Incipit d’Autore : “Anche Francesco le diceva” Natalino Fioretto – Ed GRAPHE.IT

AncheFrancescoLeDiceva_cover_eBookNatale Fioretto, Anche Francesco le diceva. Una riflessione sociolinguistica sull’uso delle parolacce, Graphe.it edizioni, Perugia 2016

 Il proverbio «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei» nel corso degli anni ha avuto varie rivisitazioni per essere adattato alle situazioni più particolari. Si potrebbe fare altrettanto modificandolo in «Dimmi le parolacce che usi e ti dirò chi sei, da dove vieni,  da quale popolo sei stato educato o negativamente condizionato», come suggerisce Dario Fo. E, in effetti, le parolacce, il turpiloquio, per la complessa rete di aggiornamento e tabuizzazione cui sono sottoposti, delineano con molta precisione i tratti caratteristici della società e della cultura in cui hanno origine e cittadinanza.

 Lessico e decenza

 Ogni sistema linguistico può contare su di un corredo di parole ritenute trasgressive e variamente sconvenienti, se non addirittura proibite; fra queste annoveriamo il turpiloquio, le cosiddette «male parole» o parolacce, che assommano tutte le espressioni considerate oscene, triviali, contrarie alla decenza in grado di contravvenire alle consuetudini e alle regole corrispondenti al modello ideale di comunicazione sociale. Da una ricerca condotta nei principali dizionari della lingua italiana risulta che la definizione più frequente di turpiloquio comprende termini come osceno, contrario alla decenza, sconcio. Tali aggettivi, va detto, sono impiegati per identificare sia aspetti estetici che etici. Sconcio, infatti, si utilizza solitamente per individuare qualcosa che offende il comune senso estetico, così come osceno, termine in cui sono sottese inoltre sfumature di sporcizia e deformità. Quando si parla di decenza, invece, si fa un chiaro riferimento a un’esigenza etica collettivamente riconosciuta e, non a caso, il turpiloquio viene definito come un’infrazione contro la decenza soprattutto quando è impiegato in un luogo pubblico.

Nei suoi molteplici usi, il turpiloquio, laddove occorra, si fa veicolo dell’emotività dell’emittente di un messaggio e di conseguenza l’intensità della scurrilità è proporzionale a quella delle passioni messe in gioco, esplicite o implicite, primarie o secondarie che siano. L’attenzione è concentrata sull’emittente del messaggio che evidenzia una personale modalità, vale a dire un atteggiamento marcato rispetto a ciò di cui sta parlando o rispetto all’interlocutore utilizzando frasi esclamative, interiezioni e oscenità, insulti, profanità, maledizioni. In effetti, in situazioni di media intensità comunicativa, la comparsa di termini detti «volgari», di metafore ardite e di neologismi tanto espressivi quanto sanzionabili, se non apertamente imbarazzanti, crea reazioni che, ove non siano valutate e/o censurate come socialmente inopportune, esprimono una intensa carica emotiva e partecipativa nei confronti del referente e dell’ambito comunicativo. Va comunque notato che l’uso del turpiloquio spesso, soprattutto in presenza di termini percepiti come fortemente volgari, si riflette anche sull’emittente connotandolo negativamente.

Siamo erroneamente portati a pensare che il turpiloquio tolga pregio ed efficacia alla comunicazione, ma da un punto di vista squisitamente linguistico i termini «turpi» non inficiano la comunicazione, semmai la arricchiscono di connotazioni di varia pregnanza provocando risposte di tipo neurologico e psicosociale. Tale fenomeno investe tanto il campo della competenza linguistica o comunicativa, quanto quello culturale.

Natalino Fioretto

photoNatalino Fioretto Docente di lingua e cultura italiana all’ Università per Stranieri di Perugia.

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