A break in the wall

wallEra impossibile immaginare di continuare così. In casa un clima invivibile, urla continue, porte sbattute, lei che piangeva da una parte e lui che imprecava dall’altra. Nessuno li aveva obbligati ad avermi e io, giuro, non ne potevo proprio più. La mattina mi svegliavo e, prima ancora di alzarmi, allungavo l’orecchio per avere un minimo preavviso su quello che mi avrebbe aspettato. Se c’era silenzio in casa, voleva dire che mi ero svegliato prima e allora un briciolo di colazione in santa pace riuscivo pure a farlo, ma il più delle volte ero io a non finire il sonno, interrotto dalle loro urla che, spesso, proseguivano dalla notte senza fermarsi un secondo. Il motivo era sempre lo stesso. Lei aspettava il suo rientro per cena, a volte lui chiamava inventandosi una scusa, altre invece spariva rimandando l’esercizio di fantasia al rientro. La vedevo macerarsi nel dubbio, in una spirale di ansia che la faceva gonfiare. Stavo male a guardarla. Avrei voluto una carezza, una parola rivolta anche a me, e invece no, nulla, nel momento dell’ora cattiva lei camminava avanti e indietro, dalla finestra al tavolo, cercava di fermarsi, di sedersi raccontandosi che forse stavolta non era come le altre, che doveva stare calma e si rimproverava il suo non essere moglie devota. Sì, devota come la vicina del piano di sopra che accettava di buon grado il rito del venerdì sera, quando tutto il quartiere sapeva dove andava il marito, e anche lei lo sapeva, ma mai che si fosse sentito un fiato arrivare dalla sua casa. No, non era una buona moglie, non era devota e neanche paziente. E allora tornava ad alzarsi e tornava alla finestra e tornava a piangere, stringendosi le mani per la rabbia.


Io stavo in un angolo, cercavo di diventare trasparente perché il suo dolore mi arrivava così vicino da farmi male e la sua rabbia volava sopra le nostre teste e il suo pianto rendeva salata la mia cena. No, non era possibile immaginare di continuare così, e non fu una sorpresa per nessuno il giorno in cui le urla cessarono, lui prese le sue cose e si trasferì nell’altra casa, quella comprata quando erano felici, la casa dei progetti futuri, oggi si prende perché è un investimento, domani avremo i figli vicini oppure l’affitteremo e insieme alla pensione ci permetterà una vecchiaia tranquilla.
E così fu: la loro separazione reale venne sancita solo da un muro, neanche portante, che divideva i due appartamenti e faceva da confine ai due saloncini, quelli che un giorno, nella loro immaginazione, sarebbero potuti diventare un unico grande salone.
Solo un muro, mattoni forati con un po’ di calce, e in casa tornò la pace. I primi tempi furono scanditi dalla tristezza di lei e dall’arroganza di lui. Lei rimaneva in casa e usciva solo quando aveva la certezza che lui fosse già andato via, troppo dolore incontrarlo di nuovo; mentre lui, che il vizio non lo aveva mai perso – illusa lei che aveva pensato di farglielo perdere – rientrava la sera ridendo e fischiando, uscendo dall’ascensore accompagnato da donne ogni volta di colori e misure diverse, facendo il possibile per farsi sentire e – perché non ci fossero dubbi sulla natura dell’incontro – guidando l’andatura dell’amica di turno con una sonora pacca sul sedere.
Sapeva che lei stava dietro lo spioncino, che bastava che l’ascensore si fermasse al piano per farla correre dietro alla porta a sbirciare. Voleva ferirla, affermarsi di nuovo in quella libertà di costumi che mai aveva abbandonato, ma che lei, e questa era la colpa che le faceva, aveva legittimato mandandolo via di casa.
Io riacquistai tranquillità, tornai finalmente a esistere e che gioia sentire di nuovo chiamarmi con un tono gentile, amore vieni dalla tua mamma. Certo, soffrivo lo stesso perché lui mi mancava ma era un soffrire diverso, quasi assopito. Lei, la mamma, non transigeva, non voleva che lo incontrassi, e lui, preso dalle sue nuove fiamme, pensava solo a se stesso.
Sembrava finalmente tutto sistemato, solo una carta da portare in tribunale, un accordo trovato senza incontrarsi, per interposta persona, ma comunque un accordo, una sensazione non provata più da anni, tanti ne erano passati da quando si erano trovati concordi su qualcosa.
Sembrava, ma così non fu.
All’improvviso, e senza che nessuno avesse alimentato né preoccupazioni, né sensi di colpa, lui si ricordò di me e iniziò forte a sentire la paura di perdermi. Così chiamò l’avvocato e chiese e disse che aveva diritto a vedermi, a frequentarmi, e che andavano stabiliti dei giorni precisi, che lui avrebbe contribuito alle spese, ci mancherebbe altro, ma che non poteva neanche immaginare di perdermi definitivamente. Lei fu irremovibile. L’ostacolo più grosso era proprio il bisogno di difendersi, di non poter scambiare neanche uno sguardo con quell’uomo che tanto l’aveva ferita, neanche il tempo di farmi passare da casa sua a casa mia, o di dargli le piccole raccomandazioni che si fanno sempre in questo caso, non ha mangiato o non sta tanto bene attenzione a non fargli prendere aria. E la gelosia, che ancora la consumava, la faceva impazzire solo all’idea che io potessi trascorrere del tempo in quella casa, con lui e un’altra donna. Voleva dimenticare i suoi occhi che aveva amato tanto, e con i quali anche lui aveva amato, ma ogni volta una donna diversa. Lui si oppose con tutte le sue forze, ne aveva tutto il diritto, e io iniziai a tifare in suo favore, perché sì, si era comportato male, ma con lei, non con me. In fondo mi mancava giocare insieme, sentirlo cantare o fischiare, da vicino e non da dietro ad un muro.
Finirono in tribunale e mi misero nelle mani di un giudice, di uno che non mi conosceva, che non mi aveva mai visto. Non durò a lungo, quello sì che aveva le idee chiare e non aveva tempo da perdere. Si fece portare una piantina e stabilì, dicono con una sentenza, che lì, proprio in quel muro che divideva gli appartamenti, doveva essere fatta un’apertura, grande quanto bastasse per garantirmi il passaggio senza che loro si dovessero incontrare. Lui esultò, ma poi rise di meno, quando il giudice, guardandolo severo, gli disse che l’apertura sarebbe stata chiusa all’istante se anche una sola volta, io avessi trovato in casa un’altra donna. E fu così che lui si abituò a stare più solo, in fondo non sapeva mai quando sarei arrivato, e io non stavo poi così male, perché all’improvviso li riscoprii, tutti e due, innamoratissimi di me. Prendevo da uno e dall’altro, mi viziavano e io mi lasciavo viziare, finalmente godevo. Sul pianerottolo non si sentivano più risate sguaiate e lei si tranquillizzò. Non correva più a controllare quando lo sentiva rientrare, nessun rumore, se non il mazzo delle chiavi che girava nella toppa. Successe così che un giorno non furono più nemici, aprirono la porta insieme per sbaglio e si videro. Lui imbarazzato masticò un buongiorno, lei accennò un sorriso. Il giorno dopo lui suonò per chiedere del sale e lei glielo dette insieme all’olio, che aveva comprato in Toscana e andava provato. E ogni giorno c’era uno scambio, una cosa finita di cui non si poteva fare a meno, un’aspirina per un mal di testa improvviso, o una lettera lasciata nella buca sbagliata. Diventò naturale, a un certo punto, non suonare più alla porta ma avvicinarsi al muro, al confine, chiamarsi per voce, aspettare la risposta dell’altro e parlarsi. Ho vissuto l’inferno, non credevo di uscirne, ma la vita può riservare magnifiche sorprese. Ora mi godo le sere in cui lui, al buio, sceglie un disco, mette una musica, lei si siede in poltrona, lui pure ma dall’altra parte, sorridono con un muro di mezzo e l’ascoltano insieme. Io mi acciambello e miagolo felice.

Lucia Salfa

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