Olita

image (1)Io ero la principessa di mio nonno, la regina del suo cuore. Ero la bambola che ogni sabato sfrecciava con lui seduta nel seggiolino della bici, vestita con un abitino bianco di garza e con un nastro di raso giallo annodato in vita. La prima fermata era al bar Sandy, perché io amavo il panino morbido dal gusto dolce salato, ripieno di burro e prosciutto, e lui lo sapeva. Così senza scendere dalla sella si accostava alla porta e gridava allegro al suo amico Giovanni “il sandwich!” e quell’altro arrivava con il sacchettino di carta che profumava della mia colazione. Io non glielo avrei mai chiesto, di comprarmi qualcosa. Non gli chiedevo mai niente perché non ce n’era bisogno: mio nonno realizzava qualsiasi cosa io desiderassi senza bisogno di parole. E mentre sfrecciavamo in direzione di Piazza di Sopra, dove ci attendevano gli amici del circolo dei canottieri, i compagni di partito e il direttore della banca, lui mi chiedeva “com’è? Bono eh?” e io facevo sì sì con la testa come i cagnolini finti che la gente metteva dentro le auto. Però stavo zitta.
Anche quando i suoi amici gli dicevano “Carobi ma che bella nipotina che hai!”, io sorridevo per gentilezza ma non fiatavo. E lui rispondeva “E’ brava!”, perché in casa nostra alla bellezza nessuno ci faceva caso, ed erano più importanti altre cose, come saper fare i prosciutti buoni o essere bravi pescatori. E a questo proposito lui si ricordava sempre all’improvviso che c’erano da comprare i bigatini, e così scappavamo via.


E via di corsa al negozio delle esche, che aveva quell’odore acuto di segatura bagnata e di alghe morte. Io potevo scegliere quelli che mi piacevano di più, prendevo il sacchetto di tela che ci eravamo portati da casa e con una paletta apposita ne mettevo un po’ dentro, selezionandoli con cura, perché secondo me quelli colorati erano i preferiti dai pesci. Il nonno mi guardava ammirato, come se fossi stata un capolavoro che aveva fatto lui con le sue mani. Come guardava le barche che finiva di costruire o i quadri che terminava di dipingere. Io, da sopra lo sgabello che mi mettevano per arrivare allo scaffale in cui si agitavano i vermi, mi voltavo a guardarlo e con gli occhi gli chiedevo se il quantitativo era sufficiente. Lui faceva di sì con gli occhi e io scendevo, porgendogli il sacchetto.
A questo punto tornavamo a casa, era già ora di pranzo. Meno che il giorno in cui io vidi la bambola in vetrina, nel negozio che vendeva tartufi, pasta, salami, scatolette varie e olio. Una bambola gonfiabile, verde e sorridente. La pensai solo un attimo e un secondo dopo la Graziella inchiodava di fronte alla proprietaria, mora, sorridente e con tanti braccialetti al polso che facevano tlin tlin.
“Quanto costa quella?” chiese lui indicando la vetrina. Mio nonno aveva il mio stesso dente incisivo un pochino storto e quando sorrideva quello scintillava in un modo irresistibile. Come un’esca, ma per le donne. Era magro, simpatico e comunista, una mistura letale per le signore del paese, come seppi anni dopo. Non si poteva vendere, veniva regalata se si compravano tre litri di olio, rispose lei lisciando il grembiule. A mio nonno costò un bacio senza nemmeno scendere. Poi tornammo a casa, un re, una principessa e una bambola Olita felici sulla loro Graziella.

Roberta Lepri

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