, pensare al lavoro e non ai miei casini. Scaccio i miei problemi con quelli degli altri. Per ora funziona. So che non è una soluzione e che sto rimandando il problema, ma per adesso va bene così. Finché Leonardo si deciderà finalmente a lasciare la moglie perlomeno e verrà a riscaldare il mio letto sette giorni su sette. O magari anche questa è solo una disperata illusione. Forse la più grande di tutte.

Certe notti in commissariato sembrano non passare mai. Altre schizzano via veloci come un proiettile, ma alcune – come questa – non ne vogliono sapere di passare. Odio quand’è così, perché l’attesa e la noia mi fanno venire fame. So di non poter mangiare per via di questa cavolo di dieta singhiozzante che mi tiro dietro da anni ormai, così come so che per ingannare la fame mi getterò sui caffè della macchinetta, e quando smonterò ne avrò bevuti talmente tanti che di dormire se ne riparlerà la settimana prossima. È bastarda la noia. Quasi quanto quegli uomini che dicono di amarti ma non riescono a troncare con le mogli.
Do un’occhiata all’orologio: le tre e mezza. Basta scartoffie e Norah Jones in sottofondo. Mi metto il cappotto e prendo le chiavi della macchina. Basta ufficio. Ho voglia di scivolare sul litorale, rincorrendo il riflesso della luna sull’acqua, i finestrini aperti, e il borbottio del mare e il suo respiro fresco a riempire l’auto. A riempire me. Continua a leggere

Il quarto sparo

racconto su Biagio Mazzeo

10726671_10205029020911138_608677931_nSanto Spada gliel’aveva sempre detto. Ci sono due modi per comandare: con la paura o con l’amore. In cuor suo Mazzeo sapeva che la paura dura più dell’amore. È più affidabile, impermeabile alle infiltrazioni del tempo se esercitata con costanza. Sapeva anche che la paura sarebbe dovuta essere sempre la sua prima scelta, sia nelle strade che con i suoi uomini. Per le strade non aveva nessun problema: tutti avevano terrore di lui che non si metteva alcun problema a seminarlo con rigore quasi scientifico. Con la sua famiglia, invece, era diverso. Li amava. Qualcuno più di altri, come accade nelle vere famiglie di sangue. Ma a ogni modo amava tutti i suoi ragazzi. E aveva iniziato ad amare anche Valeria D’Angelo, la ventiseienne che stava servendo ai tavoli del pub. Biagio ormai la conosceva da circa sei anni, quando dopo essersi fatto segnalare da un suo contatto alla Facoltà di Medicina quali fossero le matricole più brillanti, l’aveva scelta tra la rosa dei candidati. La preferenza era caduta su di lei perché era molto brava e preparata, certamente, ma soprattutto perché era in difficoltà economiche; i genitori non erano messi bene finanziariamente, e lei era costretta a lavorare fino a tardi in una pizzeria di merda nel centro per pagarsi studi e alloggio fuori sede.

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