Archivi categoria: Racconti

Stanze separate

16145687_10211754352000212_760352539_oDopo quella notte non avevano più dormito insieme. Lei aveva continuato a stare nella loro camera. Lui, in quella della figlia. Si stavano smarrendo ognuno nel proprio dolore. Anime alla deriva in uno stesso oceano, ma su zattere diverse destinate a non incontrarsi più. Il loro distacco non era una questione di disamore, ma di sopravvivenza. Il peso di ciò che avevano dentro, se condiviso, avrebbe fatto affondare qualsiasi imbarcazione. Per questo si stavano ignorando, navigando su chiatte e rotte differenti: per non colare a picco nell’abisso dei sensi di colpa. Avevano preso il largo senza il conforto di alcun punto cardinale, senza nessun faro che scalfisse la pece della notte. Rimanere ancorati a terra avrebbe significato morire; così, si erano lasciati fagocitare dal buio senza pensare a chi e come avrebbe provveduto alla propria salvezza. Forse perché in loro stava macerando la cognizione che non vi è scampo da se stessi. La redenzione era qualcosa al di là della loro portata, come la felicità e il ricordo di quella che era stata la loro vita perfetta.
Fu lei a capire che l’oceano li stava uccidendo. Se non fossero tornati a terra, presto sarebbe stato troppo tardi.
Spense la televisione e andò da lui. Lo trovò imbozzolato nel proprio dolore sul letto della figlia. Era la prima volta che entrava nella stanza di Chiara, da quella notte.
«Dormi?» gli chiese. Continua a leggere

Per mia colpa – seconda e ultima parte

14959054_10211001268533596_1506377155_oDue mesi scivolati via nel tunnel dell’inconsistenza. Due mesi a cercare di districare, invano, i fili che formavano l’ordito di ciò che provavo per lui. Nulla ha fermato la mia ritirata. Nessuna responsabilità ha fatto attrito, frenando la mia fuga. Nemmeno l’amore per le mie figlie. Nemmeno le loro voci al telefono soffocate dai singhiozzi.
Sono seduta al tavolino di un bar in mezzo a una piazza affollata. Aspetto osservando le persone intorno a me. Attendo mio padre.
Dopo la notte in commissariato, tutto nella mia vita è diventato scivoloso. Viscido. Non riuscivo più ad avere presa su niente. Provavo a toccare ciò che mi circondava, ma le dita scivolavano sulle superfici delle anime altrui. Non c’era più un sentimento che mi legava alle persone a cui volevo bene. Tantomeno alle bambine. Per esempio, quando la mattina dopo l’interrogatorio le avevo riviste, avevo sussultato, assalita dalla consapevolezza che erano le figlie di un mostro. Cosa avevano ereditato da lui oltre gli occhi e la bocca? Il buio stava sedimentando nei loro cuori in attesa di diventare abbastanza denso da riversarsi all’esterno? Non potevo saperlo, e questo dubbio era un ferro rovente che mi rovistava le viscere. Quando mi si erano gettate addosso, scagliandomi contro una marea di domande sul padre, avevo sentito un senso di disgusto al contatto con la loro pelle. Era come se non le sentissi più mie, quasi che il padre le avesse contaminate. Il cuore mi diceva di non pensare nemmeno quelle cose, di abbracciarle e star loro vicino perché mai come prima avevano bisogno della mamma. Ma qualcosa era a toccarle. Ma loro erano scivolose. Lui, col suo viscidume, era riuscito a portarmele via. Continua a leggere

Due volte Paolo

imageÈ il 27 aprile, e a Roma è quasi estate. Si sta bene davvero, tra poco ci saranno le elezioni dei rappresentanti universitari. Sono in lista. Lo so, faccio comodo ai compagni perché attiro i voti di certi gruppi moderati. Sono socialista, spesso i comunisti mi sfottono, qualcuno si ingrugna. Questo lo penso senza acredine e senza rabbia, mentre mi faccio il nodo alla cravatta. Gli serve la mia faccia da boy scout con i capelli corti, va bene così, va bene lo stesso.
Sono socialista e pure cattolico. E allora? Sono a sinistra, e questo mi piace. Stare a sinistra vuol dire avere la capacità di sognare, e anche per questo progetterò palazzi da togliere il fiato, e ponti sospesi che sfideranno l’incapacità della gente a comunicare. Questo è il ponte di Paolo Rossi, diranno le persone incontrandosi nel mezzo, e sapranno che quello è il progetto di un uomo di sinistra. A diciannove anni si è uomini davvero, me lo ha detto anche mio padre,
quando gli ho comunicato che sarei stato nelle liste per l’elezione del parlamento universitario. Non mi ha detto di stare attento, ma l’occhio gli si è fatto più brillante. Tutto qui.
Così adesso mi sono sbarbato, messo la giacca e fatto il nodo alla cravatta, e sono uscito nel sole di Roma per andare alla Sapienza.
Lì mi aspettano i compagni, c’è da fare volantinaggio e parlare agli studenti, da far capire loro quanto è importante essere rappresentati. Sono tempi duri. E’ difficile farsi capire da chi comanda, difficile che passino nuove idee, nuove proposte. Ci vuole rinnovamento. C’è tensione nell’aria e per le strade. Bisogna fare attenzione a come si cammina, scegliere i posti giusti da frequentare, sapere quali sono i quartieri dei rossi e quelli dei fasci. Continua a leggere

Meta

sigarettaMarco mi chiede delle sigarette, le sue gliele ha sequestrate l’infermiere, dice che gliene dà due o tre al giorno, dice che vuole ammazzare l’infermiere. Meglio di no, faccio io cercando il tono faceto consigliato per l’occasione. Consigliato da chi? Non ho parlato con alcun medico, alcun esperto, mi faccio esperto io, non credo ci voglia chissà quale scienza per optare per un tono scherzoso.
Marco non sta allo scherzo, ha il dramma dipinto in viso, il dramma di chi non può fumare e sarebbe disposto a uccidere pur di farlo. Provo vergogna, ho le sigarette in tasca e le accenderò non appena sarò fuori di qui. E’ troppo per me questo divario, sto per tirare fuori il pacchetto quando vedo dirigersi verso di noi l’infermiere. Giovane e aitante, la sua presenza smorza il mio imbarazzo, il tema immediato verte sulle sigarette, -Vede-, mi fa, -suo fratello, suo cugino, parente … -Amico-, faccio io. -Il suo amico è un bel furbetto.- -Lo so, lo so-, concludo colorando l’asserzione, anche se la furbizia di Marco non rientra nei dati che ho di lui. Qui i dati sono ridotti all’osso, e l’osso è che se i degenti fumassero tutte le sigarette che chiedono di fumare, be’ il quadro è chiaro, bastano le braccia allargate e lo sguardo sconsolato dell’infermiere, che comunque intenerito dall’espressione di Marco gli consegna una sigaretta e pure gliela accende, intimandogli che è l’ultima per oggi, almeno fino all’ora di cena.
Uscito l’infermiere il tempo si raggomitola e io non so da dove iniziare a scioglierlo. Devo andarmene? Devo restare? Non voglio abbandonare Marco, voglio solo essere liberato dal pensiero di abbandonarlo. Vorrei poter pensare senza comprimermi nella colpa dei miei pensieri, parlare senza sentire inopportuna ogni parola che dico. Continua a leggere

L’attesa – seconda e ultima parte

14408982_10210521829507920_879185470_nIl mare era inquieto quella sera. La scogliera era spazzata dal vento. Fantasmi di sabbia si schiantavano contro le rocce come un esercito di anime dannate, trascinando il carico doloroso della propria esistenza. Gli spruzzi che il vento sollevava dall’acqua schioccavano come frustate. Era come se il mare volesse sbranare l’isola. L’inverno quell’anno non si era fatto preannunciare; aveva fatto irruzione alla Batteria come un nemico venuto dal mare, schiumando tutta l’acredine macerata nel buio della propria anima per un anno intero.
Io e lui eravamo in piedi a fissare quella massa tetra che per la prima volta ci faceva paura, schiaffeggiati dal vento che, perfido, mi aggrovigliava i capelli, quasi volesse strapparmeli. L’aria odorava di tempesta; ne sentivo l’elettricità formicolarmi addosso.
«Cosa facciamo, allora?» gli chiesi, il cuore che mi batteva impazzito nelle orecchie.
Colsi un lieve tremito nella sua mano che stringevo con forza. Lui non aveva compiuto ancora vent’anni; io ne avevo soltanto sedici; non eravamo pronti a fronteggiare quella realtà.
«Partirò» disse poi. «Mi arruolerò in Marina, e cercherò di farmi spedire in qualche base qui vicino. È l’unica soluzione».
«E io?».
«Dovrai aspettarmi. Se avrò un lavoro, un lavoro vero, allora tutto sarà più semplice. Tua madre… ci permetterà di farci una vita». Continua a leggere

L’attesa – prima parte

14408982_10210521829507920_879185470_nErano cinquant’anni che non lo vedevo. Lo sognavo quasi ogni notte, dall’indomani del nostro addio. Ma da quel giorno erano passati cinquant’anni. Per tutto quel tempo era come se non fosse mai andato via. Dalla mia mente. Dal mio corpo. Era sempre stato con me. Nonostante avessi cercato di corrodere il suo ricordo, di amputare le mie memorie, non ci ero mai riuscita. Era questa la maledizione di quell’amore: non poter dimenticare. Era come se avessi continuato a vivere due vite; una, dove lui materialmente non c’era più, e l’altra, dove invece era con me e mi osservava come un fantasma che non vuole sapere di andarsene, condannato a una vita incarnale di crudele contemplazione.
All’inizio avevo creduto di essere pazza, perché la sua presenza, per quanto immateriale, era come tangibile. Col tempo, però, ci avevo fatto l’abitudine. Riflettendoci, lui era uno spettro della mia mente; una proiezione dei sensi di colpa, dei rimpianti, di quell’amore che avevo soffocato tanti anni prima. Era naturale che fossi costretta a convivere con i suoi muti silenzi.
Un pomeriggio, mentre come mio solito camminavo verso la Batteria, l’aroma aspro della macchia mediterranea a graffiarmi le narici, il muggito del mare in lontananza, avvertii come una fitta al petto di tale intensità che dovetti fermarmi e inginocchiarmi a terra. Provai un qualcosa di non definibile a parole, ma in qualche modo ebbi la certezza che stava tornando. Così come si propagano le onde, così si sparsero intorno a me i ricordi della nostra giovinezza, trascinati dalla violenta sensazione che lui stava venendo da me. Dopo cinquant’anni. Cinquanta maledetti anni da quell’evento che aveva scavato un abisso tra noi. Continua a leggere