Archivi categoria: Gianluca Meis

La macchina del volo

02f_02_ca17vStava seduto in un angolo del salone. Quello spazio così grande lo intimoriva abituato com’era alle piccole stanze in alberghi di provincia. Nessuno gli aveva mai dato appuntamento in luoghi più grandi di un bar di periferia o qualche ufficio dove la luce era quella assai più rassicurante di un neon, o gestita con pudore da qualche serranda accostata. Era riuscito ad evitare gli altri ospiti del palazzo per tutta la durata della sua permanenza. Lo aveva fatto ascoltando il rumore di porte che si assestavano su cardini arrugginiti, chiavi che rovistavano in toppe sbagliate tra sbuffi e sospiri. Tutto quel rumoreggiare gli dava la sensazione che fosse lo stesso palazzo a lamentarsi, a dolersi di così maldestri inquilini. Storie che non conosceva e non era interessato a conoscere: non cercava alcun buongiorno da corrispondere, accompagnato magari a qualche domanda circa quella permanenza veneziana che non lo entusiasmava affatto. Odiava l’umidità di quella bomboniera impolverata. La città poggiata sull’acqua gli restituiva costantemente una sensazione di precarietà disturbante. Un disagio sottile amplificato da tutto quello spazio eccessivamente illuminato. Si sentiva vulnerabile, una preda già nel morso impigrito di una belva che non vuole solo sfamarsi, ma pure divertirsi col proprio pasto facile. Cercava di rassicurarsi come poteva, tenendo le gambe accavallate e accarezzando la sua cartellina in pelle appoggiata alle ginocchia. Si aggrappava all’immagine più professionale che riusciva a crearsi anche se l’unico altro essere vivente in tutto il salone pareva essere una mosca che, ostinatamente, continuava a sbattere contro il vetro di una delle tante finestre.
A chi lo avesse osservato in quel momento sarebbe sembrato un impiegato di qualche ufficio pubblico. Uno di quelli che si può incontrare all’anagrafe di un Comune. Anonimo il giusto. Vestito per non suscitare alcun dubbio di studiata normalità se non quello rispetto agli occhiali. Cosa li facesse restare al loro posto pareva piuttosto inconsueto. Sembrava che il responsabile di tutto fosse il suo sorriso. Non poteva esserci altra spiegazione viste le orecchie troppo piccole e il naso così sfuggente e schiacciato da sembrare quasi posticcio. Un sorriso, per altro, in disarmonia con quanto espresso dagli occhi spenti e nervosamente incapaci di trovar pace se non quando intenti a studiare le carte custodite nella cartellina in pelle. Il suo lavoro. La sua professionalità conquistata in anni di esperienza e che lo aveva portato fino a quella sedia, nell’angolo più al sicuro di quel salone che odorava di polvere, umidità e avanzi di tempo. Continua a leggere

Le ricette dell’odio

white-bookSe l’eccessiva filantropia posticcia di cuochi stellari e stellati, illuminati da luce ex catodica ora digitale, vi provoca attacchi allergici oltre a improvvise voglie tassonomiche su improbabili spezie (capaci di guarire dall’unghia incarnita all’apnea notturna), dedicatevi come faccio io alle ricette dell’odio! Possibile che tutto debba essere un gesto d’amore? Anche lo sbattere due uova per una frittata? Siamo davvero sicuri che serva, che faccia bene, che nobiliti, chiamare in causa sempre e soltanto questo abusato sentimento ormai più vuoto di un grande magazzino outlet dopo gli sconti di gennaio?
Le ricette dell’odio è un vecchio e mai ristampato volumetto edito quasi semi clandestinamente in Italia circa dieci anni fa. Una brossura a filo estremamente elegante e della quale resta a mio avviso un mistero il perché non abbia riscosso tutto il successo che avrebbe invece meritato!
Tra gli assunti dell’autrice, la cuoca italo-tedesca Caterina Vorratskammer, per quanto politically uncorrect, troviamo un certo pessimismo riguardo la poetica della cucina e riassumibile con una frase estrapolata dall’introduzione dello stesso ricettario: “Possiamo anche credere a tutti quegli uomini che si riempiono la bocca di frasi fatte sentite da qualche opinionista Tv circa la convinzione che una donna debba conquistare il proprio uomo a partire dalla cucina, ma provate voi a rifiutargli del sesso orale e vedrete poi se un ragù o uno spezzatino faranno la differenza”. L’autrice mette in evidenza da subito una certa vis polemica variegata di cinismo e disaffezione verso il genere a cui le sue cure di donna e cuoca dovrebbero teoricamente essere indirizzate. Ma non solo agli uomini sono dedicate queste ricette dell’odio. Continua a leggere

Le domeniche al mercatino

Prime edizioni, bizzarrie editoriali e curiosità in forma di libro

L’inserto domenicale di #Svolgimento dedicato ai libri recuperati in qualche mercatino,
negozio di antiquariato, rigattiere o fiera di Paese.
Oggetti capaci di affascinare, incuriosire, conquistarci fino alla brama del possesso,
da un euro in su!

20160507_141408Era il 1969. La Bompiani mandò in edicola per la prima volta una raccolta di strisce pubblicate l’anno prima dal giornale Paese Sera e fu subito Mafalda mania! I volumi, rilegati in brossura e copertina rigida ebbero un grande successo. Il primo fu Mafalda la contestataria a cui seguì dopo pochi mesi (ma già nel 1970) questo secondo dal titolo Così va il mondo, Mafalda. La dedica (voluta da Quino, l’autore) era per i Beatles. Lo sguardo arguto, indagatore, contestatore e libertario di Mafalda conquista da subito migliaia di lettori, appassionati e cultori. Un successo che tuttavia quasi spaventa l’autore che deciderà di chiudere l’esperienza solo pochi anni dopo, nel 1973. Non moltissime strisce dunque ma sufficienti a regalare una così duratura fama alla piccola, e ai suoi variegati amici, che dura tutt’ora. Un fumetto che diventa quasi una lezione di vita, un modo originale e appassionante per parlare di grandi temi sociali che ancora non era frequente ritrovare nei fumetti. Molte raccolte delle storie di Mafalda seguiranno nel tempo, ancora di più un merchandising quasi soffocante che ha trovato nuova linfa anche grazie al diffondersi di internet e dei social, molti dei quali hanno realmente adottato la piccola in famosi “meme” che presentano stati d’animo e di umore facili alla condivisione.

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Le domeniche al mercatino

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20160415_125900La prima meravigliosa sorpresa che riserva questo volume del 1961, edito da Longanesi, la si scopre dietro la sovra copertina: un dettaglio da una stampa inglese del sedicesimo secolo con la truculenta esecuzione di un gruppo di streghe; quasi un colpo di teatro con il quale, da subito, Valeri ci ricorda come venivano risolti certi conflitti di genere fino a non molti secoli fa. All’interno invece si dipana una autentica gioia per gli occhi e uno degli esercizi di sofisticata ironia che vale più di qualsiasi trattato sociologico o dotta dissertazione sulla condizione femminile nel nostro Paese. Un racconto epistolare e telefonico dal quale emergono quelle figure di donne che hanno fatto la fortuna della loro amorevole e cinica creatrice, laddove con cinico si vuol esaltare una sorta di distacco quasi antropologico da cronista attenta e capace.
Velleitarie, egotiste, perfide dolose o inconsapevoli, invadenti o lamentose, aggressive o colpevolizzanti, tutte reclamano con carta, penna e cornetta del telefono l’incondizionata attenzione altrui: di coniugi – più spesso di amanti – inadempienti, di certi signori inclini all’evasività, di figli in procinto di sottrarsi alle eroiche cure materne. “Tu sai che non mi sarebbe affatto piaciuto che tu sposassi una donna molto bella, perché tanto raramente la bellezza femminile si accompagna all’onestà, e sono così lieta di saperti avviato in questo senso a una vita serena”, scrive da Conegliano Veneto la mamma a “Veniero Moscardin. Pensione Floris. Via Mazzini. Roma”, appena tornata dalla visita fatta al figlio per conoscere la futura nuora.

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20160409_104210Negli anni 80 Aldo Busi realizzò alcuni memorabili lavori letterari che lo posero all’attenzione dei media ingordi e famelici di associare a qualsiasi eventualità la parola “scandalo”. L’autore divenne così parte indispensabile dell’opera, Busi non era più solo quello che scriveva ma soprattutto quello che diceva (in interviste e comparsate televisive) o quello che faceva (memorabili certi spogliarelli). Seminario sulla Gioventù a mio avviso resta uno dei migliori libri italiani dal dopoguerra ad oggi e il lavoro di Busi, seppur tra alti e bassi, è un “caso” a sé nel nostro panorama letterario. Avesse forse scelto di far parlare solo i suoi libri e la sua opera oggi avremmo un Busi diverso che non fatico a vedere persino in qualche dotta antologia. Dal 1990 in poi il personaggio sovrasta definitivamente l’autore, diventa parte di quel sistema televisivo al ribasso in cui il trash la fa da padrone: chi urla più forte, chi mostra più tette, chi offre spazi sempre maggiori alla pornografia dei sentimenti, ripresi nei loro dettagli più intimi, imbarazzanti e meccanici (altro che atti sessuali su maxischermo!). Un trash “inseguito”, “voluto” e forse anche per questo incapace di attirarsi le simpatie dei cultori del genere, i quali hanno spesso gusti assai raffinati e meno dozzinali di quel che si immagina.
Leggo ancora Busi, amando molto spesso le sue pagine, ma continuo a rifiutare il personaggio che cerca di stare in equilibrio sopra le righe finendo spesso col venir triturato e rigurgitato dal sistema mediatico. Amo le sue provocazioni letterarie, colte e nobilissime (come l’aver tradotto “da un italiano all’altro” il Decameron di Boccaccio) non resisto al cambiar canale quando lo vedo urlare dal teleschermo.
Ultimamente il suo presenzialismo televisivo ha subito un arresto che mi auguro profondamente serva a fargli realizzare altri libri a maggior ragione dopo aver apprezzato il suo ultimo romanzo (El especialista de Barcelona, Milano, Dalai Editore, 2012).

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20160402_133444Una cronaca surreale a affamata della Dolce Vita spesa tra le chiacchiere con l’Arbasia (Arbasino), le risate con Paolo (Poli) e i tentativi di farne altrettante con Pier Paolo (Pasolini) che invece non sapeva ridere e a cui “ruba” dai diari giovani il titolo dello stesso libro: PPP descrive i primi turbamenti omosessuali risalenti all’età di tre anni, a Belluno, mentre osservava i ragazzi che giocavano nei giardini pubblici di fronte a casa sua. E per definirlo s’inventa un nome arcano, suggestivo ed esotico, ‘teta veleta’ (thethe in greco antico significa ‘bisogno, mancanza’ e il critico letterario Gianfranco Contini gli aveva insegnato che era sinonimo di ‘sesso’): “Era il senso dell’irraggiungibile, del carnale, qualcosa come un solletico, una seduzione, un’umiliazione”.
Una messa in scena super egoica che attraversa la storia di un Paese da sempre in contraddizione con sé stesso dove almeno ci si può divertire passeggiando con un cappello di rose di testa. Il sesso con Claudio Villa e le volgarità intervallate da riflessioni dolenti su assolate terrazze romane o i pisciatoi dietro la stazione dove cazzi innamorati discutono di campagne inglesi. Una requisitoria in forma di parodia (recita il retro di copertina) tra gli anni sessanta e settanta, vissuti da protagonista: musa corteggiata o strega da deridere, additare e tenere alla larga. Una lettura entusiasmante.

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