Pensieri vaganti

imageSei partito alle otto ieri sera. Hai fatto la valigia e abbiamo mangiato di fretta: il treno non aspetta nessuno, perciò ti sei dovuto adeguare. Siamo sbarcati alla stazione, ma prima che arrivassimo, tu non c’eri già più.
Eri partito con il treno delle sette. Già mi mancavi.
Eppure non ero io a guidare, ho ancora paura, soprattutto di notte, a premere l’acceleratore. Dunque ho fatto guidare te. Andavi forte, correvi via. Mi parlavi, ma io non c’ero già più. Ti avevo salutato alle sette, ieri sera.
Dicendoti di andare piano, mi calmavi con un “Tranquilla”; ci parlavamo, ma troppo lontani non ascoltavamo più. Davanti alla stazione i passanti ci hanno visto. Mi hai baciata, dicono. Non ti ho sentito. Le tue labbra tremavano ad ogni scossone del treno, le mie già troppo asciutte erano come serrate in una morsa, mentre tornavo a casa. Non ci siamo baciati, mi dicevo.
Un saluto frettoloso e sei corso via. Ho preso io il posto di guida. Ho premuto forte l’acceleratore per rientrare a casa: la luna aveva già fatto capolino.
Appena arrivata ti ho visto: eri sul mio letto e mi è venuto da piangere.
Ho pianto, ma senza lacrime, perché quando te ne vai devo essere forte. Devo proteggermi da sola, quando non ci sei. Mi sono sdraiata accanto a te, ma tu non mi hai abbracciata. Sentivo il tuo odore, ti sei alzato e non l’ho sentito più.


Sulla mia pelle resta un profumo debole, come sbiadito sotto il sole cocente.
Se schiacciavo più forte le narici sul mio palmo, il profumo diveniva sempre più pungente e mi avvolgeva teneramente. Mi avevi dato la mano, poco prima.
Ora le mani erano fredde, le tenevo fra le cosce, mentre mi raggomitolavo infreddolita su me stessa.
“Chissà che farà?!..”, mi chiedevo. Il treno stava portandoti lontano da me.
Dal bagno chiamavi il mio nome, ma io non mi sono alzata, aspettavo venissi tu. Ti stavi radendo la barba e l’aroma della schiuma si diffondeva in tutta la casa. Tua mamma è da tempo che ti dice di raderti, ma te come niente fosse sei salito lo stesso sul treno e sei andato via. Ti ho chiamato: sei arrivato da poco e mi hai già svelato cosa ti cucinerai.
Finalmente alzata ho aperto la porta del bagno e, mentre ti radevi, ti ho stretto forte.
Non ti lascio andare, neanche se te ne vai.”

Ludovica Bigozzi

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