Tra Santa Rita e Pinocchio

Foto Omega/Oldani Andrea  Milano 29/12/03  Teatro Carcano presentazione della commedia Il Fatalista nella foto l'attore Paolo Poli (Agenzia: OMEGA)  (NomeArchivio: OMG80j9o.JPG)Elegante, raffinato, così a suo agio con il papillon al collo da destare invidia per i modi, ammirazione per la figura e un incantato stordimento nel sentire parole di alta fattura precedere, o di poco seguire, espressioni scurrili o piacevolmente dialettali. L’età indefinibile seppur sbandierata, che si dimentica non appena inizia a sorridere, a cantare o a muovere passi di danza riempiendo di sé il palcoscenico. Un personaggio, o meglio una persona unica, portata di peso ai giorni nostri da una dimensione favolistica dove è facile trovarlo in posa con Greta Garbo, nudo al fianco di Rita Renoir o in estasi tra le vesti di Rita da Cascia. Te lo immagini sorridere appena, mentre già ha in mente un colpo di teatro per far rabbrividire alla Carolina Invernizio, o per stupire passando da una mitria vescovile a un bustino da prostituta. È facile, ancora, immaginarselo tra le prime fila agli spettacoli della Osiris, a carpire ogni segreto per un sorriso, o ancora sorseggiare un tè con Ionesco e Savinio, discutere con Apuleio di moralità, con Gozzano di trine, merletti e signore sporche di dolci nelle confetterie.

Attore, regista, autore, scenografo, costumista, mimo, burattinaio, cantante, fantasista, trasformista, Poli costituisce una delle più originali espressioni artistiche del nostro teatro e dello spettacolo in genere; è una sorta di nutrimento stravagante, erudito e nello stesso modo ardito, di cui più d’uno si è alimentato, portando, come sostiene anche Arbasino, un salubre giovamento.

Rodolfo di Giammarco ha provato a riassumere le diverse definizioni che gli addetti al lavoro della critica teatrale hanno cercato di cucire addosso a Poli:

          “Pierrot saltimbanco. Ultimo dei capocomici all’antica. Uomo orchestra. Abate del ‘700. Show vivente. Fregoli barocco. Dissacratore. Premiata ditta di mieli e veleni. Drag-diseur. Misirizzi fiorentino (misirizzi è quel giocattolo che, comunque lo si getti in terra, mantiene l’equilibrio). Fantasista. Ballerina di fila. Dorian Gray in frac. Bambinaccia di scena. Commentator cortese. Vedette dell’intelligenza. “Omo” di garbo. Giullare filosofo. Comico damerino. Poeta.”

 Uno dei ritratti migliori di Poli lo dobbiamo alla penna di Natalia Ginzburg, apparso nel ’70 in un fondo del quotidiano “La Stampa”:

“Pochissime sono le cose che mi rallegrano in questo inizio dell’anno: mi rallegra però il fatto che Paolo Poli canti e reciti in un teatro della città. Sono stata a vederlo già due volte e vi potrei sempre tornare (…). Se dovessi descrivere Paolo Poli a qualcuno che non l’avesse mai visto, direi di lui che la sua figura è quella di un esile giovinetto; ignoro la sua età, ma comunque resterà sempre un esile giovinetto; che il suo linguaggio è un puro toscano; che i suoi spettacoli sono, in genere, parodie di romanzi o di commedie dell’Ottocento, o del primo Novecento, inframmezzate da canzoni; che quando canta alza nell’aria le sue lunghe braccia snodate e le mani fini e soavi, assomigliando a una bella ragazza, o a un cigno, o a un fiore dall’altissimo stelo; che suscita ilarità con la grazia, in un tempo in cui la comicità sembra poter nascere soltanto su note stridenti e odiose, da volti e gesti scomposti e ripugnanti. Lui è comico restando se stesso, conservando i suoi tratti lindi e gentili. Non c’è tuttavia nulla di lezioso o vezzoso nella sua grazia: non c’è in lui nessuna civetteria, e nessuna timidezza, nei confronti della realtà. La sua gentilezza sembra rispondere a un’armonia intima, sembra sprigionarsi da un’intima e lucidissima intelligenza.

Fra i suoi molteplici volti nascosti, c’è essenzialmente quello di un soave, ben educato e diabolico genio del male: è un lupo in peli d’agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi, la crudeltà efferata e la casta e savia innocenza (…).

I suoi travestimenti (da zingara, o da monaca, o da frate, o da diavolo, o da aviatore, o da signora) sono sempre meravigliosi; ha il dono di cambiare costume in un lampo, e quando appare in un nuovo travestimento, nel teatro come un brivido di gioia, esplodono applausi, la sua alta persona volteggia sulla scena con ventagli, tuniche o piume (…).

Il segreto del fascino di Poli è proprio nella maniera nobile, civile ed intelligente con cui tocca, esamina ed esprime la volgarità rimanendone pienamente immune. Poiché non c’è ombra di volgarità in lui, le volgarità e i luoghi comuni che estrae dal passato egli li illumina con un totale distacco, non in una caricatura deformante e grottesca ma in un disegno penetrante e lucido (…). E infondo appare chiaro che a Poli l’unica cosa che stia a cuore nelle sue parodie è questa, lo scoprire nella goffaggine, apparente innocenza e candore delle età perdute, i veleni e gli orrori delle future abiezioni.”

A distanza di trent’anni, un simile ritratto, che sfiora quasi un atto di fede nei confronti di Poli, non può che essere ancora condiviso e sottoscritto, arricchito com’è anche d’amore. Non fu solo la Ginzburg ad appassionarsi a Poli; altre scrittrici e giornaliste di costume seppero leggerlo, raccontarlo e farlo amare: tra queste, Camilla Cederna, Natalia Aspesi e Adele Cambria.

La Aspesi scrive infatti su “Il Giorno” del 3 novembre 1960:

          “Il giovanotto è lungo e sottile come i ricchi ragazzi viziati dei romanzi di Fitzgerald; ha i capelli schiariti, gli occhi celesti dei bambini ubbidienti, il viso bello e gentile da nipotino prediletto da una schiera di zie signorine. Parla con un netto accento toscano, il che è una gentile novità, se si pensa che gli attori brillanti sono ormai da anni, per tradizione, napoletani, romani o milanesi (…). Tra la voce soffice, i modi da ragazzo educato, sembra quasi impossibile che Paolo Poli vada in giro da un paio di anni, nei piccoli teatri intellettuali con programmi di canzoncine piuttosto forti”.

Poco tempo dopo questo scritto, su un altro importante periodico, Camilla Cederna scrive un articolo dal valore documentaristico e che permette all’intellighenzia italiana dell’epoca di scoprire una nuova passione. Il periodico in questione è “L’Espresso”, nel vecchio formato lenzuolo, è l’11 dicembre del 1960, ed il titolo del pezzo è già di per sé sufficientemente evocativo: “Il professorino che canta”.

“Milano. È proprio a Milano che funziona l’unico cabaret per intellettuali di tutta Italia. È il Gerolamo, dove si fa molto spesso del varietà d’ispirazione francese, ironico e colto, quasi sempre letterario, sempre sottile (…). A decretarvi il successo di Franca Valeri, Ornella Vanoni, Laura Betti, Giancarlo Cobelli, Alfredo Bianchini, Gino Negri, Maria Monti, Gino Paoli e Umberto Bindi, si presta una selezionata platea in cui siedono figli progressisti di grossi industriali, giovani medici, architetti, editori, vecchi o giovani esponenti della borghesia più curiosa e illuminata. Fra quanti ora vi recitano e cantano della “Borsa di Arlecchino”, il più ameno e disinvolto è certo Paolo Poli. Oltre a far la parte del cameriere cinico in Beckett e del recluso omicida in Genet, è quello che eccelle nel “pastiche” culturale, è lui che resuscita i canti provenzali del 1100 e fa delirare addirittura in una sua specialità: le antiche filastrocche per bambini argutamente mimate.

Di lui si può dire che è il tipico rappresentante del moderno attore da cabaret. Cantante, mimo e dicitore estroso, come tutti quelli che oggi gli somigliano, in più ha anche una buona cultura. Anzi sorprenderà sapere che questo fiorentino di trent’anni, s’è laureato con 110 in letteratura francese e solo due anni fa insegnava a Firenze (…).

In “Il novellino”, quasi un’antologia poetica e musicale, Poli ha cercato di raccogliere la tradizione toscana popolare orale, e in calzamaglia, mantelletta e cappuccio, attacca lo spettacolo cantando una lauda degentesca del Codice Magliabechiano con accompagnamento di liuto: è musica del 1200 trascritta in chiave di sol, è la storia di S. Giorgio (“San Giorgio amoroso – Cavalier di Dio vittorioso”); subito dopo canta una stupenda lauda del Codice Cortonese che ha la morte per protagonista (“La morte è fiera e dura e forte – Rompe mura e passa forte – Ella è si comune sorte – Che verun può cambiare”). La prima delle sue storielle musicali è “La leggenda d’Uliva” d’autore anonimo del ‘400, risolta secondo i moduli di una tragedia in dieci minuti. Seguono canti rinascimentali di arti e mestieri con versi di Lorenzo il Magnifico, Poliziano, Pulci, Bandello Bibbiena. Pochissimi sono gli elementi che cambiano di volta in volta (un naso bianco o rosso, una barba grigia, una cuffia, un camicione tipo Piero della Francesca), evocando ogni volta un diverso ambiente, a ai lamenti si affiancano le ballate, gli scherzi, i mottetti.

Attraverso la scelta dei testi a poco a poco si infila nello spettacolo una vena parodistica. Il periodo barocco comprende il dialogo tra il Populo e la Popula del Cavalier Marino (“…che pensate poi ch’io vogli? Non altro che baciarvi Boccalini, toccarvi Senofonte, scherzarvi alquando sul Panziroli, e scotervi dalla camici Luigi Pulci…”), Enea e Didone in elmo dorato e parrucca settecentesca, i versi del libro IV di Annibal Caro, e la prima parte finisce con uno strambotto del Settecento che Giuseppe Parini scrisse sul ventaglio di una dama. Si balla una specie di trescone, una combinazione di punta e tacco a tempi squadrati; e ancora si canta: “Sopra il molle canapè – nel meriggio più infuocato – un mi tiene accanto a sé – gli altri due gli stanno a lato – io con moto dolce e grato – do ristoro a tutti e tre – sopra il molle canapè”.

Tre deliziose ariette da camera di Vincenzo Bellini introducono nel periodo neoclassico, tra cui “La Sirena dello Scodillo”, ma la commozione suscitata da tali argentee melodie è dissolta dall’incalzare delle scene madri della “Francesca da Rimini” di Silvio Pellico, ridotta ai tre personaggi principali e recitata secondo lo stile dei guitti popolareschi, e con la tattica dell’accelerazione:  sentimenti esagitati e recitazione convulsa, ma tutta ritmata e calibrata, il tutto in costumi del tipo finto-storico, tunichelle di velluto e spadina di legno.

Con “sogno di un tramonto d’autunno” di Gabriele D’Annunzio in cui Poli fa la parte delle tre donne, Gradeniga, Pentella e La Maga (…) si sfrena l’estro parodistico del terzetto affiatatissimo: décor liberty e canzoni di Tosti, fra cui “Lungi” di cui fece le parole Giosuè Carducci, Poli canta: “Lungi lungi sull’ali del canto – di qui lungi recare ti vò – là nei campi fioriti del santo – Gange un luogo bellissimo io so”. In frac e cilindro, presenta un pezzo dell’orribile romanzo di Kiribiri “Un monocolo e due giarrettiere” e il fine dicitore di quarant’anni fa, tra il cinico e il furbetto, risuscita per cantare certi incredibili fox-trot del 1920, tra cui val la pena di sentire ancora oggi “Il sogno di Fatima”. Non mancano l’anatema alla roulette, paragonata a una donna rapace, la lettura della mano su ritmo di one-step, le frecciate contro i pantaloni delle signore”.

Ho voluto riportare quasi per intero la recensione che la Cederna fece per “Il Novellino” anche perché contiene gran parte del modo di fare spettacolo che caratterizzerà le produzioni di Paolo Poli, con inoltre tutto il carico di amori e odi della critica nonché le alterne fortune presso il pubblico. Infatti, non appena lo spettacolo si sposta da Milano a Roma, i toni sensazionalistici della Cederna lasciano il passo a più fredde reazioni. Si legga a proposito questo stralcio di un articolo apparso sul “Tempo” a difesa di un intervento censorio degli eredi del D’Annunzio sul testo de “Il Novellino”:

“(…) uno dei pezzi forti del Novellino era una parodia del “Sogno di un tramonto di autunno” di D’Annunzio. Ma D’Annunzio appartiene a quella categoria d’autori che, come si suol dire, ha diritto di essere protetto per il futuro. Una protesta degli eredi ha costretto Poli a togliere il carme dannunziano dal repertorio e a sostituirlo con una poesia di Ada Negri”.

Poli si poteva comunque consolare con non poche adesioni appassionate al suo modo di fare spettacolo.

Voglio ricordarne una, a mio avviso molto significativa, dello spaesamento che l’arte di Poli spesso incuteva ad un primo approccio, è stata scritta da Tullio Kezich per la rivista “Settimo giorno”:

          “Immaginate di possedere un bel quadro e di non avere una parete alla quale attaccarlo. Questa è precisamente la situazione del teatro italiano di fronte ad un fantasista come Paolo Poli”.

Ma nei contenziosi da caccia alle streghe, nelle sfuriate di benpensanti pruriginosi e bacchettoni, nel coro dei soliti indignati armati di valori reazionari buoni ancora per l’operetta, Paolo Poli credo che infondo si sia sempre divertito, pur con i molti problemi che questi cari personaggi gli hanno da sempre comminato; prestando il fianco per un lazzo, un aforisma, una battuta che hanno di certo arricchito il forziere di tesori personali a cui attingere ogni qualvolta si presti a scrivere un nuovo spettacolo.

“Io ho fatto tanta fatica a tirare verso il sublime dal pecoreccio. Però non so quale fosse il sublime e quale il pecoreccio. Forse il pecoreccio si manifesta quando si recita male la Divina Commedia
e il sublime si intravede quando si dice bene la Vispa Teresa”.
P.P.

“I benpensanti sono coloro che credono di pensare ma in realtà non fanno che mettere ordine tra i propri pregiudizi”. P.P.

“C’era si la possibilità di evadere da quel mondo pedestre che in gioventù mi andava stretto, ma le uniche vie d’uscita erano farsi prete, pittrice o ballerina. Ho preferito quest’ultima alternativa…La nobiltà di coscia.” P.P.

paolo-lucia-poli-237454Paolo Poli nasce a Firenze  il 23 maggio del 1929, terzo figlio di un carabiniere e di una maestra, si laurea in letteratura francese con una tesi sul teatro naturalista di Henry Becque, insegna e lavora per la radio, oltre che recitare in compagnie vernacolari. Ben inserito negli ambienti culturali della propria città, passa dal prestare la sua voce alle streghe e i cavalieri di un burattinaio, alle rappresentazioni del “Teatro dell’alberello” con il quale ha in repertorio, tra gli altri, Pirandello, Marivaux, Goldoni, Tagore, Molière, Metastasio, Rostand e Campanile. Tra gli spettatori di questo periodo s’imbatte nel grande Aldo Palazzeschi, il quale con i suoi testi tornerà spesso nella vita di Poli. Nella Firenze di quegli anni iniziano a farsi conoscere personalità che giganteggeranno nel futuro dello spettacolo italiano: basti pensare alla “Compagnia dei Gobbi” di Caprioli, Bonucci e di Franca Valeri o a Franco Zeffirelli.

Inizia a formarsi in Poli anche il gusto per un teatro anticonformista, dove l’alta letteratura divide il palco con quella più popolana, o trova nuova linfa nel varietà, nell’avanspettacolo, nei trucchi strappa applausi di personaggi come Macario o la Osiris, di Petrolini e Totò o di quella vera Signora del palco che fu Paola Borboni.

Nel 1959 a Genova entra a far parte con altri teatranti di una struttura autogestita che viene chiamata “La Borsa di Arlecchino” all’interno della quale può sperimentarsi anche come mimo e burattinaio. L’animatore di questa compagnia fu Aldo Trionfo, illuminato visitatore di quel limbo della messa in scena teatrale che si colloca a metà strada tra l’ufficialità e la sperimentazione. Tra gli autori messi in scena dalla “Borsa” troviamo Prévert, Feydeau, Ionesco e Beckett.

Poli divenne in breve tempo una delle colonne portanti della “Borsa di Arlecchino”, adattandosi perfettamente al clima di laboratorio drammaturgico che la caratterizzava, ma che al contempo non gli impediva di tradire il suo personalissimo repertorio che da lì a poco avrebbe dato vita a “Il Novellino”: brani della tradizione popolare fiorentina e francese, filastrocche per bambini e poesie. È il 1961 e  la “prima” de “Il Novellino”, che ricordiamo essere l’esordio quale produttore di sé stesso di Poli, va in scena alla Cometa di Roma.

Nel 1962 è la volta de “Il diavolo”: una sorta di zibaldone demonologico che rivisita la storia dell’antagonista di Dio dal medioevo agli anni ’50 passando tra il secolo dei Lumi e i romantici ottocenteschi. Gli autori che Poli mette in campo spaziano dalla monaca sassone Rosvita, vissuta nel decimo secolo, a Vincenzo Monti, da Machiavelli all’Aretino, da dal Marchese de Sade a Voltaire!…Ma come sottolineato in questa recensione di Roberto De Monticelli apparsa su “Epoca”:

          “Al centro dello spettacolo c’è Paolo Poli, col suo gusto della profanazione letteraria, una specie di Fantomas che, col grimaldello del sarcasmo, fa saltare le casseforti della letteratura aulica e di quella popolare; c’è lui, con quella sua vocazione parodistica che si esercita così bene e con tanta finezza sulla filologia”.

Nella compagnia troviamo Claudia Lawrence, Marco Parodi, Donato Castellaneta, e, nella riedizione del 1965, Maria Monti, chiamata anche a far parte del cast del successivo “Il Candelaio”.

Per “Il diavolo” si registrano durante le repliche anche dissensi, proteste, vere e proprie contestazioni. Ancora Roberto de Monticelli, in un articolo de “Il Giorno” rende conto proprio di un episodio contestatario:

          “Piccolo tafferuglio verbale, ieri sera, nel ridotto del teatro Manzoni, fra alcuni spettatori, alla fine di “Il diavolo” lo show di Paolo Poli che pure era stato accolto con molti applausi (…) il fatto è che alcuni, fra il pubblico, erano alla fine caduti nell’equivoco e avevano preso per un’irriverente parodia di parabole ed episodi del Vangelo ciò che è soltanto la presa in giro dei testi e delle musiche del Festival della canzone pia di Assisi”.

In seguito questi episodi assumeranno dimensioni ben più allarmanti, arrivando alla vera e propria censura; nulla di tutto ciò impedì comunque persino la ripresa, come sopra accennato, nel ’65 dello stesso spettacolo. Poli servirà ben altre provocazioni agiografiche!

Al diavolo seguono, nel ’63 “Paolo Paoli”, un testo di Arthur Adamov che incuriosì Poli proprio per la quasi omonimia. Lo stesso infatti ci racconta:

“Dato il titolo quella era la “mia” commedia. Moriconi (aiuto del regista Fenoglio conosciuto partecipando nel ’62 alla messa in scena de “La Colonna infame” di Buzzati N.d.A.), che aveva tradotto il testo in italiano, mi confidò che aveva conosciuto l’autore, e mi spinse ad andare a trovarlo. Presi l’aereo per Parigi. Mi tinsi di bianco i capelli, invecchiandomi. Ossigenato e biondo com’ero altrimenti…Quando gli telefonai sul posto, annunciandomi: “Je suis Paolo Poli…” rimase per un momento zitto. Poi più tardi confessò: “sa, mi sono sentito come Balzac quando gli dissero che c’era in anticamera la principessa di Cadignan…”

Per non perdere la denominazione di compagnia italiana, al “Paolo Paoli” alternò nella stessa stagione “Il mondo d’acqua”, un atto unico di Aldo Nicolaj, che lo stesso Poli definì “una specie di “Zoo di vetro” al maschile, dove il protagonista assomigliava a un Leopardi moderno succube della famiglia”.

L’accoglienza della critica alterna apprezzamenti tiepidi a vere stroncature, forse perché la vena umoristica si è fatta eccessivamente sottile a riflettere un mondo borghese di commercianti di piume e bottoni al limite del banale e del ridicolo.

Inizia tuttavia a formarsi un pubblico di affezionati, di fedeli, ai quali nel tempo Poli imparerà spesso a servire esattamente il richiesto.

Con lo spettacolo successivo, “Il Candelaio” tratto da Giordano Bruno iniziano due sodalizi destinati a durare nel tempo: uno con l’attrice Maria Monti e l’altro, ancora più importante con Ida Omboni: futura coautrice di tutti gli spettacoli di Poli. Milanese, anch’essa laureata in lettere, inizia molto giovane a collaborare con grandi case editrici, fino all’incontro con Poli, con il quale condivide la genitura della formula del nuovo teatro comico che intende rivisitare appunto in chiave dissacrante, sempre e comunque ironica ed elegante, i luoghi comuni di tanto teatro ottocentesco nonché vizi e virtù letterari che stanno alla base della cultura italiana.

In una bella intervista, pubblicata sulla rivista “Il Ponte” e rilasciata a Idolina Landolfi, Poli nel rispondere ad un paio di domande descrive il modo in cui lavora con Ida Omboni e che tipo di rapporto c’è tra i due.

La signora Landonfi chiede: “In primo luogo vorrei chiederti conto del modo in cui nascono i tuoi spettacoli. Se non sbaglio ti occupi personalmente di tutto.”

Poli, al solito tracimante, risponde: “Si, in pratica sono garante di tutto. Intendiamoci: in alcuni casi ho anche cucito i costumi con le mie manine, ma non sempre ci si trova in simili frangenti. Per i testi, come saprai, mi avvalgo della grande professionalità di Ida Omboni, alla quale è affidato il compito dell’editing: compito importantissimo del resto. Anche il Gattopardo non sarebbe mai venuto fuori, credo, se non ci fosse stato un misterioso figuro, che io penso fosse Leonardo Sciascia: il quale ha trasformato appunto in romanzo tutte quelle sparse meraviglie; e che importanza ha, poi, se l’autore è stato lui o il marchese di qualche cosa? C’è da dire, è vero, che in Italia ci si crogiola nei titoli nobiliari; il conte Manzoni, per esempio…salvo riconoscere quale personaggio di gran lunga più importante  di quella famiglia l’orribile mamma, la Giulia, che chissà con chi ha rombato: sembra fosse il fratello più piccino dei Verri, quello meno geniale ma più carino, che nel letto scalda di più”.

Nella stessa intervista, poco più avanti, Poli ricorda come “Ida è rimasta una delle poche con il congiuntivo ancora in bocca, come diceva Camilla Cederna, visto che l’ultimo ad usarlo fu Nunzio Filogamo: “Cari amici vicini e lontani, ovunque voi siate”.

Una grande sicurezza di interpretazione e di improvvisazione, bagaglio di un consumato mestiere, consentono a Poli di muoversi con agilità e scioltezza da un genere teatrale all’altro, senza pretese didattiche, ma di semplice, intelligente, colto divertimento, il quale arriva al pubblico proprio perché è innanzitutto il suo di divertimento.

Istrionico, brillante, capace di travestimenti in grado sempre di sorprendere e lasciare disorientati.

Il suo eloquio spesso fluviale rende quasi impossibile ogni intervista: si va dove vuole lui, inutile ogni taccuino o penna…Se si vogliono riversare su carta sue eventuali risposte, occorre armarsi di un registratore, per potersi così lasciar trasportare dalla sua voce e dalla sua ironia.

A quanti non la conoscono, come si presenterebbe?

Ma sai, questo, per una persona in età avanzata come me, è pericoloso perché sembrerebbe il coccodrillo preparato per la prossima fine, oppure la lapide da mettere a suggello ad una tomba ancora fresca. Nel ‘400 io sarei stato un attore brillante, invece nel nostro secolo, quando mi sono affacciato alla soglia del teatro, morivano le compagnie capocomicali come quella che ancora io rappresento. Io sono l’impresario, il regista, il primo attore di me stesso; mentre un tempo, negli anni ’60, le compagnie si scioglievano e andavano a far parte dei nascenti Teatri Stabili. Era l’epoca dei grandi registi: si diceva “Le tre sorelle” di… non si diceva di Chechov, ma si faceva il nome di un regista. Si diceva l’“Amleto” di…e si faceva il nome di un altro regista.

imagesOggi è tornato più di moda il grande interprete. Sai, ogni vent’anni, ogni dieci anni, c’è un giro di boa. Ecco, negli anni ’60, quando io ho cominciato, ho preso su di me la produzione e tutto perché non mi avrebbero fatto fare altro che la parte del cuginetto imbecille che compare al secondo atto, perché io, anche se avevo l’aspetto di un “attor giovane”, ho sempre avuto un animo da caratterista. Quand’ero piccolo nei giochi mi facevano sempre fare la parte del principe, così mai mi facevano fare la strega, gli orchi, che erano i personaggi che io amavo. Appena ho potuto fare di testa mia, avevo già trent’anni, ho fatto una commedia in cui ero un vecchio di 50 anni. Mi son tinto i capelli bianchi e sono andato a Parigi a chiedere l’autorizzazione all’autore. Poi quando ho fatto una commedia di Giordano Bruno, facevo la parte di un impotente, “il candelaio”, che non è il candeliere, cioè colui che regge la candela ad una signora che ha delle avventure galanti. Il candelaio è uno che per curiosità, va a vedere le candele che portano nelle braghe i giovanotti; e quindi era un personaggio non molto popolare negli anni ’60, quando non lo si poteva reclamizzare con simpatia. Invece a me interessava molto un soggetto così curioso scritto da un prete.

Io continuerei a definirmi un attore brillante, anche perché di repertori così “boulevardiè” in Italia abbiamo pochissimo: levata “La Mandragola” di Machiavelli, levato tutto Goldoni e Pirandello non c’è altro. Il resto son tutte cose che si inventano lì per lì. Io mi son fatto una fisionomia, me la sono ritagliata, in mezzo ai grandi organismi dei Teatri Stabili, perché faccio una produzione ispirata alla mia natura di attore; così frugando nella “bassa” e nell’alta letteratura, faccio delle curiosità che gli altri non fanno.

Leggevo infatti una sua dichiarazione nella quale sosteneva “di essere sempre a caccia di stranezze”: Jonesco, Beckett, Quenau, Palazzeschi, Apuleio….

Sai, non sono io che l’ho detto…Ma d’altra parte, tra gli errori della vostra generazione vedo una stima della carta stampata. Avete la persona viva davanti…No!, vi rifate sempre a una frase riferita da un gazzettiere imbecille.

Raccolgo la punzecchiatura, strappo il foglio con le domande che ho preparato e…(qui vengo di nuovo interrotto)

Vedi caro, è troppo bello concedermi, come tutti i vecchi vorrebbero, la gioia di “picchiare” i giovani!

Quanto da buttare di brutto o da conservare di bello allora?

Una cosa brutta è l’omertà: per cui anche le persone che sembrano più vivaci, più…Tanto per farti un esempio: A Torino, per la fine dell’anno, al termine di una replica dell’Asino d’oro, ho ideato un bis sulla romanità. Ho preso l’inno a Roma di Puccini e quattro bambole, di quelle porno, vestite da gentildonne romane che cavalcavano i miei quattro asinelli che avevo in scena. Io stavo abbracciato ad una bambola di quelle gonfiabili. Questo bambolotto comprato in un negozio pornografico, aveva una “curiosa” protesi sulla gamba, che era la cosa che costava di più di tutta la bambola. Io gliel’ho tolta e gli ho messo una mutanda d’oro per accennare ad un’orgia e non farla…Sai il teatro è allusione, non è realizzazione realistica, anche per controbattere lo sciatto naturalismo della TV che fa credere alle famiglie italiane che la telenovela del Sud America è la realtà…Insomma, volevo regalare a qualcuno questo “prezioso cimelio” che pigiando un bottone si metteva in azione e “frullava” e faceva delle curiosità! L’ho proposto a degli amici che sono “specialisti” delle bellezze virili e che sono notoriamente…e che conoscono bene l’oggetto in sé…e questi: “No! Grazie!”, “Ma non posso prenderlo”, “Che cosa direbbe mia madre?”, “Che cosa direbbe mia sorella?”…E l’hanno rifiutato. Ho trovato solo una donna…Che le donne sono più intelligenti degli uomini…Questo è il secolo della donna: guarda me!

Allora, una amica di Torino ha preso l’oggetto: “Ah Paolo, sarà l’augurio per un buon anno!”. Solo lei ha avuto il coraggio, la faccia tosta di riderne.

Manca anche l’ironia allora oggi?

Si, così un giocherello, che vuoi che sia?! Paola Borboni ne comprò alle attrici della compagnia quando una fu lasciata dal marito: “Non piangere, sciocca!”. Andò in un negozio e ne comprò venti tutti diversi da regalare alle varie ragazze.

La cosa bella da salvare invece è che i giovani ritornano a teatro, ormai stufi delle macchine, vogliono vivere “in presenza”.

Così come nel ballo, hanno cominciato a voler essere loro i protagonisti e non più subire la periferia dell’America consumando il disco. Ci si accontenta dell’orchestrina, magari sderenata, ma lì presente in quel momento che “se la gratta”. Vedo che sono più felici del loro prodotto particolare che non far parte di una platea più vasta…E vengono anche a teatro, andando anche male il cinema (levati quei cinque o sei filmoni l’anno americani, imposti a suon di pubblicità). E molti mi fanno anche delle critiche assai severe: una delle più frequenti è che sono ripetitivo. Però devo anche alla ripetitività una sicurezza professionale e il far sì che il “negozio” è sempre aperto. A sua volta questo tranquillizza un pubblico medio-borghese che è quello che dà la forza economica per poter resistere.

Pubblico medio-borghese e molto al femminile, eppure spesso lei non tratta bene le donne.

Tutt’altro! Io amo le donne e nei miei spettacoli son sempre le donne che metto in scena i veri motori dell’azione. Nell’Asino d’oro ad esempio vedi il ragazzo ingenuo che non combina niente, mentre quelle che fanno son tutte le donne: la Fotide, la cameriera, la maga, le donne capricciose, perverse…Insomma sono i motori della storia. Mentre gli uomini son solo dei coglioni, sono succubi. Quella della donna fragile è un’idiozia mazziniana. La donna per me è Anita Garibaldi!

Quella che scrive i miei testi è una signora, mia sorella è una femminista…Certamente l’anagrafe mi segna dalla parte degli uomini…Alle donne si dice: “è di ingegno virile”, “ha le palle”…E la donna essendo stata tenuta indietro ha faticato il doppio dell’uomo per vedersi riconosciuto il giusto valore: alle donne per prime credo non piacciano i complimenti generalizzati: “Ah le donne son meravigliose!”…e basta.

Ma sai che palle?, se mi mettessi solo a fare l’elogio della donna buona? Io amo le matrigne, le sorellastre, la strega!

Ha citato sua sorella Lucia, vi vedremo ancora insieme?

No, mia sorella fa una produzione molto più breve della mia perché si vuole occupare del figlio; quindi fa un mese, due…io invece quando ho battuto il tamburo, reclamizzato uno spettacolo, devo fare una produzione continuativa anche perché ho una compagnia più numerosa da mantenere.

E in futuro? A figlio cresciuto, possiamo augurarci di vedervi di nuovo insieme su un palcoscenico?

Sai, mia sorella vuol fare le cose di testa sua. Da me accetta un consiglio ma “larvato”…”filtrato”… “prudente”…”renitente”…, perché se no divento l’odiata matrigna anziché l’amorosa mammina.

So che lei ama molto il cinema. Ha dei film che le stanno particolarmente a cuore?

Di Murnau “Aurora”: un film straordinario con René Adoré che fa la perfida, coi capelli tagliati a “zazzera” e che si pettina con voluttà e fuma, a bocconi sul letto, portando lo scompiglio nel paese. Poi c’è Janet Gaynor, invece con le due ruzzole bionde sui capelli: buooona! Lei ha ispirato il visino un po’ pentagonale di Biancaneve, la tirolese.

Poi “Roma città aperta”…perché ogni volta che lo vedo piango come una vite. E mio nipote quando mi vede: “Paolo, ma è solo un film!”…”Nooo è la verità!”.

Infine, “La passione di Giovanna D’Arco” di Dreyer. Tutti cattivi! Che belle parti!

In che epoca le sarebbe piaciuto vivere?

In questa! Perché certo nel ‘700 ero lì che strigliavo i cavalli, oppure avrei fatto la carriera ecclesiastica. Avrei fatto l’Abate alla Parini, che prendeva le difese della cameriera ma sotto sotto sognava di montare addosso alla padrona.

Ha visto che calore, che accoglienza oggi?…E quanti giovani a mostrarle ammirazione?

Mha! i giovani apprezzano di più la formula uno, le macchine e gli ingegneri che studiano il meccanismo della ruota che deve funzionare al meglio..

Io apprezzo di più un panettiere che ha la modestia di alzarsi di notte per fare il pane…loro apprezzano di più il rumore, il successo facile alla televisione, non so..

Già il Leopardi aveva avuto dei dubbi sulle “magnifiche e progressive sorti” ma non aveva torto: si poteva essere felici anche a Recanati perché, contrariamente a quanto si dice, lui lo scrisse in uno dei pensieri napoletani: “felicità da me provata nel tempo di comporre il più bel tempo ch’io abbia passato in mia vita e nel quale mi contenterei di durare finché io viva. Passar le giornate senza accorgermene e parermi brevissime le ore”. Gli piaceva scrivere e ha scritto, era la sua felicità. Certo il Ranieri gli scriveva delle poesie assai più brutte delle sue: era più portato per la trombata delle contessine no?. E una di queste alla domanda di che pensava del poeta rispose con una sola parola: puzzava! Perché non si lavava mai, cambiava giusto il collo della camicia, era cagionevole di salute, teneva tutto l’inverno le stesse maglie di lana, e il sudicio pare che faccia bene.

A teatro vengono specie la domenica le buone vecchiette, che vengono perché in pomeridiana, che va bene anche per i bambini: adesso che ci sono tante forme di spettacolo più scandalose va bene il teatro che è quasi sempre di parola.

Sarà come dice, ma di giovani ne ho visti parecchi ad applaudirla: infondo lei è davvero un trasgressivo.

C’è un momento adesso di remi in barca per cui c’è di nuovo un finto pudore in un epoca in cui le bambine ammazzano la mamma col coltello  come si faceva nel più bieco 500 o 800. C’è di nuovo le professoresse che mi dicono: “Belle le poesie di Palazzeschi, purtroppo troppe parolacce!” In un momento difficile come questo per la scuola non ci prendiamo la responsabilità di portare a teatro degli allievi di 18 o 19 anni, che ne fanno di tutti i colori e ne han provate di tutte le emozioni….

Dentro queste bambine si sappia che ci sono delle Erinni, delle Sirene, delle Clitemnestre, delle madame Bovary e non degli agnellini che mangiano l’edera.

A Milano si sono espresse così queste professoresse.

Milano era una città disinvolta e ha dato da vivere a molti teatranti: da Dario Fo e a me, passando attraverso la Betti, Cobelli…del cabaret come si diceva allora.

Le forme di spettacolo meccaniche purtroppo, oggi la televisione e altre macchinette, hanno abituato il pubblico ad un ascolto sempre più rapido e distratto sicché se dopo un minuto o due non succede un cataclisma la gente si addormenta oppure si annoia e cambia canale.

E allora bisogna che ci siano piccole sorprese ogni tanto insomma.

In televisione, in effetti, non la si vede mai.

La radio è uno dei miei grandi amori: infatti lavoro solo li.

In televisione non voglio andare perché essendo una ex bellezza come Greta Garbo sto molto attento a farmi vedere nel cadavere.

Marlene si copriva la testa con un asciugamano…Da giovane mi sono aiutato molto con il fisico: quando non ne potevo più, ero pieno di debiti, ho usato anche lo scoscio laterale come si chiamava allora la bellezza di stacco tra la gamba e la chiappa …

Canta ancora senza microfono?

C’è un piccolo aiuto, perché, io ho sempre fatto in tutta la mia vita senza le macchine…poi questi teatri di tradizione, con i palchi, sono fatti da grandi architetti che sapevano che le onde sonore sono rotonde. Adesso ci sono degli architetti che fanno delle robe a zigo zago con cammini, impicci…ma anche negli alberghi! Per andare a pisciare si sbatte di contro di Carrara, marmo di Verona, si sdrucciola e poi c’è di tutto insomma.  Invece in teatri come questo (Il Verdi di Padova, nda) non ci sarebbe bisogno. Però io ora metto un piccolo aiuto perché dà fiducia ai miei collaboratori che, nel ballo e nel mimo sono molto bravi e nel canto e nel parlato sono un po’ timidi, perché hanno incominciato da due, tre anni: sono con me da una decina d’anni ma solo da poco cantano e non hanno ancora fatto un volume di voce pari al mio. Pensa, quando io ero giovane, con Milva si andò a misurare il fiato: io avevo quattro litri e lei cinque; meravigliosa! Appena partorito si è alzata e ha fatto tutte le canzoni della rivoluzione francese, la Marsigliese…tutte quelle robe lì.

Un po’ il repertorio che aveva prima di inseguire Brecht insomma…

Ma no già era avviata; in Francia c’era già la Piaff che cantava: “ça ira ça ira…” e lei così le importò agli italiani.

Perché portare dalla Francia in Italia si può, non si può fare il contrario: quando la Vanoni è andata in Francia a cantare le canzoni della Piaff manca poco che la fanno fuori! L’ammazzano come Luigi XVI, a furor di popolo! Perché non  si toccano le loro cose, solo loro le possono fare. E non hanno torto infondo: il loro sciovinismo è anche una testimonianza di amore verso il loro repertorio che da noi non c’è. Tempo due anni, come alla fiera di Verona delle mucche, vien fuori la mucca nuova e cacciano via l’Alba Parietti di turno o la bella insomma decaduta, senza considerare come sono ancora belle le Kessler per esempio…Passati sessant’anni sono ancora bellissime. E poi professionali; hanno incominciato a dodici anni a ballare e cantare e ancora si mantengono. Una volta al mese digiuno completo: “E quando ti senti svenire Paolo, una banana”… “E dove me la metto?”…”In boccaaaa”. Belline!

Io le ho conosciute nell’anno…loro facevano “Sabato notte” che poi si chiamò “Studio uno”…Perché “Sabato notte”, la canzone, fu proibita…Perché, cosa avviene il sabato notte, quando poi la gente può stare la domenica mattina a dormire? Gli italiani si montano addosso! E allora vai, non si può dire. Io invece facevo, mi pare Canzonissima. Mi ricordo in sala prove con l’orchestra, si andava la mattina…faceva benissimo.

Progetti per il futuro?

Caro, il mio futuro è sempre più corto!…Ma ho finito da poco di leggere un libro straordinario “Il diario di una cameriera”…Chissà.

Posso dire, che l’ultima grande diva del teatro italiano è Paolo Poli?

No, c’è anche Franca Valeri.

Dopo la digressione dedicata a questa intervista fatta a Poli in una pausa delle repliche dell’”Asino d’oro” al Teatro Verdi di Padova, voglio tornare per un attimo al “Candelaio”, o meglio a certe reazioni della critica, in sé piuttosto curiose e sfociate in un vero e proprio anatema che all’epoca non coinvolse solo Poli ma anche Peppino de Filippo, in scena con una versione della “Mandragola”.

Nel ’64 esce sul mensile specializzato “Il Dramma” una sorta di insofferenza alla parodia e alla satira intelligente, di sicuro ben in linea con una società ancora alle prese con il famigerato boom economico, una chiara avvisaglia di cosa sarebbe successo da lì a poco per “Santa Rita da Cascia”:

“Un momento per piacere: non si tratta di pochade; lo diciamo subito ad evitare che altri siano presi dallo stesso uzzolo e si impadroniscano dei capolavori della nostra letteratura drammatica per uso personale, diffamando il teatro. Così è avvenuto in questo principio di stagione, da parte del giovane Poli, certo inesperto, e del vecchio Peppino, invece espertissimo. Il primo è un attore principiante con uno zinzero di moda e quel tanto di snobismo estetizzante, dotato di una certa disinvolta bravura che noi stessi abbiamo cordialmente apprezzato in altra occasione, ibrida anche quella (Adamov), ma sopportabile…, tutto questo intellettualismo lo fa saputello irriverente e menefreghista…il repertorio leggero che faccia esclusivamente ridere è utile al teatro quanto quello di cultura, ma sono le carte che non si devono cambiare (…). Al punto in cui oggi è il teatro nessuno può scherzarci sopra; capovolgendo i valori universali che sono il patrimonio della Nazione, si nuoce alla collettività per il piacere di un singolo”.

Una bella prosa per un manifesto al limite dell’intimidazione non c’è che dire. Una diffidenza verso forme di spettacolo che deragliano dal tradizionale e hanno l’ambizione di trasformare canzoni, filastrocche in strumenti, seppur comici, di riflessione.

Intanto tra gli estimatori di Poli iniziano ad annoverarsi Patroni Griffi, Mina e Pani (il cui andare a teatro insieme era già uno scandalo per le loro note vicende sotto i riflettori dei rotocalchi), e Anna Magnani, capace, come ricorda Poli, di andare più volte a rivedere uno stesso suo spettacolo.

Dopo giordano Bruno ad ispirare Poli ci pensa Tofano e il mondo da lui creato con il signor Bonaventura, sdoganato così anche per un pubblico adulto che è ancora capace di godere di rime e avventure per bambini ma non per questo infantili.

Per raccontare de “Un milione” voglio riportare parte di una critica apparsa sull’”Unità” a firma di Edoardo Fadini:

          “Una direzione estremamente promettente per un teatro che si ponga finalmente qualche serio problema in fatto di lingua. I vecchi sdruciti personaggi di Tofano ci sono quasi tutti. Dal serafico Bonaventura allo stolido malvagio Barbariccia, dall’insaziabile barone Partecipazio all’intrigante contessa della Ciambella, dal vanesio Cecè all’opulenta madama Tuberosa. Il milione passa di mano in mano attraverso inseguimenti, trappole, statue parlanti, seduzioni, truffe, imbrogli, balli, ciarle e torna allo svagato Bonaventura, il quale probabilmente lo perderà di nuovo. La trama è soltanto un pretesto, in chiave di balletto delle maschere (…). Sono combinazioni di parole, modi di dire, barzellette, cantilene, scioglilingua e innumerevoli frasi fatte, agitate, stracciate, fuse, tagliuzzate; e poi ancora un serpente interminabile di battute, le più diverse, dei più diversi autori, agganciate, incollate, appiccicate, giustapposte l’una a fianco dell’altra, in un discorso che è una delle più divertenti raffigurazioni dell’assurdo e dell’insensato che si siano viste sulle nostre scene”.

Ai favori della critica però, per questo spettacolo, vennero meno quelli del pubblico, tanto che per un certo periodo Poli smette l’attività di capocomico con la propria compagnia e partecipa, per riaversi delle molte spese, a spettacoli altrui. In questo periodo inizia nella sua testa la genesi di uno spettacolo in cui non ci fossero attrici, e tutti i ruoli venissero affrontati da uomini. Un po’ il teatro che si usava in oratorio coi frati e le suore, con attori tutti uomini o tutte donne; il soggetto gli capita tra le mani fortuitamente: un volumetto agiografico sulla vita di Santa Rita da Cascia. Lo spettacolo, senza clamore, inizia le rappresentazioni nel novembre del ’67: “Due tempi e sei quadri dall’agiografia tradizionale” di Ida Omboni.

          “Mi ricordo gli urli, le risate, le chiamate. Non è che poi mi inventassi dal niente una formula. Nella stessa epoca, tanto per dire, circolava Elio Pandolfi vestito da suora che decantava le calze Sant’Agostino, la Lacrima Christi, le ferie a San Pellegrino(…)” P.P.

Ma nel lavoro di Poli si andava al di là dell’innocua barzelletta. Ci sono monologhi di rara bellezza e arguzia, dove ad esempio viene mostrata la santa sul pitale intenta a riservar preci a Dio e il proprio “sterco” al diavolo: decantando poi gesta escatologiche di altri frequentatori della santità.

Tra canzoncine anni trenta, un Gesù premuroso consiglia le nozze a Rita con il Ghibellino Paolo di Ferdinando affinché il cuore puro di lei faccia da guida al miscredente. Felice del consiglio Rita si getta tra le braccia del promesso sposo (pur considerando il matrimonio “la protezione legale dell’adulterio”) e allegramente esclama: “non lo fo’ per piacer mio ma per dare figli a Dio!”. Varie disavventure, morti, messa alla prova, arriva la vita monacale, il “dono” delle stigmate…la Santità.

I guai iniziarono quando tra gli spettatori si presentò l’onorevole democristiano Tozzi Condivi, il quale mosse poi un’interrogazione parlamentare sulla liceità di un simile spettacolo. Seguirono telefonate di stampo fascista che preannunciavano bombe a teatro, presidi della polizia, intimidazioni e infine l’ingiunzione a sospendere le recite e l’accusa di oltraggio alla religione.

Partono le prese di posizione di giornalisti, colleghi e politici…ma Santa Rita non resusciterà che nel 1978, diventando uno spettacolo di culto, a cui lo stesso Poli aggiungerà tuttavia il divieto ai minori.

Ugo Volli su “Repubblica” del 9 marzo 1978 così accoglie questa riedizione:

          “Il testo della Rita da Cascia è fra le cose più allegre, fra le più divertenti operazioni di parodia linguistica e contenutistica che si possano ancora leggere sul mondo cattolico e non risente troppo dei suoi dieci anni. Paolo Poli trova un gran vantaggio in questo suo ritorno alle origini di un universo parrocchiale collassato nel ridicolo”.

Mentre sulla “Stampa” del 3 febbraio 1978, Guido Davico Bonino scrive:

“(…) Il sequestro valse all’opera l’onore degli altari: era inevitabile diventasse un cavallo di battaglia, un pezzo di repertorio.

(…) La Rita è un’accozzaglia di stereotipi, un manichino di luoghi comuni: vergine incorruttibile, madre (suo malgrado) pietosa, vedova inconsolabile, monaca esemplare. Dio mi guardi dalla perfezione, scrisse un giorno Leautaud, è il peggiore genere letterario che esista”.

La forzata pausa imposta dalla questura permise a Poli di dedicarsi ad altro: un viaggio a Parigi per mettere in scena Metastasio, o tramite una scrittura alla Stabile di Torino, buttarsi tra le spericolate concezioni teatrali futuriste con “Il suggeritore nudo” di Marinetti.

Nel maggio del ’68 invece a Roma, grazie alla concessione in coda alla stagione del Teatro Delle Muse, nasce un’altra delle pietre miliari dell’opera di Poli, quella “Nemica” di Niccodemi, adattata con la complice di sempre -Ida Omboni- che gli consente di dare il meglio di sé tra piume, conflitti genitoriali, canzoni trucchi e belletti.

Non c’è sentimentalismo strappalacrime che tenga, nessun aggrapparsi a tendaggi, memore di ogni Francesca Bertini vista al cinema, nessun facile rifarsi alle donne castranti di Freud, mentre tra pelouche, perle e parrucche, si compie la parodia dell’intoccabile italiano per eccellenza: la mamma!

Sandro de Feo per “L’Espresso” commenta:

“Paolo Poli nel pronunziare quel “Quale?” il più freudianamente e oltraggiosamente possibile, arcuando il più possibile il lungo torso rispetto alle lunghe gambe, e la testa rispetto al corpo, e la bocca e gli occhi rispettivamente tra di loro, come avrebbe fatto Totò, portava al massimo l’ilarità della platea che era già stata vivissima durante tutto lo spettacolo (…).

Io sono sicuro che se avesse l’audacia di Carmelo Bene, e tanto per restare nel campo del “travesti” e dei rapporti tra madre e figlio, rifacesse a suo modo la scena tra Gertrude e Amleto o una riduzione del bacio notturno al piccolo Marcel della “Recherche”, noi capiremmo qualcosa che ancora non abbiamo capito di quelle due grandi storie così ambigue”.

Il travestitismo, ormai riconosciuta cifra costante e caratterizzante di Poli, diventa marchio di fabbrica, occasione divertente per correre a teatro a misurare i propri sensi del pudore, annegati nella capacità di sorridere del mammismo, delle smancerie care all’ottocento e genitrici di tutto il primo novecento, Art Nouveau, Liberty e Futurismo compresi, un sottobosco melodrammatico e facile alla parodia a cui nemmeno la guerra, il sogno imperialista e i rigori fascisti potranno sottrarsi.

          Poli gioca anche con i generi teatrali oltre che umani; porta in scena agli inizi degli anni ’70, omicidi, intrighi e suspance con “Giallo”, ambientato in un’Inghilterra tutta arsenico e vecchi merletti, dove muovono i loro intrighi Ruby, la misteriosa straniera, il Dottor Sheldon, Priscilla, giovane intellettuale rossa fiammante, Sir Reginald, il campanaro Jonathan, il colonnello Dobson e il nuovo Pastore.

          “Da un ruolo all’altro parlavo di maiali che puzzano perché non vengono amati, mi truccavo da ex vamp con una gamba zoppa, ero un padrone wildiano del villaggio che baciava il fratello, facevo un vecchio colonnello che racconta la Bibbia come un thrilling, il dottorino con le siringhe in borsa che non era chiaro se si bucava o iniettava morfina agli altri o l’antivaiolosa ai bambini. L’azione si svolgeva in un ambiente apparentemente più realistico e più borghese del solito sfondo che altrove avevo messo in caricatura. Inaspettatamente che successe? Che tra i miei quello fu il lavoro maggiormente gradito dal pubblico. La gente capiva il dove, il come, il quando. Erano apprezzati, in quanto nettissimi, certi giochini pirandelliani, anche della scena”. P.P.

In quegli stessi anni, veste i panni di personaggi femminili memorabili, mettendo all’indice tutto l’armamentario vetero fascista dell’immagine dei sessi, ad esempio con “Femminilità”:

“Uno spettacolo fondato sulle idiozie, e queste per il pubblico contavano. La gente che non disponeva più del varietà, della rivista, godeva delle immagini colorate e dei mezzi semplici, della scena elementare che però si trasformava di continuo. Aereoplanini, donne di malaffare, majorettes del Lido. Le femministe? Mi scortavano fino a casa. La musica? Prodotti autarchici”.P.P

          È poi la volta de “La Nemica” di Nicodemi e di “Rosmunda” di Vittorio Alfieri.

Molti tuonarono alla solita profanazione del Classico intoccabile, molti si divertirono nel vedere Poli seriamente alle prese con il fosco testo alfieriano in cui troneggia il famoso invito del marito di Rosmunda, Alboino: “Bevi Rosmunda…!”. Al testo di Alfieri Poli aggiunge delle arie settecentesche grazie alle quali dilata un po’ i tempi della tragedia e gli permettono di prodursi nei propri famosi falsetti, una crocifissione, un accenno di coito con un cadavere conservato in una teca di cristallo, la scoperta e il bacio di un verme in un altro cadavere, e così via.

Fantasio Piccoli su “Oggi illustrato” commentava:

          “L’interpretazione di Poli della Rosmunda di Alfieri sarebbe piaciuta molto a Goethe, che dopo aver visto a Roma una Mirandolina interpretata da un maschietto, scrisse di preferirla a qualsiasi altra Mirandolina. Per Goethe il “divieto misogino” che impediva in Roma e nelle città dello Stato Pontificio (Bologna esclusa), l’ingresso in palcoscenico delle donne, era fonte di piacevolezza e vivo ricordo del passato. E tutto questo, ed altro, è la Rosmunda di Poli. I versi di Alfieri (proprio quei terribili versi scavati nella roccia e poi stipati di forza, entro le strettoie inesorabili degli endecasillabi) sono scrupolosamente rispettati: e la deformazione non colpisce tanto il poeta, quanto la goffaggine con cui spesso gli attori usano rappresentare questo genere di teatro, se non gestualmente, certo psicologicamente: con il risultato che la rappresentazione di Poli non calunnia il poeta più di tante rappresentazioni intenzionalmente serie”.

Gli anni ottanta trovano Paolo Poli in splendida forma, ed intento alla realizzazione di uno dei suoi spettacoli più belli: “Mistica”.

          “M’era presa voglia di fare assolutamente da solo, rinunciando persino al pianoforte. L’intenzione era di verificare se i famosi monologhi alla ottocentesca potevano reggere, quando cioè dal “lever du rideau” alla fine tutto è competenza d’un unico attore. Avevo un testo nel cassetto, “Nadejde” di Fogazzaro. Fogazzaro tentò sempre di fare a teatro delle robe che andarono malissimo. Questo copione, al contrario di altri, non mescolava lingua e dialetto, somigliava a “Piccolo mondo antico” per via che c’è l’orrido, il lago, la bambina suicida, i personaggi decadenti inizio secolo, quasi quasi lo stesso sfondo di “La Nemica”. Progettando perciò “Mistica”, ridussi tutto all’essenziale: due bauli con 12 vestiti meravigliosi, sei tecnici dietro le quinte che ogni volta mi aiutavano in fretta a cambiarmi, in 30 secondi, e il soggetto era in parte fogazzariano ma con simbolismi di varia lega, patine di carnalità, sciatti buon sensi, occhialini al liberty, canovacci d’antan”. P.P.

Paolo_Poli_Aquiloni-e1354106015870Come, e più che, in “Giallo”, Poli sfidando come sempre la resistenza fisica, interpreta tutti i personaggi, canta tutte le canzoni…Principessa, cameriera, granduca, segretario…ogni protagonista un proprio volto, proprie caratterizzazioni ed il suo fulmineo cambiar quasi tratti somatici lascia chi lo osserva stranito, quasi incapace, a passare dal riso per la battuta allo stupore per il cambio d’abito. Laddove il dramma dovrebbe farla da padrone, nella più coerente tradizione italica, il riso sgorga spontaneo alle disavventure amorose della principessa Tatiana, così elegantemente capricciosa, inquieta, flessuosamente dedita al languore. Con lei il dimesso, fedele e impacciato segretario Cadorini e figure di contorno in grado di conquistare la scena nelle loro perfette caratterizzazioni da feuilleton: la Fraulein Paula, Nadejde (circondata da una “aura di femminilità incorporea”), il principe Gerard e il Gran Duca Ivan.

Di “Mistica” esiste anche una trasposizione letteraria, edita da una casa editrice di Montepulciano nel 1980. La quarta di copertina di questo bel libro così annuncia:

          “Dall’opera omnia di un romanziere fine secolo, Fogazzaro, tutto sospiri e ipocrisie, una folgorante commedia attuale, tutta risate e verità. E dalla commedia un divertissement letterario feroce e irresistibile”.

Lo stesso mirabile lavoro di immedesimazione linguistica, nelle atmosfere autoriali che li ispirano, Poli e la Omboni, mettono in atto quando affrontano  Gozzano, Savinio, Apuleio, Swift o Palazzeschi: un amore e una dedizione vera agli autori che non frena il gusto per allusioni grevi e carnali, la citazione dotta o la ripetizione di sciatto buonsenso piccolo borghese.

          Si affinano e si stabilizzano, in quegli anni, alcune caratteristiche tipiche della messa in scena degli spettacoli di Poli, a partire dalla stessa scenografia, affidata a Emanuele Luzzati: fondali dipinti che cambiano scorrendo uno sull’altro, di volta in volta ispirati da dipinti dell’epoca evocata nella storia o a tipiche rappresentazioni grafiche del mondo immaginifico del grande scenografo e pittore genovese. Lo spazio del palcoscenico è inoltre lateralmente occupato da due piccole scale, le quali offrono aumentate possibilità di movimento sia ai ballerini della compagnia che a Poli.

Gli intermezzi musicali fungono da elemento separatore tra momenti diversi dello spettacolo, ma consentono anche i giusti tempi, per quanto assai ristretti, per i cambi d’abito del protagonista; cambi che introducono nuove atmosfere, nuovi personaggi che la mimica di Poli fa tutti particolari e assai diversi tra loro.

Queste caratteristiche che si ripetono negli allestimenti di Poli, hanno spesso attirato varie critiche e accuse; Poli comunque non vi si è mai sottratto, portando a giustificazione una propria riconoscibilità che, in un qualche modo, va incontro alle attese del pubblico, rassicurato dal sapere cosa andrà a vedere comprando un biglietto per Poli. Tutto ciò nulla toglie al fatto che ogni spettacolo è un evento a sé, al di là della riproposizione di materiale già usato, il quale comunque assume una nuova fisionomia, una sorta di seconda vita, un “riciclo” raro da percepire come riempitivo o superfluo.

          Nascono così “La Leggenda di San Gregorio”, “Il Coturno e la Ciabatta”, “L’Asino d’oro”, “I Viaggi di Gulliver”, dove l’arte e il mestiere di Poli trovano l’equilibrio necessario a tenere insieme favolette morali e canzoni anni cinquanta, novellistica classica e malcostume contemporaneo.

In scena Poli continua ad essere magliarda seduttrice, infante scostumata, giovane pia e devota come strega divoratrice d’uomini, fino alla “dark lady” ante litteram più vituperata dagli storici: Caterina de Medici, regina di Francia.

    images (1)Di Caterina mi ha sempre attratto il cinismo, il temperamento tutt’altro che femmineo malgrado abbia partorito una carovana di figli, circa una dozzina. Ed era impossibile, poi,  resistere alle tentazioni aneddotiche sul suo conto accumulate e sparse in vari libri di Dumas, il mago del feuilleton. Gli intrighi sono l’anima essenziale dello spettacolo, e sono proporzionati ai figli, alle tattiche della madre per piazzarli sul trono dopo la morte del marito Enrico II di Francia. Caterina riesce a farne incoronare ben tre e a organizzare il matrimonio della figlia Margot col futuro Enrico IV, lasciando che alla vigilia si perpetri la strage di San Bartolomeo. È una che si dà da fare tantissimo. E non molla mai, è sempre presente, anche dietro l’uscio o dietro un arazzo. Per meglio assecondarla nelle varie epoche della sua vita, faccio introdurre gli episodi già trascorsi e le proiezioni nell’avvenire da un mago che, essendo lei incline alle scienze occulte, accorreva appositamente da Firenze (…)” P.P. – da un’intervista al quotidiano “La Repubblica”, novembre 1998.

          Con la stessa immutata verve, ironia e leggerezza, oggi Poli è ancora nei teatri di tutta Italia con le sue produzioni. L’età non ha smagliato nulla del suo stare in scena, della sua eleganza, del suo scorrere tra i testi cambiando genere e registro. Instancabile e sferzante, è oggi tra i “grandi” ai quali si guarda con ammirazione, ritrovando in lui quell’intelligenza, quel gusto, quella capacità di divertire e divertirsi, ricordandoci che, se c’è una cosa da prendere sul serio, come diceva qualcuno, è proprio la leggerezza.

          A proposito del suo ultimo spettacolo, “Sei brillanti”, tratto da altrettanti pezzi a firma di giornaliste e scrittici quali Mura, Masino, Aspesi, Cederna, Brin e Gianini Belotti, ho trovato particolarmente calzante una definizione trovata per lui da Igor Vazzaz: “L’ultima teppista”.

          “Bizzarro che nell’Italia delle querelle sui Pacs, sui cessi in parlamento, l’Italia dei Busi, delle Platinette e dei Ma stelloni che più non bestemmiano ma vanno nei reality, l’unico fiero ed elegante omosessuale tetragono all’offensiva dei papi, preti e santi assortiti, sia lui, l’inafferrabile fantasista fiorentino. L’unico che non starnazza per apparire in video e che persevera nel mestieraccio infame del teatro: caleidoscopico, apocrifo, colto e popolare al contempo, miscela sublime di teppismo culturale e piratesco repêchage”.

Gianluca Meis

Una prima versione di questo saggio (poi rivisto per un altro progetto mai andato in porto) è contenuto in “In scena en travesti” di Andrea Jelardi, a cura di Vittoria Ottolenghi della Croce Edizioni.

Parole nuove non ne ho in questi giorni, ma una nostalgia strana che quieto cantando canzonacce sovrapponendomi alla voce di Poli

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