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Stanze separate

16145687_10211754352000212_760352539_oDopo quella notte non avevano più dormito insieme. Lei aveva continuato a stare nella loro camera. Lui, in quella della figlia. Si stavano smarrendo ognuno nel proprio dolore. Anime alla deriva in uno stesso oceano, ma su zattere diverse destinate a non incontrarsi più. Il loro distacco non era una questione di disamore, ma di sopravvivenza. Il peso di ciò che avevano dentro, se condiviso, avrebbe fatto affondare qualsiasi imbarcazione. Per questo si stavano ignorando, navigando su chiatte e rotte differenti: per non colare a picco nell’abisso dei sensi di colpa. Avevano preso il largo senza il conforto di alcun punto cardinale, senza nessun faro che scalfisse la pece della notte. Rimanere ancorati a terra avrebbe significato morire; così, si erano lasciati fagocitare dal buio senza pensare a chi e come avrebbe provveduto alla propria salvezza. Forse perché in loro stava macerando la cognizione che non vi è scampo da se stessi. La redenzione era qualcosa al di là della loro portata, come la felicità e il ricordo di quella che era stata la loro vita perfetta.
Fu lei a capire che l’oceano li stava uccidendo. Se non fossero tornati a terra, presto sarebbe stato troppo tardi.
Spense la televisione e andò da lui. Lo trovò imbozzolato nel proprio dolore sul letto della figlia. Era la prima volta che entrava nella stanza di Chiara, da quella notte.
«Dormi?» gli chiese. Continua a leggere

Il vento che hai aspettato

TendaC’è un’aria che filtra leggera dalla finestra accostata. E’ il primo cenno di primavera.

Meriterebbe di sporcarsi le mani, seminare basilico e salvia, colorare di fiori il balcone. Sudare al vento di aprile, mentre sversi la terra nei vasi, la pigi, la spingi e infine la innaffi. Rialzarsi con grande fatica, la schiena è un bastone ritorto e le gambe andrebbero bene se non fosse che pesano, anche al mattino, anche nel letto. Ti sposti i capelli dal viso, una ciocca d’argento non conosce il suo verso, apprezzi il momento in cui laverai il tuo lavoro, a pezzi, la doccia è ormai un lontano ricordo, e speri che qualcuno arrivando, si accorga di quello che hai fatto.

Torneresti in cucina a preparare la cena. Può darsi che serva stasera, altrimenti sarà per domani. Può darsi che arrivino in cinque, oppure nessuno. Aspetti che squilli il telefono e intanto ti sposti per casa. Gli anni e i minuti ti hanno allenato all’attesa. Non serve impegnarsi e neanche i rimproveri. Sei lì e ti basta sapere che ti troveranno, pronta a mettere a tavola se solo lo vogliono.

Una foto da incorniciare, una sciarpa avviata da terminare, in ogni stagione, anche d’estate, un disegno di quello più piccolo da guardare ancora una volta per tornare a sorridere e i nastri già usati, da mettere a posto perché arrivi Natale. Le bollette da pagare e quella lettera che non riesci a capire, da far leggere al primo che arriva per farla spiegare, ma è solo una scusa per sentirlo parlare e poi anche al secondo e al terzo se capita. L’orologio ti dice che è tardi, affretti il tuo ritmo, ma lo sai che è spostato in avanti e ti prendi in giro da sola.

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Nient’altro importa

viaggio-in-trenoSono finalmente sul treno. Ho aspettato due anni per poter fare questo viaggio e adesso che sto per partire quasi non ci credo.
Posto 6B. Sistemo la valigia nel portabagagli sopra la mia testa, mi siedo e aspetto la partenza.
Mi son portata un libro da leggere durante le ore di viaggio verso Firenze. Spero di non trovare intoppi sulla linea, non voglio assolutamente fare tardi.
Vorrei mandare un sms a Luca, ma ho paura di disturbarlo. Magari è a scuola. Un leggero movimento del treno mi fa capire che sto per lasciare la mia Milano.
Guardo fuori dal finestrino e mi ricordo di non aver avvertito le mie amiche. Chiamo Matilde, tanto anche se è a scuola adesso dovremmo avere educazione fisica, quindi mi può rispondere senza problemi.
“Tesoro perchè non sei a scuola? Tutto bene?”
“Sì sì, non ti preoccupare. Mi sono dimenticata di avvertirvi che oggi parto. In realtà son già sul treno” scoppio a ridere “starò via un paio di giorni”
“Vai da quel ragazzo a Firenze?”
“Ehm sì, Mati.. non dire nulla ai prof, ti prego”
“Vai tranquilla, divertiti e non far cazzate” scoppia a ridere anche lei.
Saluto. Quanto è cretina. Ok, rimetto il telefono nella borsa proprio nel momento in cui il controllore entra nel mio vagone. Biglietto a posto.
Bene.
Ansia alle stelle.
Dopo aver aiutato una signora a sistemare il suo bagaglio, mi metto ad ascoltare la musica. Un po’ di relax ci vuole.

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A break in the wall

wallEra impossibile immaginare di continuare così. In casa un clima invivibile, urla continue, porte sbattute, lei che piangeva da una parte e lui che imprecava dall’altra. Nessuno li aveva obbligati ad avermi e io, giuro, non ne potevo proprio più. La mattina mi svegliavo e, prima ancora di alzarmi, allungavo l’orecchio per avere un minimo preavviso su quello che mi avrebbe aspettato. Se c’era silenzio in casa, voleva dire che mi ero svegliato prima e allora un briciolo di colazione in santa pace riuscivo pure a farlo, ma il più delle volte ero io a non finire il sonno, interrotto dalle loro urla che, spesso, proseguivano dalla notte senza fermarsi un secondo. Il motivo era sempre lo stesso. Lei aspettava il suo rientro per cena, a volte lui chiamava inventandosi una scusa, altre invece spariva rimandando l’esercizio di fantasia al rientro. La vedevo macerarsi nel dubbio, in una spirale di ansia che la faceva gonfiare. Stavo male a guardarla. Avrei voluto una carezza, una parola rivolta anche a me, e invece no, nulla, nel momento dell’ora cattiva lei camminava avanti e indietro, dalla finestra al tavolo, cercava di fermarsi, di sedersi raccontandosi che forse stavolta non era come le altre, che doveva stare calma e si rimproverava il suo non essere moglie devota. Sì, devota come la vicina del piano di sopra che accettava di buon grado il rito del venerdì sera, quando tutto il quartiere sapeva dove andava il marito, e anche lei lo sapeva, ma mai che si fosse sentito un fiato arrivare dalla sua casa. No, non era una buona moglie, non era devota e neanche paziente. E allora tornava ad alzarsi e tornava alla finestra e tornava a piangere, stringendosi le mani per la rabbia.

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Il paese è piccolo e la gente pedala

c92681d5b31fe332a0cce0f67e50ef3aSenza volermi vantare o peccare di presunzione, posso affermare di essere un’autorità in paese. Certo, non sono al livello del dottore. Non sono un tipo studiato e se qualcuno ha il raffreddore non so consigliare niente di meglio che latte caldo con la grappa. Non sono nemmeno una guida spirituale come il prete. Anzi, quando mi cade un bullone o un ingranaggio si incastra, uso il nome del Signore in modi molto poco rispettosi. Non sono nemmeno informato su ogni fatto del paese come la panettiera. Il più delle volte non ricordo nemmeno il nome di tutti gli abitanti del paese.
Però, in un posto dove ci sono salite e discese in numero uguale, anche chi accomoda bici ha il suo ruolo di primo piano.
Qui tutti hanno un veicolo a due ruote per affrontare le salite che spaccano i polpacci e le discese che scompigliano la permanente delle signore dopo la messa in piega del sabato pomeriggio. Quando una catena decide di mollare il colpo lasciandosi cadere come se fosse in preda agli svenimenti o quando un freno non vuole collaborare alla seconda curva a gomito appena dopo la tabaccheria vengono tutti da me. Non sarò il prete e non li confesserò, ma so per certo che il proprietario di questa vecchia legnano ieri sera ha bevuto un bicchiere di troppo. La forcella completamente storta racconta una caduta nel fosso. Forse è meglio che la sua signora non lo venga a sapere e io mantengo il segreto del confessionale.
Non sarò il dottore e non prescriverò pillole per il mal di testa. Ma dovrei consigliare al proprietario di questa carnielli di non esagerare con i fuori pista. Le ruote consumate fino all’osso mi fanno temere per le articolazioni del ciclista spericolato.
Di sicuro non sono la panettiera che sconta il prezzo di una pagnotta per ogni notizia succosa, ma la signorina proprietaria di questa graziella non dovrebbe lasciare i biglietti del proprio corteggiatore nel cestino di vimini, tra gli scontrini della spesa e i volantini del prossimo concerto in città.

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Sfida – Racconto 3° classificato al concorso letterario “Labirinti di Parole”

fasce-alle-mani-boxe-donna_600x420_32677Uscì annaspando dal sogno viscoso.
– È oggi.
La consapevolezza la colpì con un crampo alla bocca dello stomaco, mozzandole il fiato. Si rannicchiò istintivamente sul fianco nel tepore del letto cercando conforto nel profumo familiare del suo cuscino. Aprì gli occhi e le ci volle un attimo per ritrovare la stanza. E il pensiero.
Poi la disciplina prese il sopravvento.
“Aranciolimonemandarino fragola ciliegia… aranciolimonemandarino fragola ciliegia” la cantilena le risuona in mente. Con la memoria torna nel cortile, le amiche che reggono i capi della corda e li fanno ruotare e lei spensierata che salta all’infinito senza mai sbagliare, un ricordo luminoso tra momenti opachi.
Primi due minuti: piedi uniti, skip, di nuovo piedi uniti: passare da uno all’altro con naturalezza. Il battito cardiaco sale, dalla fronte cominciano a staccarsi le prime gocce di sudore. Tre minuti: il ritmo deve salire ancora, la corda è solo un arco che sibila, la cantilena in testa non è abbastanza veloce, ora ci sono solo il respiro, il ritmo e il sudore. Ancora una mezz’ora di colpi veloci al sacco e per oggi basta così.
Nel vapore della doccia si insapona massaggiando il corpo snello e muscoloso. Non si considera bella: guardandosi vede solo massa utile, potenza. Il peso è solo il parametro che serve per rientrare nella categoria.
Si sofferma un po’ più a lungo sull’addome: è piatto con i muscoli ben disegnati. A Matteo piaceva seguire con la punta del dito le linee dei suoi muscoli.
– Sei tutto per me. – Per un po’ è stato bello crederci. Continua a leggere

L’amore difficile

Paura ti fece da bambina la strega
Che ha grandi orecchie e su quattro
Piedi s’aggira movendo intorno lo sguardo.

a-little-drop-of-waterPoi finalmente parlò. E disse: mi manca. La madre allora pianse. Abbracciò il marito, un uomo grosso che si alzò dalla sedia di ferro al centro della camera, una sedia che sembrava implorarlo di non sedersi di nuovo perché fragile. Nella stanza al quinto piano della Casa di cura il letto accanto a quello di E. era vuoto. La madre era sdraiata con gli occhi chiusi, ma non dormiva. Ascoltava il silenzio di E. Da giorni, da tredici giorni, non parlava e non mangiava. Poi all’improvviso quelle due parole: mi manca. Erano le prime dopo settimane di gelo, sembravano due gocce cadute da una stalattite attaccata al soffitto. Ma c’era solo la flebo.

-Chi? Cosa? La madre le chiese, con un sussurro, all’orecchio. Aveva paura di non sentire più quella voce. Era bella, E. Diciannove anni fragili.

Allora E. disse anche: acqua.
– Acqua. Il padre riempì un bicchiere azzurro e la madre l’aiutò a bere.

E. aprì gli occhi. Sorrise. Un sorriso triste al quale fecero eco i genitori. Cominciò così il disgelo. Piano. Una parola, una goccia. Fu un gocciare lento e inesorabile, il racconto. Una storia in una fleboclisi.La madre ascoltò tutto, raccolse tutte le gocce. Pianse. Poi chiuse gli occhi e strinse forte la mano del marito che sosteneva il suo sforzo. E. era stanca, dopo la confessione sembrava neve più bianca. Chiuse gli occhi. Si addormentò. Nella stanza arrivarono altre voci; i rumori svaniti tornarono, forti e vivi. Come quando, dopo l’Eucarestia, nella chiesa torna a scorrere la vita. La madre uscì nel corridoio e cercò un posto dove ci fosse meno rumore per fare una telefonata. Continua a leggere