Stanze separate

16145687_10211754352000212_760352539_oDopo quella notte non avevano più dormito insieme. Lei aveva continuato a stare nella loro camera. Lui, in quella della figlia. Si stavano smarrendo ognuno nel proprio dolore. Anime alla deriva in uno stesso oceano, ma su zattere diverse destinate a non incontrarsi più. Il loro distacco non era una questione di disamore, ma di sopravvivenza. Il peso di ciò che avevano dentro, se condiviso, avrebbe fatto affondare qualsiasi imbarcazione. Per questo si stavano ignorando, navigando su chiatte e rotte differenti: per non colare a picco nell’abisso dei sensi di colpa. Avevano preso il largo senza il conforto di alcun punto cardinale, senza nessun faro che scalfisse la pece della notte. Rimanere ancorati a terra avrebbe significato morire; così, si erano lasciati fagocitare dal buio senza pensare a chi e come avrebbe provveduto alla propria salvezza. Forse perché in loro stava macerando la cognizione che non vi è scampo da se stessi. La redenzione era qualcosa al di là della loro portata, come la felicità e il ricordo di quella che era stata la loro vita perfetta.
Fu lei a capire che l’oceano li stava uccidendo. Se non fossero tornati a terra, presto sarebbe stato troppo tardi.
Spense la televisione e andò da lui. Lo trovò imbozzolato nel proprio dolore sul letto della figlia. Era la prima volta che entrava nella stanza di Chiara, da quella notte.
«Dormi?» gli chiese.
La sua voce gli era diventata straniera. Non si parlavano più. Si domandò se fosse accaduto qualcosa, salvo pensare: “Cos’altro mai potrebbe essere successo?”.
«No».
«Bene. Andiamo in cucina».
La seguì. Lei si versò un calice di Primitivo e per qualche secondo si smarrì nelle venature rubino del vino, come se insieme alle particelle d’aria vi stessero danzando dentro immagini del loro passato che solo lei riusciva a vedere.
“È ingrigita” pensò scrutandola per la prima volta da mesi. Il viso era esangue. Il corpo si era rinsecchito come una pianta d’inverno. C’era più luccichio vitale nel vino che nei suoi occhi.
“Chissà come sei tu” rifletté. “Forse sei messo perfino peggio”.
«Non possiamo andare avanti così» disse lei. «Dobbiamo parlare di quello che è successo».
Lui non fiatò.
«Questa cosa ci sta ammazzando».
«Forse ce lo meritiamo» ribatté lui.
Il tempo ha proprietà cicatrizzanti. Ma le cicatrici rappresentano uno spartito che racchiude la melodia del passato. Una musica che solo chi è stato ferito nel profondo riesce a sentire. Sottopelle.
Si guardarono. Le loro cicatrici erano le stesse. Non erano visibili a occhio umano, ma entrambi udivano la sinfonia del dolore riecheggiare sinistra sotto la pelle dell’altro. Quella musica era insopportabile. Ma doveva continuare a risuonare se volevano affrontare la perdita che li stava lacerando. I loro canti dovevano intrecciarsi l’uno con l’altro fino a diventare un tutt’uno.
«Tu credi che sia stata colpa mia, vero?» fece lei.
«Non l’ho mai detto».
«Te lo leggo negli occhi».
«Non voglio parlarne».
«Non posso più vivere così» lo implorò. Una lacrima le cadde dentro il calice, increspando la superficie vermiglia.
La fissò. Avrebbe dovuto parlarle, rivelando il tormento che gli si agitava dentro. Ma non lo fece.
«Buonanotte» disse e tornò a dormire.
Si svegliò più tardi del solito. Dalla sua camera nessun rumore. Qualche ora più tardi, turbato dal silenzio, andò da lei. La stanza era vuota. Il letto perfettamente rifatto. Gli armadi sgombri. Se n’era andata.
Prese uno dei cuscini e se lo strinse al petto. Profumava di lei. Lei, che aveva lo stesso profumo di Chiara.
In quel momento capì di averle perse entrambe.
Per sempre.

Piergiorgio Pulixi

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