Galline in fuga su una Graziella lilla


1902342097Lei era una Graziella pieghevole color  lilla che invoglia.

Io una bambina sgraziata con un paio di occhiali color tartaruga morta.

La prima volta che la vidi fu nella cantina dove i nonni tenevano le botti per affinare il vino con il pavimento in terra battuta e l’odore del mosto impregnato nelle pareti di mattoni pieni.

Nonna  l’aveva nascosta  sotto un telo militare  che usava nei prati per raccogliere l’erba da dare  ai poveri  conigli rinchiusi nella  stalla ormai vuota.  Poveri perché ogni sabato nonna ne accoppava uno da cucinare per i parenti che arrivavano  dalla città,  cosa  che ogni volta mi faceva piangere e chiedere con forza di non farlo più, ma senza risultato. Tutte le domeniche il coniglio in tavola era immancabile come l’insalata russa e il prosciutto ripieno in gelatina e i tajarin.

Una domenica di maggio, che immagino essere stata quella del mio compleanno, nonna insistette che andassi a prenderle la bottiglia dell’aceto dimenticata vicino la “basacula” in cantina. Dopo aver sbuffato il mio disappunto, attraversai le porte delle stanze infilate una dietro l’altra e mi ritrovai davanti  la bottiglia d’aceto e su un cavalletto cromato la mia prima bicicletta seria:  una  Graziella.

Pedalare una Graziella mi faceva sentire grande. Potevo raggiungere i nonni nella vigna in pochi minuti, percorrevo la stradina sterrata che dalla cascina portava in loc. La Rocca alla massima velocità consentita dalle mie giovani e  implumi gambe nel tentativo di far girare i raggi  veloci veloci da non poterli distinguere ad occhio nudo. Solo così ero certa  di essere veloce come una lippa e irraggiungibile .

Dietro la sella mi avevano montato un cestino, dentro il quale mettevo la bottiglia di acqua vichy fatta con la “Cristallina” Ferrero  da portare fresca da bere nei filari a metà giornata. A volte cercavo di farci stare stare Billy, il nostro primo cane, mio e di mia sorella, nero nero cattivissimo  come tutti i cani piccoletti, che dopo qualche pedalata si buttava giù come un stunt-can preferendo seguirmi correndo a lato dei pedali con la lingua a penzoloni.

Non portai mai la mia amica a due ruote a Torino, perché non c’erano tutte quelle meravigliose stradine senza auto dove al massimo passavano i trattori e la mietitrebbia rossa di legno  che mi faceva impazzire di gioia ogni volta che la vedevo arrivare seduta nel prato con Billy che dava la caccia a qualsiasi insetto.

Tutte le mattine verificavo lo stato delle gomme stringendole più volte tra il pollice e l’indice, se le sentivo molline zac! Staccavo la pompa dal telaio e puf puf le gonfiavo dure dure che quando pedalavo mi sentivo  rimbalzare sulla ghiaietta.

Una sera  la lasciai sotto il portico vicino all’Ape Car Piaggio ormai in disuso sulla quale ogni tanto mi davo lezioni di guida facendo il verso del cambio marcia e acceleratore, tenendo il manubrio ben saldo e imitando  anche TIC TAC per le frecce quando nella mia immaginazione decidevo di svoltare per di qua o di la,   e al mattino ne trovai due… sparita lei, la Graziella  e le galline  sotto il portico.

Galline in fuga su una Graziella lilla…forse.

anna wood

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2 pensieri su “Galline in fuga su una Graziella lilla

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