Il paese è piccolo e la gente pedala

c92681d5b31fe332a0cce0f67e50ef3aSenza volermi vantare o peccare di presunzione, posso affermare di essere un’autorità in paese. Certo, non sono al livello del dottore. Non sono un tipo studiato e se qualcuno ha il raffreddore non so consigliare niente di meglio che latte caldo con la grappa. Non sono nemmeno una guida spirituale come il prete. Anzi, quando mi cade un bullone o un ingranaggio si incastra, uso il nome del Signore in modi molto poco rispettosi. Non sono nemmeno informato su ogni fatto del paese come la panettiera. Il più delle volte non ricordo nemmeno il nome di tutti gli abitanti del paese.
Però, in un posto dove ci sono salite e discese in numero uguale, anche chi accomoda bici ha il suo ruolo di primo piano.
Qui tutti hanno un veicolo a due ruote per affrontare le salite che spaccano i polpacci e le discese che scompigliano la permanente delle signore dopo la messa in piega del sabato pomeriggio. Quando una catena decide di mollare il colpo lasciandosi cadere come se fosse in preda agli svenimenti o quando un freno non vuole collaborare alla seconda curva a gomito appena dopo la tabaccheria vengono tutti da me. Non sarò il prete e non li confesserò, ma so per certo che il proprietario di questa vecchia legnano ieri sera ha bevuto un bicchiere di troppo. La forcella completamente storta racconta una caduta nel fosso. Forse è meglio che la sua signora non lo venga a sapere e io mantengo il segreto del confessionale.
Non sarò il dottore e non prescriverò pillole per il mal di testa. Ma dovrei consigliare al proprietario di questa carnielli di non esagerare con i fuori pista. Le ruote consumate fino all’osso mi fanno temere per le articolazioni del ciclista spericolato.
Di sicuro non sono la panettiera che sconta il prezzo di una pagnotta per ogni notizia succosa, ma la signorina proprietaria di questa graziella non dovrebbe lasciare i biglietti del proprio corteggiatore nel cestino di vimini, tra gli scontrini della spesa e i volantini del prossimo concerto in città.


Perché in un posto così piccolo dove la gente pedala, le biciclette dicono di noi molto più di quanto non immaginiamo. È vero, forse non ricordo tutti nomi degli abitanti del paese, ma tutte le loro biciclette sono tutte passate sotto le mie mani. Ad esempio, la bici piena di fiocchetti colorati che mi sta sfrecciando davanti in questo momento, sta rientrando da scuola. Fa ancora le medie e acquista sempre più velocità ogni giorno che passa, come se volesse crescere più in fretta o scappare da queste stradine scoscese. La bici verde militare appoggiata al muro della casa d’angolo è disoccupata da qualche mese. Non la vedo bene, con i pedali rosicchiati e un velo di polvere sul manubrio. Spero non si lasci andare ancora di più perché non c’è niente di peggio di una bici depressa. La bici grigia con il portadocumenti in cuoio attaccato alla canna lavora in città. Tutti i giorni va in stazione molto presto per prendere il treno: ecco il perché del grosso lucchetto attorcigliato intorno al sellino. Le stazioni sono forse l’habitat più pericoloso per una bicicletta. Per me non c’è giorno migliore della domenica, quando sono tutte riunite in piazza e aspettano la fine della messa o dell’aperitivo. Le vedo raccolte in crocchi che si raccontano le novità della settimana e bisbigliano sugli ultimi scandali.
Lo so la gente mi prende in giro. Senza cattiveria, ma ridacchiano alle mie spalle. Qualche buontempone mi chiama “l’uomo che sussurra alle biciclette”, ma a me poco importa! So che tutti rispettano il mio lavoro anche perché tutti, prima o poi, hanno avuto bisogno di me e delle mie mani scrostate.
Capite quindi quanto possa essere contro natura, per me, odiare una bicicletta. Nello specifico la bicicletta che mi sta di fronte proprio in questo momento. Non ha nulla che ispiri antipatia a prima vista, anzi, mi ripeto esercitando il mio occhi clinico. È una bella bici amaranto, con le ruote cromate e il cestino in vimini bianco, dello stesso colore del sellino e della gomma sull’impugnatura del manubrio. Si vede che non è giovanissima, ma si capisce che si è goduta ogni istante della sua vita. Si vede che è una bicicletta che si è divertita, ha percorso le salite e le discese di questo paese, ha preso la pioggia e si è un po’ scolorita al sole. Ha dei girasoli finti che decorano il cestino: sono i miei fiori preferiti. Si vede anche che non se l’è passata benissimo ultimamente: il copri ruota ha dei lunghi graffi sulla vernice, il pedale di destra è completamente divelto come se fosse stata trascinato per diversi metri sull’asfalto. La forcella è completamente accartocciata come se un furgoncino delle consegne non avesse rispettato uno stop. Come se un maledetto furgoncino bianco della lavanderia, poco esperto di queste strade fatte di salite con un numero uguale di discese, non si sia accorto di uno stop alla fine di una di queste discese e abbia preso in pieno e sospinto questa bici per diversi metri prima di riuscire a fermarsi e capire cosa fosse successo. Mi ricordo quando questa bici è arrivata in paese. Era ancora giovane, luccicante e piena di curiosità. All’epoca avevo già la mia bottega e di bici ne avevo già viste passare sotto le mie mani. Eppure, quando era arrivata, l’avevo guardata come se per me fosse la prima bicicletta che avessi mai visto. All’inizio la guardavo di sottecchi e con interesse professionale. Era perfetta e scattante e non sembrava avere bisogno di me. Poi era venuta da me per un affare di poco conto, un cambio di campanello, da non crederci. Da quel giorno aveva iniziato a girare sempre più spesso intorno alla mia bottega. L’ho tenuta d’occhio, nel corso degli anni, l’ho vista invecchiare con eleganza e spiccare luminosa tra tutte le altre biciclette della piazza.
Conoscevo le sue abitudini e sapevo che andava tutte le mattine a prendere il pane e tutte le mattine passava davanti a quello stop. Lo so perché sopra questa bicicletta c’era mia moglie.

Giulia Pretta

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