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Le domeniche al mercatino

Prime edizioni, bizzarrie editoriali e curiosità in forma di libro

L’inserto domenicale di #Svolgimento dedicato ai libri recuperati in qualche mercatino,
negozio di antiquariato, rigattiere o fiera di Paese.
Oggetti capaci di affascinare, incuriosire, conquistarci fino alla brama del possesso,
da un euro in su!

20160507_141408Era il 1969. La Bompiani mandò in edicola per la prima volta una raccolta di strisce pubblicate l’anno prima dal giornale Paese Sera e fu subito Mafalda mania! I volumi, rilegati in brossura e copertina rigida ebbero un grande successo. Il primo fu Mafalda la contestataria a cui seguì dopo pochi mesi (ma già nel 1970) questo secondo dal titolo Così va il mondo, Mafalda. La dedica (voluta da Quino, l’autore) era per i Beatles. Lo sguardo arguto, indagatore, contestatore e libertario di Mafalda conquista da subito migliaia di lettori, appassionati e cultori. Un successo che tuttavia quasi spaventa l’autore che deciderà di chiudere l’esperienza solo pochi anni dopo, nel 1973. Non moltissime strisce dunque ma sufficienti a regalare una così duratura fama alla piccola, e ai suoi variegati amici, che dura tutt’ora. Un fumetto che diventa quasi una lezione di vita, un modo originale e appassionante per parlare di grandi temi sociali che ancora non era frequente ritrovare nei fumetti. Molte raccolte delle storie di Mafalda seguiranno nel tempo, ancora di più un merchandising quasi soffocante che ha trovato nuova linfa anche grazie al diffondersi di internet e dei social, molti dei quali hanno realmente adottato la piccola in famosi “meme” che presentano stati d’animo e di umore facili alla condivisione.

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20160415_125900La prima meravigliosa sorpresa che riserva questo volume del 1961, edito da Longanesi, la si scopre dietro la sovra copertina: un dettaglio da una stampa inglese del sedicesimo secolo con la truculenta esecuzione di un gruppo di streghe; quasi un colpo di teatro con il quale, da subito, Valeri ci ricorda come venivano risolti certi conflitti di genere fino a non molti secoli fa. All’interno invece si dipana una autentica gioia per gli occhi e uno degli esercizi di sofisticata ironia che vale più di qualsiasi trattato sociologico o dotta dissertazione sulla condizione femminile nel nostro Paese. Un racconto epistolare e telefonico dal quale emergono quelle figure di donne che hanno fatto la fortuna della loro amorevole e cinica creatrice, laddove con cinico si vuol esaltare una sorta di distacco quasi antropologico da cronista attenta e capace.
Velleitarie, egotiste, perfide dolose o inconsapevoli, invadenti o lamentose, aggressive o colpevolizzanti, tutte reclamano con carta, penna e cornetta del telefono l’incondizionata attenzione altrui: di coniugi – più spesso di amanti – inadempienti, di certi signori inclini all’evasività, di figli in procinto di sottrarsi alle eroiche cure materne. “Tu sai che non mi sarebbe affatto piaciuto che tu sposassi una donna molto bella, perché tanto raramente la bellezza femminile si accompagna all’onestà, e sono così lieta di saperti avviato in questo senso a una vita serena”, scrive da Conegliano Veneto la mamma a “Veniero Moscardin. Pensione Floris. Via Mazzini. Roma”, appena tornata dalla visita fatta al figlio per conoscere la futura nuora.

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20160409_104210Negli anni 80 Aldo Busi realizzò alcuni memorabili lavori letterari che lo posero all’attenzione dei media ingordi e famelici di associare a qualsiasi eventualità la parola “scandalo”. L’autore divenne così parte indispensabile dell’opera, Busi non era più solo quello che scriveva ma soprattutto quello che diceva (in interviste e comparsate televisive) o quello che faceva (memorabili certi spogliarelli). Seminario sulla Gioventù a mio avviso resta uno dei migliori libri italiani dal dopoguerra ad oggi e il lavoro di Busi, seppur tra alti e bassi, è un “caso” a sé nel nostro panorama letterario. Avesse forse scelto di far parlare solo i suoi libri e la sua opera oggi avremmo un Busi diverso che non fatico a vedere persino in qualche dotta antologia. Dal 1990 in poi il personaggio sovrasta definitivamente l’autore, diventa parte di quel sistema televisivo al ribasso in cui il trash la fa da padrone: chi urla più forte, chi mostra più tette, chi offre spazi sempre maggiori alla pornografia dei sentimenti, ripresi nei loro dettagli più intimi, imbarazzanti e meccanici (altro che atti sessuali su maxischermo!). Un trash “inseguito”, “voluto” e forse anche per questo incapace di attirarsi le simpatie dei cultori del genere, i quali hanno spesso gusti assai raffinati e meno dozzinali di quel che si immagina.
Leggo ancora Busi, amando molto spesso le sue pagine, ma continuo a rifiutare il personaggio che cerca di stare in equilibrio sopra le righe finendo spesso col venir triturato e rigurgitato dal sistema mediatico. Amo le sue provocazioni letterarie, colte e nobilissime (come l’aver tradotto “da un italiano all’altro” il Decameron di Boccaccio) non resisto al cambiar canale quando lo vedo urlare dal teleschermo.
Ultimamente il suo presenzialismo televisivo ha subito un arresto che mi auguro profondamente serva a fargli realizzare altri libri a maggior ragione dopo aver apprezzato il suo ultimo romanzo (El especialista de Barcelona, Milano, Dalai Editore, 2012).

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20160402_133444Una cronaca surreale a affamata della Dolce Vita spesa tra le chiacchiere con l’Arbasia (Arbasino), le risate con Paolo (Poli) e i tentativi di farne altrettante con Pier Paolo (Pasolini) che invece non sapeva ridere e a cui “ruba” dai diari giovani il titolo dello stesso libro: PPP descrive i primi turbamenti omosessuali risalenti all’età di tre anni, a Belluno, mentre osservava i ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa sua. E per definirlo s’inventa un nome arcano, suggestivo ed esotico, ‘teta veleta’ (thethe in greco antico significa ‘bisogno, mancanza’ e il critico letterario Gianfranco Contini gli aveva insegnato che era sinonimo di ‘sesso’): “Era il senso dell’irraggiungibile, del carnale, qualcosa come un solletico, una seduzione, un’umiliazione”.
Una messa in scena super egoica che attraversa la storia di un Paese da sempre in contraddizione con sé stesso dove almeno ci si può divertire passeggiando con un cappello di rose di testa. Il sesso con Claudio Villa e le volgarità intervallate da riflessioni dolenti su assolate terrazze romane o i pisciatoi dietro la stazione dove cazzi innamorati discutono di campagne inglesi. Una requisitoria in forma di parodia (recita il retro di copertina) tra gli anni sessanta e settanta, vissuti da protagonista: musa corteggiata o strega da deridere, additare e tenere alla larga. Una lettura entusiasmante.

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20160319_134000L‘Italietta piccola e sorridente, che la domenica mattina lucida la baionetta prima della messa. Che la sera avanti magari è stata al bordello: giusto un salto dopo cena mentre la moglie sbriga le faccende e i bambini ripassano i canti della parata. Ordine, famiglia, Dio e la patria, i figli per il Duce e la fiducia nell’impero. I treni in orario e di facce negre solo quelle delle canzoni. I mussulmani giusto al cabaret e se proprio occorre sfogarsi si va a pestare qualcuno che non ha la tessera del partito. Starace che salta nel fuoco preso al volo dal virile aiutante, i telefoni bianchi al cinema e la fame della guerra dietro la porta. Il Re già coi bagagli a Napoli che non si sa mai e l’8 settembre che trasforma tutti in nemici.
L’italietta piccola e sorridente del ricordo e della nostalgia che non è mai passata e si è fatta gadget per le piazzette di Predappio o in qualche scantinato ripulito dove han prelevato gli imbecilli all’ultimo banco per farne vice presidenti del Senato.

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20160312_172053Tra le tante perversioni “libresche” che mi possiedono e a cui non resisto ve n’è una che assecondo ormai da molti anni: comprare quante più edizioni possibili e in varie lingue de “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry. Iniziai dopo un viaggio in Francia e così ripetei il rito in tutti gli stati che ho visitato. Rituale tappa in libreria e acquisto dell’esclusiva locale. Come saprete “Il Piccolo Principe” ha fatto la fortuna di Bompiani per diversi decenni, per lo meno in Italia, mentre ora anche i meno attenti si saranno accorti entrando in libreria, che le edizioni di questo libro si sono moltiplicate! Potenza del venir meno dei diritti d’autore (sono infatti passati i fatidici settant’anni dall’uscita! A onor del vero bisogna anche dire che abbondano le pessime edizioni: di quelle che uno non si spiega perchè comprare poi. Ma tant’è… Un long seller pare meriti anche questo. Possiedo copie in tedesco, inglese, spagnolo, russo e persino in esperanto e finlandese. Della collezione fa parte anche questa meraviglia in carta, questa magica versione pop up in cui le illustrazioni originali di Saint Exupéry si animano e fuoriescono dalle pagine.

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20160304_095426“Il Santo è un grosso peccatore, riveduto e stampato”. Così Bierce nel suo “Dizionario del Diavolo” definisce il Santo nel 1911. Con questa caustica definizione lo scrittore americano intendeva gettare discredito sulle agiografie tanto amate dai fedeli in cui si dipingono i santi come esseri sovrumani, assaliti da tentazioni dalle quali rifuggono con grande forza di volontà, votati al divino con un accanimento che non avrebbe sfigurato in altri manuali, tipo quelli di psicopatologia. La stampa (e la propaganda diciamo pure) di natura vocazionale, da sempre prodiga nell’indicare modelli di comportamento il cui fine ultimo è “la gloria degli altari”, sul finire degli anni 50 ebbe una notevole fortuna e una ritrovata forza editoriale che corse parallela all’instancabile opera di santificazione che la chiesa cattolica ebbe a praticare, raggiungendo i record ben noti sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Negli anni 50 vi fu però una sorta di inversione netta di tendenza che portò questo genere letterario a presentare al proprio pubblico figure più accessibili di santità, passando attraverso l’esaltazione propria che Bierce voleva usare come critica: il fatto cioè che in primis questi personaggi erano peccatori, con l’inevitabile aggettivazione di “poveri”, “tristi”, “ignoranti” (nel senso di popolari e non eruditi, “assetati”, “bisognosi di redenzione”…

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