Archivi categoria: roberta lepri

Due volte Paolo

imageÈ il 27 aprile, e a Roma è quasi estate. Si sta bene davvero, tra poco ci saranno le elezioni dei rappresentanti universitari. Sono in lista. Lo so, faccio comodo ai compagni perché attiro i voti di certi gruppi moderati. Sono socialista, spesso i comunisti mi sfottono, qualcuno si ingrugna. Questo lo penso senza acredine e senza rabbia, mentre mi faccio il nodo alla cravatta. Gli serve la mia faccia da boy scout con i capelli corti, va bene così, va bene lo stesso.
Sono socialista e pure cattolico. E allora? Sono a sinistra, e questo mi piace. Stare a sinistra vuol dire avere la capacità di sognare, e anche per questo progetterò palazzi da togliere il fiato, e ponti sospesi che sfideranno l’incapacità della gente a comunicare. Questo è il ponte di Paolo Rossi, diranno le persone incontrandosi nel mezzo, e sapranno che quello è il progetto di un uomo di sinistra. A diciannove anni si è uomini davvero, me lo ha detto anche mio padre,
quando gli ho comunicato che sarei stato nelle liste per l’elezione del parlamento universitario. Non mi ha detto di stare attento, ma l’occhio gli si è fatto più brillante. Tutto qui.
Così adesso mi sono sbarbato, messo la giacca e fatto il nodo alla cravatta, e sono uscito nel sole di Roma per andare alla Sapienza.
Lì mi aspettano i compagni, c’è da fare volantinaggio e parlare agli studenti, da far capire loro quanto è importante essere rappresentati. Sono tempi duri. E’ difficile farsi capire da chi comanda, difficile che passino nuove idee, nuove proposte. Ci vuole rinnovamento. C’è tensione nell’aria e per le strade. Bisogna fare attenzione a come si cammina, scegliere i posti giusti da frequentare, sapere quali sono i quartieri dei rossi e quelli dei fasci. Continua a leggere

Torna 1 2 3 stella: letteratura, cinema e degustazioni

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GROSSETO – Mercoledì 5 ottobre il Cinema Stella apre la propria stagione cine/letteraria con un ospite d’eccezione: Pino Farinotti, critico cinematografico, scrittore e accademico (autore tra l’altro de “Il dizionario di tutti i film”, uscito per la prima volta nel 1980 e nel 2016 alla sua ventesima edizione). La serata organizzata dalla nostra Roberta Lepri si svolgerà con il seguente programma: Continua a leggere

Olita

image (1)Io ero la principessa di mio nonno, la regina del suo cuore. Ero la bambola che ogni sabato sfrecciava con lui seduta nel seggiolino della bici, vestita con un abitino bianco di garza e con un nastro di raso giallo annodato in vita. La prima fermata era al bar Sandy, perché io amavo il panino morbido dal gusto dolce salato, ripieno di burro e prosciutto, e lui lo sapeva. Così senza scendere dalla sella si accostava alla porta e gridava allegro al suo amico Giovanni “il sandwich!” e quell’altro arrivava con il sacchettino di carta che profumava della mia colazione. Io non glielo avrei mai chiesto, di comprarmi qualcosa. Non gli chiedevo mai niente perché non ce n’era bisogno: mio nonno realizzava qualsiasi cosa io desiderassi senza bisogno di parole. E mentre sfrecciavamo in direzione di Piazza di Sopra, dove ci attendevano gli amici del circolo dei canottieri, i compagni di partito e il direttore della banca, lui mi chiedeva “com’è? Bono eh?” e io facevo sì sì con la testa come i cagnolini finti che la gente metteva dentro le auto. Però stavo zitta.
Anche quando i suoi amici gli dicevano “Carobi ma che bella nipotina che hai!”, io sorridevo per gentilezza ma non fiatavo. E lui rispondeva “E’ brava!”, perché in casa nostra alla bellezza nessuno ci faceva caso, ed erano più importanti altre cose, come saper fare i prosciutti buoni o essere bravi pescatori. E a questo proposito lui si ricordava sempre all’improvviso che c’erano da comprare i bigatini, e così scappavamo via.

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La pelle degli altri

arcobalenoManca poco. Per fortuna sono quasi arrivato. Si fa presto a dire che il quartiere è sicuro: non esiste sicurezza per chi è diverso. Qualche bullo si trova sempre, disposto a picchiarti e magari a violentarti contro un muro, mentre i suoi amichetti ti tengono fermo. Non ci posso pensare. Perché la gente non riesce a capire? Mi piacciono le donne: e allora? E’ così da quando sono nato, non so che farci. Mentre i miei compagni stavano mano nella mano con i loro amichetti, sorridenti e ammiccanti, a me piacevano le bambine. Quante sberle ho preso dalla maestra! “Smettila di toccare i capelli a Silvia!”
Le mie madri furono chiamate dal direttore e si vergognarono da matti. “Guardate di tenere vostro figlio lontano da quelli di sesso diverso dal suo” tagliò corto lui con uno sguardo severo e insieme pietoso. Le sentii parlare, quella notte “Cosa abbiamo fatto di male, per meritarci un figlio etero?” sbottò mamma Daniela tra le lacrime, mentre mamma Simonetta cercava di consolarla “Credi tesoro, non siamo sole … Tu pensa che Luigi e Andrea, hanno tutti e due i figli così! Un maschio a cui piacciono le ragazze e una femmina a cui piacciono i ragazzi. Roba da matti!” Il silenzio di mamma Daniela per me fu come uno schiaffo. Poi andò anche peggio, quando provò a cercare una spiegazione genetica alla mia anormalità “Eppure … sono figli del loro seme, nati da un utero in affitto perfettamente a norma … poveretti, magari avranno avuto dei casi in famiglia di cui non sapevano niente!… ci pensi che roba? … “ “Proprio una bella sfiga” concluse mamma Simonetta con un sospiro.

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Il miele dopo il fiele

Giuseppina Teresa di LorenaLe donne vengono condotte all’altare come giumente al mercato. Nell’istante in cui viene scambiata la promessa, se sono donne semplici hanno la fortuna di non capire bene il senso della propria azione. Se, come me, hanno studiato al lume di quella ragione che vuole l’umanità uguale al cospetto delle idee, sono invece consapevoli della menzogna. Ci hanno insegnato che così si fa. Perciò siamo tutte complici della Storia. Quelle più fortunate hanno pastoie di perle e sono coperte di broccati. Tutte ugualmente colpevoli. Talvolta, ci chiamano principesse.
Avevo quindici anni, dicevano fosse l’età giusta per dare una figlia al miglior offerente. Venni perciò venduta in sposa a un italiano, tale principe di Carignano. Portai con me tutte le mie bambole e mi chiusi in camera, uscendo solo quando lui non c’era. Dopo un anno di preghiere, doni, urla e minacce, mio marito ce la fece a prendermi. Giuseppina Teresa di Lorena D’Armagnac, proprio io, in tutta la mia fasulla principesca persona, giacevo sul letto sventrata come un cadavere in un’aula di anatomia, e questo mi avevano detto che si chiamava “amore”.
Nei tempi previsti dalla natura, ebbi però una bambola vera ad allietare le mie notti. Avevo pregato che fosse un maschio, per risparmiargli le torture che io stessa avevo subito. Mi innamorai di lui, e alla luce di quell’amore ritrovai me stessa. Se ero una principessa, mi dissi, potevo far di me ciò che volevo. Decisi così che quasi mai mi avrebbero vista a Torino, gli italiani dalla corte rigida e dal cerimoniale di gesso, con quei loro sorrisi di marmo. Non ci sarebbe stata nessuna balia, nessun maestro, nessun precettore, a portare via mio figlio. Avrei pensato da sola alla sua educazione e mi sarei dedicata alla scrittura di un romanzo, la storia ingenua di un’isola felice, in cui vivere senza armi e senza eserciti.
Dopo il fiele, il miele: mi ricordo che lo pensai quando finii di scrivere il mio lungo racconto, mentre mettevo in ordine i fogli sullo scrittoio. Fu allora che lo sguardo mi cadde su un cassetto semi aperto e vidi il piccolo contenitore. Lì dentro c’era il dono di un avo sognatore, che si era invano raccomandato venisse tramandato agli eredi.

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Favola dispettosa

imageLa capra di Medusilla la guardava con gli occhi acquosi e intanto si solleticava il palato con l’erba vicino al fontanile. Era una giornata fredda, la primavera si annunciava in ritardo. Perfino le rondini credevano di essersi sbagliate, erano arrivate dall’Africa e avevano freddo. Preferivano non volare.
Medusilla se ne stava a gambe incrociate e seguiva con uno stecco la fila delle formiche rosse che si erano appena svegliate dal sonno invernale, spostandole per far loro dispetto.
La sua testa era vuota: bastava non volere pensieri, per non averne… altro che sua sorella, che si sfiniva le mani sui ricami del corredo e piangeva per un cavaliere che non sarebbe mai arrivato!
Era la moda del momento tra le ragazze del villaggio, era il chiodo fisso delle madri delle nonne e delle zie, da sempre.
Nessuna di loro se ne era mai andata, ma tutte lo avevano sognato, abbracciate ognuna al proprio cuscino di penne di gallina, vicino a mariti pelosi e callosi.
Un cavaliere volevano, ricco e ben vestito, come quello che Medusilla si trovò davanti. Prima di lui vide le zampe del suo cavallo e da lontano ne sentì la puzza. Dopo tutto, in materia di odori orrendi non erano le capre gli animali peggiori del mondo, pensò la ragazzina.
Guardò le proprie bestiole con orgoglio. Erano belle e obbedienti. La leccavano se era triste e ascoltavano i suoi sfoghi. La mamma la sgridava, sua sorella la prendeva in giro. Loro brucavano e annuivano gentili. Povera Medusilla, hai proprio ragione, volevano dire nella loro lingua capresca.

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Siamo tutti Genovesi

ondeL’appuntamento è alle 18,45.
Passo a prenderlo puntuale in albergo con quaranta gradi all’ombra e lui è già fuori ad aspettarmi. Chiarisce subito: “Io con questo caldo ci sto bene”. È il primo che trovo a pensarla come me. Mi immagino sua gemella, nella stessa culla. Però è più giovane e scrive meglio di me, perciò fratello non può essere.
Genovesi è magro fino all’osso e ha gli occhi buoni. È triste anche quando sorride e sorride spesso. Non si vanta, i complimenti lo imbarazzano e a ogni mia svenevolezza letteraria a proposito del suo libro risponde “ ma no …”
Arriviamo in centro, Ogni tanto ripenso a Chi manda le onde.
Chi manda le onde è qui con me, adesso. Vorrei dirgli grazie. Vorrei spiegargli che mi ha regalato una pausa in un momento tanto difficile. Una sospensione dal dolore. Me ne manca il coraggio, non mi pare giusto ammorbarlo con questioni personali. Cerco solo di fargli capire quello che penso e ogni tanto mi scappa un “tu non ti rendi conto …” Così finisce che a tratti lo imbarazzo e non sappiamo più che dire.
Intanto ci incamminiamo verso il centro. Decidiamo di rimandare la cena a dopo la presentazione, adesso ci facciamo un bicchiere di vino. Lui bianco fermo. Io, manco a dirlo, prosecco.
Gli passo la rassegna stampa: gli amici giornalisti de La Nazione e de Il Tirreno, gentilissimi come sempre, hanno fatto due bei pezzi. Pare sorpreso di tanta organizzazione. Gli parlo di facebook, di twitter, dell’hashatag #dilloalleonde, lanciato con la complicità di #Svolgimento (il blog che curo con Anna Wood e Gianluca Meis). Non la smetto più di parlare. Mentre lo faccio, penso che dovrei mangiarmi la lingua. Lui, se pur stanco per il viaggio e il caldo, si entusiasma per ogni iniziativa. Continua a leggere