L’attesa – prima parte

14408982_10210521829507920_879185470_nErano cinquant’anni che non lo vedevo. Lo sognavo quasi ogni notte, dall’indomani del nostro addio. Ma da quel giorno erano passati cinquant’anni. Per tutto quel tempo era come se non fosse mai andato via. Dalla mia mente. Dal mio corpo. Era sempre stato con me. Nonostante avessi cercato di corrodere il suo ricordo, di amputare le mie memorie, non ci ero mai riuscita. Era questa la maledizione di quell’amore: non poter dimenticare. Era come se avessi continuato a vivere due vite; una, dove lui materialmente non c’era più, e l’altra, dove invece era con me e mi osservava come un fantasma che non vuole sapere di andarsene, condannato a una vita incarnale di crudele contemplazione.
All’inizio avevo creduto di essere pazza, perché la sua presenza, per quanto immateriale, era come tangibile. Col tempo, però, ci avevo fatto l’abitudine. Riflettendoci, lui era uno spettro della mia mente; una proiezione dei sensi di colpa, dei rimpianti, di quell’amore che avevo soffocato tanti anni prima. Era naturale che fossi costretta a convivere con i suoi muti silenzi.
Un pomeriggio, mentre come mio solito camminavo verso la Batteria, l’aroma aspro della macchia mediterranea a graffiarmi le narici, il muggito del mare in lontananza, avvertii come una fitta al petto di tale intensità che dovetti fermarmi e inginocchiarmi a terra. Provai un qualcosa di non definibile a parole, ma in qualche modo ebbi la certezza che stava tornando. Così come si propagano le onde, così si sparsero intorno a me i ricordi della nostra giovinezza, trascinati dalla violenta sensazione che lui stava venendo da me. Dopo cinquant’anni. Cinquanta maledetti anni da quell’evento che aveva scavato un abisso tra noi.
Non andai al mare. Tornai a casa, preda di una febbre attizzata da quel presagio. Rimasi a letto a combattere con i brividi e i tremiti. D’un tratto poi, così come era arrivata, qualche ora dopo la febbre svanì. La mia mente, che da principio era entrata in tumulto all’approssimarsi di quella sorta di premonizione, pian piano aveva iniziato ad accettare il suo ritorno e ciò che inevitabilmente avrebbe comportato nella mia vita. Nella mia anima.
Quella notte rimasi a lungo a fissare la luce vacillante del fuoco nel camino. Tutto in casa emanava un senso di attesa, tanto che anche mia figlia lo avvertì e mi chiese cos’avessi, la voce vibrante di curiosità e preoccupazione. Non avevo mai raccontato di lui. Era un qualcosa di intimamente mio. Dissi che non era niente e andai a letto, ma non mi addormentai. Lasciai la finestra aperta. La luminescenza argentea della luna si riversava nella stanza. Indugiavo nei dettagli visivi per non pensare; ma sapevo che prima o poi avrei dovuto confrontarmi con ciò che avevo sepolto in fondo al cuore. Lui stava arrivando e avrebbe preteso delle risposte. Avevo paura di chiudere gli occhi. Temevo la cascata di ricordi e sensazioni che mi avrebbe travolta. Mi diedi della stupida, della patetica, perché quel presagio non aveva nessun fondamento concreto. Eppure, ogni fibra del mio corpo si stava preparando al suo ritorno. Il mio sangue sapeva. Fin dal nostro primo incontro eravamo stati legati da un tessuto connettivo impalpabile, fatto di una materia spirituale che ci aveva resi partecipi l’uno dell’esistenza dell’altra, nonostante quella crepa di cinquant’anni che ci separava.
Alla fine il sonno vinse sulla paura e chiusi gli occhi.
…Dammi ancora qualcosa. Qualsiasi cosa. Tutto, purché sia tuo…
Erano state le sue ultime parole. Risuonarono in quella stanza, increspando il silenzio della notte, come se le avesse pronunciate in quel momento innanzi a me. Palpitavano di disperazione. La stessa disperazione che gli infiammava gli occhi quel giorno di cinquant’anni prima, quando le aveva proferite.
Le lacrime mi rigarono il viso. Qualcosa dentro me gridava di riaprire le palpebre, di non permettere ai ricordi di dilaniarmi. Ma non le riaprii. Il tormento, il dolore, il risorgere delle colpe che avevo tumulato negli antri più bui dell’anima, erano dei passi obbligati. Così mi lasciai avvizzire di rimpianti finché l’alba non venne a salvarmi.

La mattina dopo quella sensazione di fatalità era ancora più forte. Mi sentii travolgere dall’intima consapevolezza che non potevo sfuggire al mio destino ma, anzi, dovevo andargli incontro. Aprii le finestre. Mi persi a scrutare l’alba venata di foschia e cercai di aggrapparmi disperatamente alle ragioni del mio cuore. Camminai per i sentieri profumati di fiori e aranci dietro casa. Raccolsi in una cesta i limoni maturi e innaffiai le piante. Cercavo una distrazione nei piccoli impieghi quotidiani. La sensazione che si fosse messo in viaggio era ogni minuto più intensa. Presi un caffè sotto la fresca veranda, osservando i cani giocare e rincorrersi nel giardino, e a metà mattina decisi di mettermi in cammino.
A differenza sua, non ero mai andata via. Vivevo ancora dove ci eravamo conosciuti da bambini, accerchiata dai ricordi. Eravamo cresciuti insieme nell’estremo nord della Sardegna, in un posto chiamato Punta San Diego, innanzi all’arcipelago di La Maddalena. È una zona particolarmente esposta al vento che d’inverno soffia con rabbia ancestrale. Un vento tanto iroso che ha scolpito e levigato le enormi rocce granitiche che si affacciano su un mare verde smeraldo. È un luogo aspro, selvaggio, indomabile come lo spirito di alcuni uomini facili alle passioni. Un posto di albe livide e tramonti sanguinari. Di pace e tempesta. A seconda che soffi la Tramontana o il Ponente, ti giunge con la stessa facilità il profumo asprigno dei corbezzoli e del mirto o quello più dolce e salmastro della salsedine. Nascosta tra gli anfratti rocciosi e la cruda macchia mediterranea, si trova la Batteria Militare Talmone, risalente alla seconda metà del ʼ700; quella fortificazione era stata creata per tenere sotto controllo il canale tra l’isola di Spargi e la Sardegna. Quando eravamo bambini, era lì che andavamo a giocare. La base era in completo stato di abbandono, divorata dalle piante e dall’usura del tempo. Era un luogo spettrale, nonostante fosse bellissimo, aggrappato com’era sulla roccia, invisibile per chi arrivava dal mare. I nostri genitori non volevano che ci andassimo, sostenendo che fosse pericoloso e pieno di insidie, ma era più forte di noi: ci immedesimavamo nella vita di quei settanta marinai che per tanti anni si erano dati il cambio nel fortino, abbandonati a se stessi in quel luogo impervio, costretti a convivere con la solitudine e i propri demoni interiori, facendo la guardia a un luogo stupendo, ma dimenticato da Dio. Ci riempivano la testa con leggende e brutte storie: come, per esempio, quella del bambino che era caduto in una delle cisterne del fortino ed era morto gridando aiuto, e che da quel momento aveva infestato la Batteria in forma di fantasma, deciso a far fare la stessa fine ad altri bambini per non essere condannato alla solitudine eterna; o come quella di un marinaio che una notte d’inverno era impazzito e aveva ucciso cinque commilitoni. Mia madre, per spaventarmi, diceva che le anime di quei cinque marinai non avevano mai abbandonato il dormitorio dove era avvenuto il delitto e continuavano a vagare per la caserma, intrappolate tra il reame dei vivi e dei morti. Ma per quanto la fantasia dei nostri genitori fosse fervida e le loro punizioni esemplari, nulla riusciva a tenerci alla larga da quel luogo, dai cannoni disseminati a ridosso della scogliera, dalla ricerca di armi e altri oggetti che ai nostri occhi di bimbi sembravano tesori di inestimabile valore. Per noi, quel posto aveva qualcosa di magico, forse anche soltanto per il fatto di essere tutto nostro.
Quella mattina tornai alla Batteria con la stessa emozione che provavo da bambina quando sapevo che dovevo incontrarlo. La caserma era molto diversa ora. L’avevano dichiarata patrimonio naturale e fatta restaurare completamente, salvandola dall’abbandono. L’avevano riportata alle sue condizioni originali anche nell’arredamento tanto che, se ci si addentrava all’interno, si provava la sensazione di tornare indietro nel tempo, di avvertire lo stesso senso di isolamento di quei marinai mandati a difendere quella lingua di mare da un nemico invisibile che forse non sarebbe mai arrivato, e per questo ancora più letale. Dopo il restauro, ero diventata la custode della Batteria insieme a mia figlia che si occupava dell’apertura e dell’accoglienza dei turisti. Quel luogo era così speciale per me che alla fine la vita mi aveva incaricato di curarlo e proteggerlo dopo un’intera infanzia trascorsa ad amarlo e temerlo allo stesso tempo. In realtà, non ero mai riuscita ad abbandonare quella scogliera, come se una parte di me, quella più intima e subconscia, sapesse che lui prima o poi sarebbe tornato; dovevo aspettarlo, almeno questo glielo dovevo. Così, non me n’ero mai andata, diventando la custode della Batteria di Talmone.
Quel giorno ero troppo vecchia per inerpicarmi sulla torretta di avvistamento e scrutare il dondolio del mare, come facevamo da bambini; così mi limitai a osservare lo specchio d’acqua dalla finestra nella cucina degli alloggi, persa nel bisbiglio della risacca. Le nuvole scivolavano lungo la linea dell’orizzonte. Il mare era increspato da una brezza leggera. Aprii i battenti e lasciai che l’odore aspro della macchia mediterranea invadesse la casa. Mi chiesi come avrei reagito quando me lo fossi trovata innanzi, dopo tutti quegli anni. Era strano: sottopelle avevo sempre saputo che prima o poi sarebbe tornato, ma non mi ero mai preparata al suo ritorno.
Quel giorno lo aspettai finché il cielo iniziò a illividire e le stelle a pulsare nel buio. Tornai a casa come sospinta dal vento che faceva frusciare le piante di ulivo che delimitavano il sentiero. Quando mia figlia andò a dormire, da un cassetto chiuso a chiave tirai fuori un vecchio album di fotografie e, sotto le luci sfarfalleggianti delle candele, osservai vecchie immagini ingiallite di noi bambini. Una in particolare catturò la mia attenzione. Eravamo seduti di spalle sopra la torretta di avvistamento, uno a fianco all’altra, gli sguardi persi nell’orizzonte, il riflesso bronzeo del tramonto a incorniciare le nostre forme. Le mani, quelle mani piccole e tenere, strette come se nulla potesse mai separarle. Fissai a lungo quella foto che ci aveva scattato mio padre. Poi la sfilai e la portai a letto con me.

Mi svegliai più tardi del solito. La stanza vibrava della luce calda di quella mattina d’estate. Le finestre erano aperte e una corrente tiepida proveniente dal mare faceva ondeggiare le tende. Speravo che la notte mi avesse lavato via dalla pelle e dalla mente quella sensazione di ineluttabilità, quel presagio che lui stesse attraversando quel mare di ricordi e rimpianti che avevo sperato potesse dividerci fino alla fine. Quelle speranze dovettero infrangersi contro l’evidenza: la percezione del suo imminente arrivo era ancora più forte dei giorni precedenti.
Scostai le tende. I vetri delle finestre erano imperlati dell’umidità notturna. Il cielo era una fuga d’indaco che sapeva d’innocenza e d’infanzia. Quella splendida giornata mal si addiceva al suo arrivo, perché avevo sempre associato il suo ritorno alla burrasca e al gelo. Anche in questo mi ero sbagliata.

Se chiudevo gli occhi mi pareva quasi di sentire le risate e le corse di noi bambini, o i discorsi puerili mentre raccoglievamo le more selvatiche o rubavamo l’uva nei vigneti vicini; per non parlare delle infinite ore spese a parlare e confidarci, con i piedi immersi nella spuma frizzante della risacca, accarezzati dal vento caldo che proveniva dal mare, cullati dallo sciabordio delle onde. Ma quando pensavo alla nostra infanzia, più che dalle immagini o i rumori, era dai profumi che venivo assalita: l’olezzo salmastro delle pozze d’acqua che maceravano nelle insenature tra le rocce vicino alla Batteria, il sentore del muschio in autunno, il profumo zuccheroso e sanguigno dei fichi d’india maturi strappati dal vento, l’aroma umido delle terre dopo la pioggia trascinato dal maestrale, erano sensazioni olfattive impossibili da dimenticare, e da cui spesso ancora ero colta. Bastava un odore a riportarmi indietro nel tempo. Era incredibile pensare che fossero passati cinquant’anni. Lui era sul punto di compierne settanta. In quei giorni continuavo a chiedermi come l’avesse trattato il tempo; quanta vitalità gli avesse saccheggiato, con quanta crudeltà avesse scavato il suo bel viso. Per quanto ci provavo, non riuscivo a immaginarlo vecchio. Nella mia mente, era ancora quel ragazzo di vent’anni dagli occhi placidi.

Mi sentii scuotere e mi svegliai con un sussulto.
«Mamma?» disse mia figlia.
Mi guardai intorno. Si era fatta notte. Mi ero addormentata sul tavolo nei vecchi alloggi della Batteria, aspettandolo.
Anche quel giorno non era arrivato.
Annuii. Gli occhi di mia figlia tradivano rabbia e preoccupazione.
«Sono le undici e mezza. Mi hai fatta spaventare. Cosa ci fai qui a quest’ora?».
Distolsi lo sguardo, turbata dal suo mancato arrivo.
«Scusami, mi sono addormentata. Non è venuto nessuno a casa?».
«A casa? Chi sarebbe dovuto arrivare?».
«Nessuno, lascia stare» dissi guardando fuori. Mi parve di scorgere l’occhieggiare luminescente delle civette nel buio della notte. Lui non era arrivato, non riuscivo a capacitarmene.
«Mamma… guardami. Guardami! Sta accadendo di nuovo?».
«Accadendo cosa?».
Mi scrutò come se volesse leggermi dentro. Poi scagliò il suo responso: «Non stai più prendendo le medicine, vero? Stai pensando che lui stia per tornare?».
La fissai come se fosse un’estranea mentre una fredda sensazione sembrava anestetizzarmi prima il fisico e poi la mente.
«Io… non…» balbettai.
Lessi lo sconforto nei suoi occhi, sostituito presto da una pietà che mi fece venire i brividi.
«Vieni, torniamo a casa» disse afferrandomi per un braccio.
Più tardi mi mise a letto e mi diede delle pastiglie che mi costrinse a inghiottire. Poi iniziò a raccontare, e ogni sua parola mi scarnificò il cuore.

Piergiorgio Pulixi

pulixi2Nato a Cagliari nel 1982 e vive a Londra. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato “Perdas de Fogu”, (edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale “Un amore sporco” inserito nel trittico noir “Donne a Perdere” (edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir “Una brutta storia” (edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog “Noir italiano” e “50/50 Thriller”, e proseguita con “La notte delle pantere” (edizioni E/O 2014). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo “Padre Nostro” e il thriller psicologico “L’appuntamento” (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di “50/50 Thriller”. Nel 2015 ha dato alle stampe “Il Canto degli innocenti” (Edizioni E/O) primo libro della serie thriller “I Canti del Male”. Nell’autunno 2015 tornerà in libreria con il nuovo romanzo della serie di Biagio Mazzeo, “Per sempre”, pubblicato per la collana Sabot/Age diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto.
Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento. È uno degli autori presenti nell’antologia “Nessuna più” (Elliot 2013). I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, Canada, e Regno Unito.
Biagio Mazzeo è il protagonista anche dei racconti: “La scorciatoia” e “Il quarto sparo”, presenti sul blog Svolgimento.

A questo link trovate gli inediti di Mazzeo pubblicati su Svolgimento, con altri racconti di Piergiorgio

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