L’attesa – seconda e ultima parte

14408982_10210521829507920_879185470_nIl mare era inquieto quella sera. La scogliera era spazzata dal vento. Fantasmi di sabbia si schiantavano contro le rocce come un esercito di anime dannate, trascinando il carico doloroso della propria esistenza. Gli spruzzi che il vento sollevava dall’acqua schioccavano come frustate. Era come se il mare volesse sbranare l’isola. L’inverno quell’anno non si era fatto preannunciare; aveva fatto irruzione alla Batteria come un nemico venuto dal mare, schiumando tutta l’acredine macerata nel buio della propria anima per un anno intero.
Io e lui eravamo in piedi a fissare quella massa tetra che per la prima volta ci faceva paura, schiaffeggiati dal vento che, perfido, mi aggrovigliava i capelli, quasi volesse strapparmeli. L’aria odorava di tempesta; ne sentivo l’elettricità formicolarmi addosso.
«Cosa facciamo, allora?» gli chiesi, il cuore che mi batteva impazzito nelle orecchie.
Colsi un lieve tremito nella sua mano che stringevo con forza. Lui non aveva compiuto ancora vent’anni; io ne avevo soltanto sedici; non eravamo pronti a fronteggiare quella realtà.
«Partirò» disse poi. «Mi arruolerò in Marina, e cercherò di farmi spedire in qualche base qui vicino. È l’unica soluzione».
«E io?».
«Dovrai aspettarmi. Se avrò un lavoro, un lavoro vero, allora tutto sarà più semplice. Tua madre… ci permetterà di farci una vita».
Quando pronunciò quel ci, l’altra sua mano andò a posarsi con delicatezza sopra il mio ventre. Mi sentivo ancora una bambina, ma la carne ci aveva traditi. L’avevo scoperto da poco meno di un mese, e per tutto quel tempo avevamo cercato una soluzione; alla fine, era arrivato il momento di prendere una decisione. La vecchia Batteria di Talmone aveva scandito tutte le fasi della nostra vita: l’infanzia, il passaggio all’adolescenza, l’amore che da semplice fantasia si era trasformato in qualcosa di carnale; e adesso quelle scogliere e quel mare rabbioso chiedevano in pegno la nostra fanciullezza, la nostra innocenza; era questo il tributo da pagare per diventare adulti.
«Lei… mi ammazzerà» dissi.
«Non lo farà, lo sai. Ti terrà il muso, non ti parlerà per qualche settimana, forse, ma alla fine dovrà accettarlo» mi rincuorò con lo stesso tono dolce con cui quando eravamo bambini mi rassicurava quando mi facevo male giocando.
«Tornerò» disse, gli occhi persi nella baia marina che ribolliva irrequieta. «Tornerò e ci sposeremo. È quello che ho sempre sognato».
Era quello che avevo sempre bramato anch’io; anzi, il pensiero che le nostre vite sarebbero state intrecciate fino alla fine, era più di un sogno: era una confortante certezza. Ora, però, il destino voleva separarci; noi, che separati non lo eravamo stati mai.
«Sposiamoci adesso» dissi. Il cuore aveva parlato da sé, senza essere prima filtrato dalla mente.
«Scherzi?».
«No. Voglio avere la certezza che tornerai. Ho paura che altrimenti non lo farai».
«Non essere sciocca. Lo sai che sei tutto per me».
«E allora sposiamoci».
Il vento mugghiò più forte, come a voler esprimere il suo disappunto.
«Dici davvero?».
Non risposi. Alzai la mano sinistra. All’anulare portavo la vera nuziale di mia madre. La fede mi ballava un poco intorno al dito, perché lei aveva dita più grosse, da contadina. Quello di prenderle in prestito la fede era un vezzo che avevo sin da piccola; all’inizio mi sgridava per questo, diceva che indossare l’anello nuziale di un’altra donna arrecava sfortuna, che chi l’avesse fatto non si sarebbe mai sposata. Era una donna all’antica, intrisa di superstizione agreste fino alle ossa; ma, col tempo, si era abituata a quella consuetudine, tanto che la mattina, prima di recarsi ai campi, lasciava l’anello sul tavolo della cucina di modo che io potessi prenderlo e restituirglielo alla sera, quando tornava, le dita talmente rigonfie che per poterlo infilare doveva cospargerlo di sapone.
Gli sorrisi e gli porsi l’anello. La scogliera, la Batteria, la baia, quei luoghi erano sempre stati un ricovero per le nostre anime. Per noi erano più sacri di una chiesa e di un altare. Quella, era la nostra cattedrale.
«Voglio che me lo prometta qui» dissi. Poi mi corressi: «Voglio che ce lo prometta qui».
Lui sorrise e fece per prendere l’anello, ma una raffica di vento glielo strappò dalle mani, scagliandolo sugli scogli.
Mi sentii mancare. Quella fede era tutto ciò che rimaneva a mia madre di mio padre, morto di fatica tra i filari di grano quando ero ancora bambina. Perderla, per lei, avrebbe significato perire.
«No!» gridai, osservando la vera rimbalzare da uno scoglio all’altro, finché un’altra folata la fece volare in acqua.
Lui sapeva cosa quell’anello significasse per me e mia madre, e reagì d’istinto, dimentico dell’inverno e della tempesta che si agitava tutt’intorno a noi; saltò su uno spuntone di roccia e si tuffò in mare.
Sussultai quando lo vidi immergersi in quell’acqua scura che doveva essere ghiacciata. Trattenni il fiato per un tempo che mi sembrò infinito. Solo quando riemerse ripresi a respirare. Gli dissi di lasciar perdere, ma nemmeno mi sentì. Si immerse di nuovo in quei gorghi schiumosi che pareva non stessero aspettando altro che inghiottirlo. A differenza mia, che non avevo mai imparato a nuotare, era un nuotatore provetto; ma era abituato al mare placido dell’estate, non alla burrasca invernale. Inoltre, era vestito di tutto punto, e gli abiti, pesanti, lo stavano sicuramente tirando a fondo.
Presi a piangere e singhiozzare, disperata. Il vento, anziché rabbonirsi, accrebbe la sua ira. Un’onda s’infranse con tale violenza sulla scogliera che uno spruzzo d’acqua mi percosse violento come uno schiaffo, facendomi crollare sulla roccia. Mentre cadevo, non pensai a proteggere me stessa, ma la vita che portavo dentro. Circondai il ventre con le braccia, cercando di stramazzare sul fianco, ma scivolai sulla pietra umida e battei la testa.
Di colpo fu notte.

Mi risvegliai tra le punte rocciose. La pelle collosa di sangue, un tremore incontrollabile alle mani. Avevo una brutta ferita alla tempia. Era stato il bruciore del sale dell’acqua nella carne viva a destarmi. Gridai il suo nome. Mi rispose solo l’infuriare del vento. A stento mi alzai, cercando di non scivolare di nuovo. Non paga, la corrente sembrava tirarmi per i vestiti, quasi volesse riservarmi la sua stessa sorte. Non so come, ma riuscii a sottrarmi alla sua brutalità.
Non appena raggiunsi la Batteria, lanciai un’occhiata al mare. Era un abisso nero. All’orizzonte i fulmini stracciavano le nubi riversandosi sul mare. Mi parve di udire una risata funerea che mi fece accapponare la pelle.
“È solo un gioco del vento” mi dissi. Ma avevo paura di guardarmi intorno per scorgere gli spettri di quei soldati trucidati in quelle scogliere che mi fissavano.
Corsi a cercare aiuto benché, dentro di me, sentivo che era ormai troppo tardi.
Lo era.

Il suo corpo non venne mai ritrovato. Dissero che la corrente l’aveva trascinato al largo dove le onde l’avevano sbranato come un branco di iene fameliche. In seguito, riuscii a orecchiare una conversazione tra due carabinieri: sostenevano che era meglio così; il mare non aveva pietà dei cadaveri, e se li risputava in riva dopo qualche giorno i corpi erano in una condizione tale da non sembrare nemmeno umani; meglio che il cadavere di quel ragazzo non sia mai recuperato, ripeterono.
Così il mare divenne la sua tomba.

Avevo l’anima in brandelli. Ma dovetti ricucirla col suo ricordo per andare avanti. Rivelai tutto a mia madre, di noi, della bimba che portavo in grembo. Quella sera non disse nulla e se ne andò a letto. Il mattino dopo si svegliò all’alba, come di consueto, ma anziché dirigersi ai campi, si avviò verso uno dei paesini lì intorno. Tornò a mezzogiorno, con un uomo. Era più vecchio di lei: basso, tozzo, la schiena curva di chi ha vissuto chino sui campi. Lei disse che era il padre della bambina e che l’avrei sposato il mese successivo. Non potei che annuire.
Quando la bimba nacque, aveva i suoi occhi. Ogni speranza di dimenticarlo, svanì con lei. Ogni sorriso di mia figlia, ogni sua espressione, mi parlava di lui. Di lui e di quel mare traditore che se l’era portato via.

«Sposasti mio padre ed ebbi me. Cercasti di dimenticarlo perché dovevi concentrarti su di me. Il matrimonio non fu felice e non durò a lungo. Papà morì quando avevo dieci anni. La nonna gli sopravvisse di qualche anno, poi se ne andò anche lei. Rimanemmo soltanto io e te, in questo posto da cui non volevi andartene… Non mi dicesti mai la verità, fui io che la scoprii tanti anni dopo. Volevi proteggermi, forse. O forse ricordarlo faceva troppo male… Iniziasti a lavorare, e forse un poco lo dimenticasti. Ma non volevi saperne di andartene da qui. La Batteria era tutto il tuo mondo, tanto che alla fine, per starti accanto, ne sono diventata la custode… Ti sei ammalata un anno fa. Il neurologo dice che è una strana forma di Alzheimer. Ti stai pian piano disancorando dal presente. Vivi nei ricordi, nel passato, e nella speranza che lui stia per tornare. Stai fuggendo dalla realtà, mamma. È per questo che devi prendere le medicine… Ora dormi».
Mi voltai su un lato e lasciai che le lacrime impregnassero il cuscino.

…Dammi ancora qualcosa. Qualsiasi cosa. Tutto, purché sia tuo…
Mi ero ingannata. Non erano state le sue ultime parole, ma le mie. Le avevo pronunciate nella mia mente così tante volte, che alla fine la malattia aveva iniziato a ripetermele con la sua di voce, convincendomi che fosse stato quello il suo addio. La mia mente aveva voluto risparmiarmi la brutalità della verità. Un abbandono era più tollerabile della banalità della sua morte. Rimuginai su ciò che mia figlia mi aveva detto, e quando dopo qualche ora sentii il suo respiro farsi pesante di sonno, mi alzai e andai in bagno. Vomitai nella tazza e tornai a letto.

Mi svegliai più presto del solito. Uscii in giardino. Raccolsi dei fiori selvatici e inspirai a occhi chiusi il profumo della salsedine che la brezza marina spandeva fino alla soglia di casa.
Erano cinquant’anni che non lo vedevo. Lo sognavo quasi ogni notte, dall’indomani del nostro addio. Eppure, quel giorno sentii un brivido solleticarmi l’anima. Mi voltai in direzione della Batteria e sorrisi quando capii cosa significava.
Finalmente stava tornando da me.

Piergiorgio Pulixi

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