Il vento che hai aspettato

TendaC’è un’aria che filtra leggera dalla finestra accostata. E’ il primo cenno di primavera.

Meriterebbe di sporcarsi le mani, seminare basilico e salvia, colorare di fiori il balcone. Sudare al vento di aprile, mentre sversi la terra nei vasi, la pigi, la spingi e infine la innaffi. Rialzarsi con grande fatica, la schiena è un bastone ritorto e le gambe andrebbero bene se non fosse che pesano, anche al mattino, anche nel letto. Ti sposti i capelli dal viso, una ciocca d’argento non conosce il suo verso, apprezzi il momento in cui laverai il tuo lavoro, a pezzi, la doccia è ormai un lontano ricordo, e speri che qualcuno arrivando, si accorga di quello che hai fatto.

Torneresti in cucina a preparare la cena. Può darsi che serva stasera, altrimenti sarà per domani. Può darsi che arrivino in cinque, oppure nessuno. Aspetti che squilli il telefono e intanto ti sposti per casa. Gli anni e i minuti ti hanno allenato all’attesa. Non serve impegnarsi e neanche i rimproveri. Sei lì e ti basta sapere che ti troveranno, pronta a mettere a tavola se solo lo vogliono.

Una foto da incorniciare, una sciarpa avviata da terminare, in ogni stagione, anche d’estate, un disegno di quello più piccolo da guardare ancora una volta per tornare a sorridere e i nastri già usati, da mettere a posto perché arrivi Natale. Le bollette da pagare e quella lettera che non riesci a capire, da far leggere al primo che arriva per farla spiegare, ma è solo una scusa per sentirlo parlare e poi anche al secondo e al terzo se capita. L’orologio ti dice che è tardi, affretti il tuo ritmo, ma lo sai che è spostato in avanti e ti prendi in giro da sola.

Il silenzio è sempre lo stesso e vorresti spezzarlo con le voci delle persone che ami. Vorresti sentire che accade in città, l’ufficio è pulito? Mi cambi l’assegno? Devo fare la spesa, gli ulivi quest’anno non sono stati potati, Giovanni non viene, la moglie sta male.

Riprendi una calza da ricucire. Rammendi, rattoppi e ti chiedi perché nel cuore degli altri le cose si strappano e cerchi quel filo che non trovi mai. Rivedi una casa dove sempre era festa, non ricordi i colori, svaniti i profumi, la vedi com’era, ma adesso è sbiadita. Ti accori al pensiero, vorresti bussare alla porta degli altri, entrarci per dire che quello era amore. Sospiri, un po’ piangi, ma solo da un occhio, quell’altro da tempo non vuol più vedere. Ti siedi in poltrona con grande fatica. Sei stanca di batterti, di preoccuparti, ripensi alla strada che hai fatto ogni volta, agli autobus persi, alle buste pesanti, agli accidenti tirati. Rivedi Viamonte e tuo figlio che studia. Il dolce in cottura che lasci domani, per quella merenda che non prende più. E’ un uomo testardo, ti ama, lo sai, ma sai anche che ha un sangue che non vuole ascoltare. Lo stesso del padre.

Sorridi al ricordo di quanto ti è stato negato. Li amavi e anche un no voleva dire che c’eri. Ricordi le volte che ti hanno sgridato e quelle in cui ti hanno stupito. Sei piena di orgoglio e sembra che al mondo, nessuno potrà fare niente di meglio. Vorresti riprendere la mano del figlio, poterlo guidare, sgridare se serve. Ma sai che non duri e allora riprendi il ricordo di quanto di bello ti ha dato.

C’è un’aria che filtra leggera dalla finestra accostata. E’ il primo cenno di primavera. Un soffio di vento attraversa le imposte. Sei pronta a partire.

Lucia Salfa

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