Per mia colpa – prima parte

14959054_10211001268533596_1506377155_oNessuno conosce nessuno. Ora lo so. Dopo la violenta incredulità, dopo la marmorea volontà di non arrendermi alla realtà, ho maturato la consapevolezza che sono stata ingannata. Per anni. È stato doloroso cedere a questa verità. Il mio mondo perfetto è crollato. Quando meno me l’aspettavo, una crepa l’ha attraversato da parte a parte. Nel bel mezzo del solito silenzio tutto ha scricchiolato. Come in un terremoto. Poi, dalla crepa più grande si sono diramate spaccature più piccole, finché il mio autocontrollo non ha retto più ed è caduto tutto a pezzi.
Un poliziotto mi prende per un braccio e mi porta fuori casa. È gentile. Ma di una gentilezza fastidiosa, perché so che la sua cortesia nasce dalla pietà verso di me, questa donna che non ha mai avuto la minima percezione dell’inferno che si nascondeva dentro casa. Nella sua stanza. Nel suo letto. Non riesco a parlare. Non riesco a piangere. I vicini mi guardano dalle finestre. I loro occhi sono come fari puntati su di me. Dovrei trovare il coraggio di guardarli in faccia, di camminare a testa alta, perché io non ho fatto niente. Ma la vergogna è come un veleno che stordisce. E più passano i secondi, più questo siero tossico mi ottunde i muscoli. Ora so come si sente una bambola. È una brutta sensazione essere totalmente alla mercé di qualcuno.
L’agente mi fa entrare in un’autopattuglia. Mi aiuta a sedermi sul sedile posteriore. Chiede se sento le sue parole. Lo guardo senza vederlo realmente. La sua immagine è deformata dalle lacrime. Dice che non devo avere paura, che andrà tutto bene. Mi domanda se ho bisogno di un medico. Vorrei dirgli che l’unica cosa di cui ho bisogno è un gigantesco barattolo di colla per prendere i cocci della mia vita e attaccarli di nuovo insieme, che sono sempre stata bravissima ad aggiustare tutto, non è troppo tardi, posso ancora farcela. Ma non ho voce per quella richiesta. Pretesa stupida, tra l’altro. Infantile. Me ne rendo conto nell’istante stesso in cui i pensieri si formulano in testa. Ma è la mente che continua a non voler accettare la cosa. Istinto di auto protezione, credo. Perché, arrendersi alla verità, significherebbe ammettere che ho sbagliato tutto. Che sono stata complice di tutto questo. Che ho appena vinto un biglietto di sola andata per la pazzia.
Mi porto le ginocchia al petto. Le circondo con le braccia. Poi incasso la testa come se volessi rannicchiarmi tutta. Come se volessi rimpicciolire. Sempre più piccola. Per tornare nel ventre materno. Mese dopo mese, all’indietro nel tempo. Un feto. Una scintilla di vita. Poi ancora più addietro. Fino a essere niente.

Commissariato di Polizia. Un ufficio che mette soggezione. Arredamento istituzionale. Atmosfera fredda, impersonale. Io: seduta su una sedia scomoda stretta nel giubbotto prestatomi da un ispettore in borghese. Lei: appoggiata contro la scrivania, braccia incrociate, impacciata nella sua armatura d’imbarazzo. Ringrazio che almeno sia una donna. Con un uomo sarebbe stato decisamente peggio.
«Immagino che sia molto difficile per lei…».
Alzo lo sguardo sulla poliziotta. Darei qualsiasi cosa per farle dire che è uno scherzo. Un sogno. Che ho bevuto troppo ed è tutto frutto della mia fantasia.
«Noi siamo certi della sua buona fede, e devo dire che lui si è preoccupato fin dal primo istante di mettere in chiaro che lei non era a conoscenza di nulla, che era totalmente estranea ai fatti».
Chissà dietro la solida facciata professionale, dietro le frasi di rito, all’ombra della procedura poliziesca, cosa pensa veramente di me. Sicuramente che sono una stupida. Che non ho voluto vedere. Che sono stata una donna e una moglie debole, creta tra le sue mani.
«E, so che può apparirle, come dire… non so, strano e crudele da parte sua, ma lui continua a dire che l’ha sempre amata, e che l’ama ancora adesso».
Scoppio a ridere. Una risata isterica. Una risata così stridula e venata di ombre che le fa venire la pelle d’oca. Le mie risa non sono per la sua dichiarazione d’amore. Ma per la mia. Per il fatto che io, maledetta scema, sono ancora innamorata di lui. O meglio, dell’idea di marito e uomo che avevo di lui. Mi chiedo dove sia finito quell’uomo. Dove sia finito mio marito. Ero innamorata della maschera che portava. E questa bastarda e i suoi uomini gli hanno strappato quella maschera di dosso, rivelandomi uno sconosciuto. Un mostro. Vorrei ucciderli per averlo fatto. Maledirli per l’eternità.
«Io posso soltanto immaginare come lei si senta in questo momento, ma…».
«No. Lei non può immaginare».
«Capisco».
«No. Non può nemmeno capire».
Per un attimo i suoi occhi brillano di cattiveria. Poi realizza che la mia insolenza è dettata dalla disperazione, da questa situazione scabrosa in cui sono stata risucchiata. Allora la compassione spazza via qualsiasi traccia di offesa dal suo volto. Mi poggia una mano sulla spalla. Sento un piacevole calore avvolgermi i muscoli. Non so perché, ma quella sensazione tattile mi riporta alla mente mia madre. Rivivo quei lontanissimi ricordi di me, bambina, che mi rifugiavo tra le sue mani sempre così magicamente calde. Quanto vorrei tornare bambina, ora. Quanto vorrei che fosse qui. Lei, che era carne della mia carne, avrebbe potuto capire. Lei, sì.
Per qualche secondo rimaniamo in silenzio. Non c’è più nessun ruolo. Né poliziotta né vittima. Siamo soltanto due donne esterrefatte davanti alla cattedrale di perversione eretta dagli uomini. Una cattedrale perfettamente mimetizzata nella vita di ogni giorno come uno di quei vecchi rifugi tedeschi nei boschi ai tempi della guerra. Invisibile ma letale.
«Le mie figlie?».
«Sono con il nonno. Potrà vederle tra poco, appena…».
«Non voglio vederle».
Mi guarda incredula.
«Signora, penso che ora abbiano davvero bisogno di lei».
«Ho detto che non voglio vederle… So già che non potrei sostenere tutto questo, non reggerei… Né alle loro domande né ai loro… occhi».
«Va bene, come vuole… Io mi scuso ancora, ma dovrei davvero farle qualche domanda».
La guardo. Annuisco. Va bene. Fammi tutte le domande che vuoi. Scarnifica la mia ingenuità. Dilata le mie ferite fino a portare alla luce i nervi tesi, tremolanti e stremati, che cercano di ancorare la mia anima al corpo. Osserva in che modo inconsulto il mio cuore ora batte. Divertiti a guardarmi pattinare sul ghiacciaio della pazzia, agitando le braccia, cercando di non perdere l’equilibrio e crollare a terra. Ma fallo in fretta. Facciamola finita perché poi voglio sparire. Voglio scappare. Voglio dimenticare.
«Se vuole, possiamo iniziare tra qualche minuto, forse ha bisogno di riprendersi…».
«No, dottoressa. Iniziamo subito. Voglio finire il prima possibile».
Annuisce.
Poi inizia.
E le sue domande mi attraversano come pugnalate.

*

Era impossibile non amare mio marito. Aveva tutto quello che una donna può desiderare in un uomo. In uno sposo. In un amante. In un padre. Aveva mani grandi e forti. Unghie perfette dai riflessi perlacei. Spalle ampie. Un viso regolare, dai tratti decisi. Ciglia lunghe. Occhi azzurri che mi ricordavano il mare. Non tanto per il colore. Quanto per quella particolarità che ha il mare di passare da uno stato di totale calma e tranquillità a una repentina irrequietezza e cupezza. Il suo sguardo era così. Bastava un niente per accendere o spegnere quell’azzurro intorno alle pupille. E questo aveva un qualcosa di misterioso che mi affascinava. Perché, nonostante fosse un uomo forte, sicuro di sé, consapevole della sua bellezza e di quella fierezza naturale che emanava come un profumo, era allo stesso tempo sfuggente e complesso. A volte, nonostante fosse circondato da tante persone, avevo la sensazione che fosse comunque solo. E questo lo rendeva ai miei occhi in qualche modo ancora più attraente. Sentivo come di avere una missione: quella di capirlo. Quella di arrivare dove lui non permetteva a nessuno di accedere. Nemmeno a me. Più lui si celava, e più quel nascondino psicologico intrigava la bambina che era in me, che voleva vincere quel gioco, volendo trovare l’ultimo bambino nascosto per aggiudicarsi la vittoria. Forse perché sono stata sempre attratta dalla complessità, dalle superfici irregolari invece che da quelle lisce, dove ogni regola geometrica è scontata. Con lui, al contrario, nulla era ovvio.
Mio marito aveva una dolcezza virile. La manifestava con abbracci, baci e sguardi improvvisi che avevano il potere di immobilizzarmi e farmi implorare che il tempo si fermasse. E, rispetto a tutte le tristi confessioni, le lamentele e le rivelazioni dolorose delle mie più care amiche, la cosa che mi faceva sentire quasi in colpa, da quant’ero fortunata, era che mio marito, a dispetto dei loro, quella dolcezza non l’aveva mai perduta. I suoi sguardi, le sue dita che cercavano le mie, i suoi polpastrelli che risalivano il mio collo per perdersi tra i capelli e danzare sulla mia nuca, quel suo bisogno di stringermi senza motivo a volte così forte da farmi male, quel suo mordermi dolcemente le labbra come assaporando un frutto proibito, tutto questo, in lui, non era mai stato sbiadito dalle ingiurie del tempo. In quasi vent’anni che stavamo insieme era riuscito a non cambiare. Aveva sigillato il nostro amore impedendo che si deteriorasse sotto gli assalti laidi dei giorni. E questo, a volte, mi commuoveva. Mi faceva chiedere la notte, quando dormivo al suo fianco, la testa appoggiata sul suo petto avvolta da quelle grandi braccia e immersa in quel calore rassicurante, cosa mai avessi fatto di così importante nella mia vita per meritarmi un uomo del genere.
Ai miei occhi, era un uomo così speciale che, seppur mi vergogno ad ammetterlo, ero gelosa delle mie stesse figlie. In certi momenti, mi sorprendevo a desiderarlo soltanto per me. Come preda di un appetito compulsivo, non volevo che nessuno mi rubasse anche solo una briciola di lui. Se era capace di amarmi così tanto, allora volevo prendermi quell’amore fino all’ultima stilla. Così, quando lo vedevo giocare con le bambine che avevano preso i suoi occhi e quelle sue labbra carnose, quando li vedevo ridere felici, spesso mi sentivo trafitta da emozioni contrastanti: amore verso la mia famiglia, invidia verso le mie piccole, e un’imbarazzante gelosia verso tutto il mondo al di fuori di noi che non avevo il coraggio di confessare nemmeno a me stessa.
Questo era mio marito. Un amante generoso e attento che mi toccava come se fossi fatta di cristallo, che mi portava al limite fino a lasciarmi senza fiato per poi stringermi quasi con disperazione come se temesse che potessi dissolvermi. Un padre dolce e sempre disposto a giocare. Un uomo intelligente e ben voluto da tutti.
Questo era mio marito, prima che arrivassi a scoprire che ciò che conoscevo di lui era soltanto la parte esposta alla luce, quella che metteva volutamente in risalto.
Ma esisteva un’altra parte, completamente all’ombra.
E io non me n’ero mai accorta.

(fine prima parte)

Piergiorgio Pulixi

pulixi2Nato a Cagliari nel 1982 e vive a Londra. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato “Perdas de Fogu”, (edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale “Un amore sporco” inserito nel trittico noir “Donne a Perdere” (edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir “Una brutta storia” (edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog “Noir italiano” e “50/50 Thriller”, e proseguita con “La notte delle pantere” (edizioni E/O 2014). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo “Padre Nostro” e il thriller psicologico “L’appuntamento” (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di “50/50 Thriller”. Nel 2015 ha dato alle stampe “Il Canto degli innocenti” (Edizioni E/O) primo libro della serie thriller “I Canti del Male”. Nell’autunno 2015 tornerà in libreria con il nuovo romanzo della serie di Biagio Mazzeo, “Per sempre”, pubblicato per la collana Sabot/Age diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto.
Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento. È uno degli autori presenti nell’antologia “Nessuna più” (Elliot 2013). I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, Canada, e Regno Unito.
Biagio Mazzeo è il protagonista anche dei racconti: “La scorciatoia” e “Il quarto sparo”, presenti sul blog Svolgimento.

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