Archivi categoria: Piergiorgio Pulixi

Stanze separate

16145687_10211754352000212_760352539_oDopo quella notte non avevano più dormito insieme. Lei aveva continuato a stare nella loro camera. Lui, in quella della figlia. Si stavano smarrendo ognuno nel proprio dolore. Anime alla deriva in uno stesso oceano, ma su zattere diverse destinate a non incontrarsi più. Il loro distacco non era una questione di disamore, ma di sopravvivenza. Il peso di ciò che avevano dentro, se condiviso, avrebbe fatto affondare qualsiasi imbarcazione. Per questo si stavano ignorando, navigando su chiatte e rotte differenti: per non colare a picco nell’abisso dei sensi di colpa. Avevano preso il largo senza il conforto di alcun punto cardinale, senza nessun faro che scalfisse la pece della notte. Rimanere ancorati a terra avrebbe significato morire; così, si erano lasciati fagocitare dal buio senza pensare a chi e come avrebbe provveduto alla propria salvezza. Forse perché in loro stava macerando la cognizione che non vi è scampo da se stessi. La redenzione era qualcosa al di là della loro portata, come la felicità e il ricordo di quella che era stata la loro vita perfetta.
Fu lei a capire che l’oceano li stava uccidendo. Se non fossero tornati a terra, presto sarebbe stato troppo tardi.
Spense la televisione e andò da lui. Lo trovò imbozzolato nel proprio dolore sul letto della figlia. Era la prima volta che entrava nella stanza di Chiara, da quella notte.
«Dormi?» gli chiese. Continua a leggere

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Incipit d’Autore: Per Sempre di Piergiorgio Pulixi, edizioni e/o

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Mazzeo voleva che lei conoscesse l’inferno. Boran Paja l’aveva accontentato, affidandola al peggior sfruttatore che conoscesse.
Ma quando il poliziotto gliel’aveva portata, Boran si era detto che sarebbe stato uno spreco non approfittare di quella ragazza: era bellissima, una delle più belle che avesse mai visto, e aveva uno sguardo combattivo che sembrava sfidarlo ad addomesticarla. Ci aveva provato, ma lei l’aveva graffiato e picchiato. Era stato costretto a infilarle un dito nella ferita d’arma da fuoco al fianco e a rigirarlo più volte per farle capire chi comandava.
Lei aveva gridato di dolore e poi aveva pronunciato un nome che l’aveva raggelato.
Gjon Dajani.
Questo aveva urlato.
Boran conosceva quel nome. Apparteneva a uno dei principali boss della mafia albanese ricercato dalle forze di polizia di mezzo mondo.
Parte dei soldi che Paja guadagnava in qualche modo finivano nelle tasche di Dajani per comprare la protezione del suo clan in Albania.
«Come fai a conoscere questo nome?» le aveva chiesto, intimidito.
«Non conosco solo il nome, conosco anche lui» aveva risposto lei in italiano, sputandogli addosso. Era vero. Una volta Gjon aveva provato a fottere Ivankov, uccidendo due ceceni appartenenti al suo clan per fargli capire che non aveva intenzione di pagare per un carico rubato.

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Come fossi una bambola

Racconto inedito su Biagio Mazzeo

12000114_10207711322206994_1760912509_nSi era innamorato di un’altra. Adele Rotundo, una biondina insipida trasferitasi da poco nel quartiere. Non sapeva cosa potesse trovarci in una così perfettina che parlava bene, profumava di lavanda e non li seguiva in nessuno dei loro giochi per paura di sporcarsi gli abiti immacolati. Forse gli piaceva il fatto che fosse così diversa da loro, come se fosse di un altro mondo, quel mondo pulito e ricco a cui lui aspirava. All’inizio Donna aveva pensato che fosse una cosa momentanea. Il fascino della novità. Ma quando si era resa conto che tutte le attenzioni che prima lui riversava verso di lei ora erano esclusiva prerogativa di quella bambina e che giorno dopo giorno Biagio la stava tagliando fuori, aveva pianto di gelosia e si era ripromessa di fare qualcosa. Aveva preso a girare loro sempre intorno cogliendo ogni occasione per umiliarla e denigrarla, cercando di aprire gli occhi di lui sull’inettitudine di lei. Adele quasi sempre scoppiava a piangere come da sciacquetta qual era. Ma questo, anziché metterla in luce agli occhi di Biagio mostrandogli che Adele non era alla loro altezza, suscitava la sua ira e lo avvicinava ancora di più a lei. Biagio attaccava Donna, le diceva di lasciarli in pace e di smetterla di stare loro in mezzo. Donna, sentendolo, avrebbe voluto scoppiare a piangere pure lei ma non voleva dargli quella soddisfazione.

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“Nessuno è innocente” – di Piergiorgio Pulixi

11165996_10206640061266140_670480684_nDi notte siamo tutti più deboli. I rimpianti, i ricordi, i rimorsi, la paura per il futuro, con il buio triplicano d’intensità. La luce li scaccia via, o sembra attenuarne la forza. Ma nella solitudine dell’oscurità non c’è nulla in grado di fermarli. Ti si schiantano addosso come una macchina fuori controllo, e tu lì, piantato in mezzo alla strada, impossibilitato a muovere un muscolo.
Io la notte sono debolissima. Il mio appartamento è troppo silenzioso. Combattere con i miei pensieri, troppo arduo. Per questo mi sono fatta spostare al turno notturno. Per rimanere impegnata, pensare al lavoro e non ai miei casini. Scaccio i miei problemi con quelli degli altri. Per ora funziona. So che non è una soluzione e che sto rimandando il problema, ma per adesso va bene così. Finché Leonardo si deciderà finalmente a lasciare la moglie perlomeno e verrà a riscaldare il mio letto sette giorni su sette. O magari anche questa è solo una disperata illusione. Forse la più grande di tutte.

Certe notti in commissariato sembrano non passare mai. Altre schizzano via veloci come un proiettile, ma alcune – come questa – non ne vogliono sapere di passare. Odio quand’è così, perché l’attesa e la noia mi fanno venire fame. So di non poter mangiare per via di questa cavolo di dieta singhiozzante che mi tiro dietro da anni ormai, così come so che per ingannare la fame mi getterò sui caffè della macchinetta, e quando smonterò ne avrò bevuti talmente tanti che di dormire se ne riparlerà la settimana prossima. È bastarda la noia. Quasi quanto quegli uomini che dicono di amarti ma non riescono a troncare con le mogli.
Do un’occhiata all’orologio: le tre e mezza. Basta scartoffie e Norah Jones in sottofondo. Mi metto il cappotto e prendo le chiavi della macchina. Basta ufficio. Ho voglia di scivolare sul litorale, rincorrendo il riflesso della luna sull’acqua, i finestrini aperti, e il borbottio del mare e il suo respiro fresco a riempire l’auto. A riempire me. Continua a leggere

Incipit d’Autore: Il Canto degli Innocenti di Piergiorgio Pulixi, edizioni e/o

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Voglio che sia ben chiaro che non è stata una mia decisione quella di venire qui» disse Vito Strega dopo i saluti di rito.
«Se inizia a mettere le mani avanti sin da subito, non può che farmi venire l’acquolina in bocca. Lo sa come siamo fatti noi psicologi, no?».
«Non ho bisogno di uno psicologo».
«Bene, me lo dimostri allora».
Il poliziotto cambiò posizione sulla sedia. Era un uomo imponente. Al suo cospetto lo studio sembrava essere diventato di colpo più piccolo, notò la dottoressa Salerno. E con lo studio, anche lei.
«Cosa vuole che faccia?».
«Inizi col dirmi come sta. La vedo in piena forma».
«Senta, è davvero necessario? Dico, non può farmi firmare il registro delle presenze e tanti saluti?».
«Non siamo a scuola, commissario».
«Ok, so come funziona. Ho…».
«Una laurea in psicologia, una in filosofia, e una in giurisprudenza, e per due anni ha esercitato come psicologo clinico prima di entrare in polizia, lo so. I suoi colleghi hanno fatto i compiti a casa. Strano assortimento di materie…» disse lei togliendosi gli occhiali.
«Non volevo alludere ai miei studi. Ho soltanto ucciso una persona nell’esercizio del dovere, capita col mestiere che faccio» disse il commissario Strega strofinandosi una mano sul viso ispido.

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Telefonate notturne

Telefonate notturneProvo a pensare da quanto tempo non sparo. Parecchio. Forse addirittura dall’accademia. Ciò significa quasi vent’anni fa. Mai in servizio. E non mi sono nemmeno mai lasciata trascinare al poligono nonostante colleghi e amiche me l’abbiano chiesto spesso. Le armi non mi piacciono. Usarle, ancora meno. Però stanotte possederne una mi è di sollievo. Perché ho paura…
È la sesta notte di fila che chiama. Sempre verso le due e mezza. Lascia squillare finché non rispondo. È capace di andare avanti per ore. Così sono costretta a rispondere, ma ogni volta… silenzio, a parte il suo respiro. Ho provato a parlarci, a fargli delle domande, ma niente. Non so nemmeno se sia un uomo, sebbene l’istinto mi dica di sì. Non ho idea di cosa voglia. Da circa tre notti ho capito che non ha senso parlargli, così o metto giù o lo stacco. Potrei far rintracciare la chiamata, è uno dei pochi privilegi di essere un funzionario di polizia, ma non mi va di allertare i colleghi; sono tipi abbastanza “protettivi” nei miei confronti, e ci manca solo che facciano qualche scemenza per causa mia. Mi sono detta di aspettare ancora qualche giorno e se la cosa dovesse continuare, allora riferirò a qualche collega della polizia postale.
Eppure stanotte c’è qualcosa di diverso. Sarà la pioggia e l’inverno che è arrivato traditore d’improvviso cogliendomi impreparata. Sarà che stavo facendo un bel sogno, dove lui c’era ancora, quando lo squillo mi ha strappata al sonno, di botto. Sarà che il vento fuori ulula come impazzito, ma provo una sensazione di paura. Qualcosa di extrasensoriale. È come se sapessi che stanotte non sarà una delle solite chiamate silenziose.

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Incipit d’Autore: Una brutta storia di Piergiorgio Pulixi – Collezione Sabot/Age

Visto il successo riscosso dai racconti inediti di Mazzeo, Pulixi ci fa un regalo pre natalizio con il prologo della prima storia che vede protagonista l’ispettore superiore della sezione Narcotici; capo della banda di poliziotti corrotti

10850689_10205496879727316_485927749_nLa bambina non credeva ai propri occhi. Si rigirò la bambola tra le mani con uno sguardo eccitato e incredulo allo stesso tempo.
Guardò il bimbo che gliel’aveva regalata e sorrise.
«Ma è davvero per me?» chiese la piccola, che si chiamava Donna.
Il piccoletto, otto anni e una faccia da monello, annuì. «Solo per te, bellezza».
Donna scoppiò a ridere, gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte.
Biagio era il suo migliore amico e sapeva più di chiunque altro quanto lei desiderasse quella bambola. Ma i suoi non potevano permettersi di sprecare soldi per stupidi giocattoli: loro non le regalavano mai nulla. Biagio, invece, era diverso. Era la persona più generosa che conoscesse, oltre a essere il bambino più coraggioso e sveglio del quartiere. Anche la famiglia di Biagio era povera, e Donna non aveva la minima idea di dove l’amichetto
potesse aver trovato del denaro per quel regalo: di sicuro nemmeno i suoi avrebbero sprecato soldi per una bambola. Ma il fatto che avesse pensato a lei, che le avesse donato ciò che più desiderava, la faceva sentire speciale come mai prima in vita sua.
«Non potevo sopportare che tutte le tue amiche ce l’avessero e tu no…» disse Biagio, inebriandosi del profumo dolce dei capelli dell’amica.
«Tu te la meriti molto più di loro».

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