Senza colpe

Racconto MatildeErano passati trecentoventisette giorni da quel martedì pomeriggio, eppure non era cambiato nulla. Il mondo fuori dalla finestra continuava a muoversi, ignaro di tutto. La testa gli pulsava da far schifo dentro quelle tempie stanche, e il ginocchio cominciava a dare segni di cedimento. Si strinse nel suo giaccone blu e si tirò su il cappuccio. A passi svelti attraversò la strada, cercando di evitare le pozze che ricoprivano l’asfalto umido, dopo il temporale che per tutta la notte aveva isolato la città sotto un manto grigio. Sospirò, sentendo l’aria fredda che inondava i suoi polmoni consunti dal fumo. Procedeva a testa bassa, scrutando le scarpe bianche che aveva ai piedi e cullandosi con il rumore delle foglie scricchiolanti sotto la suola. Era grato al mondo, alla vita. Era grato a se stesso e alla propria forza d’animo. Era bello poter sentire nuovamente le voci dei passanti e i rumori delle macchine.

Nonostante fossero trecentoventisette giorni, pareva non essere cambiato minimamente. Pensò che la realtà, in quelle interminabili settimane, fosse stata messa sotto vuoto e congelata, così come la ricordava lui. Bloccata nel tempo e nello spazio, incapace di progredire. Chiuse gli occhi, cercando di non pensare a nulla. E come per un crudele scherzo, ogni singolo giorno da quel martedì pomeriggio iniziò a scorrergli davanti. Vide lei e vide se stesso. Ne fu spettatore, non protagonista. Guardava da fuori, estraniandosi da quello che una volta credeva di essere, cercando di prendere le distanze da tutto ciò che era stato , quasi non si ritenesse responsabile delle scelte che aveva fatto. Non era colpa sua se tutte le persone alle quali aveva mostrato un briciolo di affetto se ne erano andate senza lasciare neanche un biglietto; non era colpa sua se aveva dovuto sbattere porte in faccia a donne che avevano fatto di tutto per essere abbastanza. I suoi fallimenti, la sua apatia, non erano colpa sua. Aveva imparato a scaricare ogni responsabilità sugli altri. Non per vigliaccheria, ma per sopravvivere.

Sopravvivere a quel senso di colpa che di notte, quando il cuore è più pesante e la mente troppo stanca per negare l’evidenza, lo dilaniava fin dentro le costole. No, la colpa non era sua. Era triste pensarla così.

Quella sera pianse, tornando a casa per le strade vuote. Pianse lacrime silenziose, vergognandosi nel sentirle cadere dai propri occhi. Non era mai stato così. In quei trecentoventisette giorni nulla era cambiato fuori di lui; nella sua intimità, però, si sentiva al contrario. Come quando ti svegli di notte, credendo di essere in un posto ben preciso e aprendo gli occhi ti accorgi di essere da tutta altra parte, fuori posto. Era nato di traverso, lui. Si era convinto di questa cosa. Quando vieni al mondo sai già se la tua sarà una vita felice o no, è già tutto scritto. Non poteva farci niente, si era arreso alla sua condizione. Aveva perlomeno la certezza di non doversi mai aspettare nulla dalla vita. Eppure le era grato, in un certo senso. Attribuiva tutto a quel martedì pomeriggio, anche se di pomeriggi così ne aveva avuti altri. La giornata era una come tutte le altre, il sole era sempre lo stesso e il suo ginocchio continuava a fare scherzi. Nessuna aspettativa.

Le pillole che aveva preso iniziavano a fare effetto e si stava rendendo conto che la dose era stata troppo generosa. Salì le scale di casa con passo pesante e cercò freneticamente le chiavi nella tasca destra. Entrò in casa sbattendosi la porta alle spalle. Trecentoventisette giorni e qualche ora da quel martedì pomeriggio. Quello in cui tentò di buttarsi giù dal ponte vecchio che collegava le due sponde del fiume. Se solo ci fosse riuscito. Fu in quell’occasione che conobbe lei. La vide chiaramente avvicinarsi, la scrutò con attenzione e paura. La respirò. Quel giorno vide la Morte e le sorrise, beffardamente. Le sorrise e poi si voltò dall’altra parte, quasi non fosse lì per lui. E nel momento in cui si voltò lei scomparve, così come era venuta. Si dissolse nell’aria con un fruscio leggero. E lui, che avrebbe giurato di averla vista vestita di nero, sorrise. Perché, in fondo, non era colpa sua.

Matilde Goracci

(Foto da Pinterest)

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