La Genny (e una caduta malriuscita)

Dalla cantina di zio Genny (1)Armando era emersa una bicicletta che in scala ridotta riproduceva una bici da corsa, di quelle con la canna.
Era chiaramente una bicicletta da uomo e sarebbe diventata di Mauro, mio fratello, più piccolo di me di un anno.
La chiamammo Velocina, forse anche perché i freni non andavano molto bene, e spesso e volentieri Mauro si schiantava contro qualche muretto.
Era una specie di ricompensa per consolarlo della delusione, perché io invece la bici l’avevo avuta nuova, e la mia era una Graziella.
O meglio, era un modello tipo Graziella.
Ed era di un improbabile fucsia, tanto per passare inosservata.
Io che la bici la volevo sì, ma una Graziella come quella di Simona, bianca ed elegante.
E invece mi toccò una Genny, o come diavolo si chiamava. Rosa shocking.
Ma sempre meglio della Velocina rossa e mezza arrugginita di Mauro.

Intanto avevano costruito un palazzo nuovo vicino al nostro, ci andavamo a giocare quando ancora era un cantiere, raccoglievamo gli scarti delle piastrelle che servivano per rivestire i bagni, erano piccole come tasselli di mosaico e alcuni colori erano rari.
Ce le scambiavamo, facevamo finta che fossero soldi.

Costruirono il garage sotterraneo, vi si accedeva da una rampa a scivolo.
Mauro si spiaccicava sul fondo della parete di fronte, io riuscivo a curvare e a fermarmi nel largo spiazzo che sarebbe servito per le macchine in sosta.
Era un esercizio che facevamo da prima che costruissero quella palazzina, lanciarci in discesa, dove trovavamo una discesa.
Quella per entrare con le macchine nel nostro cortile ad esempio, anche quella finiva in curva ed era sterrata.

Esercizio pericoloso, ma eccitante, si prendeva velocità e dovevi essere bravo a curvare senza cadere sul brecciolino.
Caddi, un giorno. E caddi male.
Caddi piegando all’indentro il polso, pensando di pararmi, chissà perché non con il palmo della mano.
Caddi e il polso me lo slogai. Già, me lo slogai e basta.
Mentre a Simona una volta avevano messo il gesso e tutti ci scrivevano il nome con il pennarello e lei era diventata importante.
Io no, nemmeno quello mi era riuscito, rompermi un braccio.
Mi hanno messo una doccia, con la fascia. Senza gesso.
Nessuno poteva scriverci il nome o disegnare un fiore.

©ElenaExLibrisTamborrino

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