Le biciclette di Eva

4120390c97f566bbd99726768a421752Non ricordo di avere mai visto la signora Eva inforcare una bicicletta e farsi un giro in sella di Piazza Navona. Eppure la ritenevo una donna fortunata per via del suo negozio di bici a nolo. Non capivo perché invece se ne stava tutto il giorno chiusa nell’antro buio e profondo del negozio e quando c’era il sole si sedeva all’entrata del suo regno.
La signora Eva mi imbarazzava e non ero lucido abbastanza per trovare una risposta. Partivo da casa già nervoso e distratto, quando mia madre annunciava “oggi andiamo ad affittare la bicicletta.” Si illudeva di farmi contento, ma quelle semplici parole mi gettavano nel panico. Temevo l’incontro con la signora Eva, che aveva il potere di spezzare l’incanto di una giornata spensierata.
Siccome imparavo ad andare in bicicletta nelle giornate di sole, il più delle volte la trovavo seduta su una vecchia sedia impagliata, antica quanto lei. Ai suoi piedi tante bici di diverse dimensioni e colori e alle spalle, nel buio dell’antro misterioso, si intravedevano telai, manubri, raggi e pneumatici agganciati ai muri, insieme al marito, una figura minuta che si muoveva veloce nell’ombra. Non mi ricordo che faccia avesse. A quanto ne so, non usciva mai da quell’oscurità.


Prima dell’avvicinamento, già da lontano, mi preparavo a chiedere la bici che avrei voluto e ogni volta era uno sforzo vano, perché la bruttezza di quella donna mi paralizzava. Seduta vicino ai gradini del negozio, con lo sguardo fisso verso di me e il viso butterato, suscitava sempre la stessa domanda: perché una donna così brutta si chiama Eva? Perché i genitori hanno scelto un nome così bello per una bambina che doveva essere bruttissima? Non avevo il tempo di riflettere, che la signora Eva anticipava ogni richiesta con la sua frase consueta “a nì, che te do?” Non sopportavo che quella domanda la rivolgesse a me, invece che alla mamma. Tanto non potevo rispondere. Un’Eva così brutta mi gettava nel panico. E così mi toccava in sorte la prima bicicletta che la padrona aveva sottomano. Un’ora di noleggio senza tante storie. Pure se la bici aveva il manubrio storto o i freni rammolliti.
piazza navonaCi fu solo un giorno in cui provai a tenerle testa. Una mattina particolarmente assolata e con la piazza a completa disposizione di poche persone. Arrivai spavaldo al negozio, al fianco di mia madre, deciso a rivendicare il diritto di scegliere. “A nì, che te do?”, “Vorrei una bicicletta con le rotelle …” La signora Eva storse la bocca. Non si aspettava la mia risposta. Si sentì esautorata del suo potere da un moccioso che aveva avuto la sfrontatezza di scegliere al posto suo. Divenne ancora più brutta. Passarono pochi secondi, interminabili per me, poi la replica secca: “A regazzì, ancora co’ ‘ste rotelle? Quanno decidi da cresce?” e mi scaraventò addosso la prima bici a disposizione.
Sudai freddo pure sotto il sole primaverile. Non riuscivo a trovare l’equilibrio su quelle biciclette senza rotelle che mi rifilava la signora Eva. Sotto il suo sguardo di rimprovero, ondeggiavo insicuro su quell’attrezzo, non riuscivo a controllarne il manubrio, sbandavo vistosamente e avanzai di pochi metri prima di spiaccicarmi sull’asfalto. Ero rosso fuoco dalla vergogna. Sentii addosso gli occhi della signora Eva e di suo marito che uscì dal negozio vista la situazione eccezionale. Da quel giorno in poi arrossivo senza pudore ogni volta che tornavo al nolo della donna più brutta al mondo. E non smisi di chiedermi perché una donna così sgradevole avesse un nome così bello e perché l’appuntamento con Eva, il cui nome evocava il paradiso, si trasformava puntualmente in un inferno per noi bambini senza colpe.

Andrea Mauri

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