Sfida – Racconto 3° classificato al concorso letterario “Labirinti di Parole”

fasce-alle-mani-boxe-donna_600x420_32677Uscì annaspando dal sogno viscoso.
– È oggi.
La consapevolezza la colpì con un crampo alla bocca dello stomaco, mozzandole il fiato. Si rannicchiò istintivamente sul fianco nel tepore del letto cercando conforto nel profumo familiare del suo cuscino. Aprì gli occhi e le ci volle un attimo per ritrovare la stanza. E il pensiero.
Poi la disciplina prese il sopravvento.
“Aranciolimonemandarino fragola ciliegia… aranciolimonemandarino fragola ciliegia” la cantilena le risuona in mente. Con la memoria torna nel cortile, le amiche che reggono i capi della corda e li fanno ruotare e lei spensierata che salta all’infinito senza mai sbagliare, un ricordo luminoso tra momenti opachi.
Primi due minuti: piedi uniti, skip, di nuovo piedi uniti: passare da uno all’altro con naturalezza. Il battito cardiaco sale, dalla fronte cominciano a staccarsi le prime gocce di sudore. Tre minuti: il ritmo deve salire ancora, la corda è solo un arco che sibila, la cantilena in testa non è abbastanza veloce, ora ci sono solo il respiro, il ritmo e il sudore. Ancora una mezz’ora di colpi veloci al sacco e per oggi basta così.
Nel vapore della doccia si insapona massaggiando il corpo snello e muscoloso. Non si considera bella: guardandosi vede solo massa utile, potenza. Il peso è solo il parametro che serve per rientrare nella categoria.
Si sofferma un po’ più a lungo sull’addome: è piatto con i muscoli ben disegnati. A Matteo piaceva seguire con la punta del dito le linee dei suoi muscoli.
– Sei tutto per me. – Per un po’ è stato bello crederci.

Da dentro lo spogliatoio si sente aumentare gradualmente il brusio del pubblico che entra nel palazzetto. Nell’aria aleggia l’odore dell’olio canforato misto a disinfettante, sudore e paura: le è familiare quasi come il profumo del suo cuscino.
Stefania non è scaramantica ma ha portato i vecchi pantaloncini di raso granata col suo nick “DEA” ricamato in oro, sono resi morbidi dall’uso e li ha messi tutte le volte in cui l’impresa sembrava impossibile.
La prima volta che ti ho vista eri sul ring, in palestra, e stavi facendo le passate col maestro. Avevi quei pantaloncini e ho pensato che tu fossi una vera dea: perfetta e irraggiungibile.
– Pronta? – ringhia il maestro.
– Sì, sono calda – gli risponde.
– Stanno finendo i match dei ragazzini, tra un po’ tocca a te.
Comincia il loro rituale col lungo massaggio di riscaldamento con l’olio thai. Lei chiude gli occhi e usa il respiro per rilassare i muscoli sotto la pressione delle dita dure. È buono il profumo canforato, scalda, stordisce e allontana i pensieri. Quel pensiero. Poi il maestro la fascia: lei ama vedere passare più e più volte le fasce bianche attorno alle nocche, sui polsi, le mani.
Non ha potuto ancora dirglielo, non ha saputo trovare il momento giusto e oramai si va.

Le luci bianche puntate sul ring sono abbaglianti. Stefania socchiude gli occhi cercando di valutare l’avversaria: sembra grossa e cattiva, ma fa parte della parte. Lei raddrizza un po’ di più le spalle prima di superare con un balzo le corde del ring e andare al suo angolo. Il boato, gli applausi, i fischi del pubblico le arrivano ovattati perché nelle orecchie le rimbomba forte il battito del cuore. Il maestro all’angolo le spalma il viso di vaselina.
– Ok, la tipa è giovane e anche se è forte non ha esperienza, tu fatti il tuo match, porta le tecniche pulite, stai coperta e alza ‘sta cazzo di guardia, ok? Il titolo è tuo, non farti solo trovare coi guanti bassi.
Stefania lo ascolta ma non gli risponde, ha già il paradenti ed è troppo concentrata, poi sanno entrambi che quando le parla prima della campanella, il maestro non vuole risposte.
L’arbitro ricorda le regole: tre round da tre minuti, no gomitate, no ginocchiate.
– Fight!
I primi colpi sono sempre leggeri, si studia l’altro per capirne i limiti. Stefania attacca coi jab mentre l’avversaria usa i calci frontali per tenere la distanza, colpi che lei schiva senza incassare.
– Che cazzo fai? Valle sotto uno due, sinistro destro, uno due. Guardale la guardia, usa i montanti, cazzo!
Il latrato del maestro le penetra nella coscienza. Sposta il peso in avanti, entra nella guardia dell’avversaria carica il montante destro e chiude con un gancio sinistro. L’avversaria intuisce, si chiude e i colpi si schiantano sui guantoni poi le risponde con un paio di calci che vanno a segno sulla coscia sinistra duri come bastonate.
– Stop!
La fine del primo round la sorprende. Torna all’angolo respirando forte.
– Stai facendo bene, il round è tuo. Valle più sotto ed entra col montante, doppia i calci e prova a metterci il tuo tomino, ok? – le raccomanda il maestro mimando il gancio, mentre le rinfila il paradenti in bocca.
Le labbra di Stefania sopra il paradenti si stirano in un sorriso strano. Sa che se riesce a neutralizzare la paura di quei frontali può vincere. Si avvia.
Seduto nell’ombra di una gradinata Matteo la guarda e pensa che è sempre bellissima.
– Ma tu sei sempre stata così determinata?
– No, ho dovuto imparare a non mollare. Non è stato facile arrivare fino a qui.
– Perciò se dovessi scegliere tra me e la kick…
– Non chiedermelo, ti prego. Non chiedermelo mai.
Un mormorio più forte del pubblico riporta la sua attenzione sul ring: Stefania è all’angolo neutro e il maestro le sta pulendo via il sangue da uno zigomo con l’asciugamano. Le spalma qualcosa in faccia, alza il braccio e fa segno che è OK. L’arbitro fa ripartire l’incontro.
Matteo scopre di aver trattenuto il fiato per tutto il tempo.
Il taglio le brucia e l’avversaria riparte attaccando, per fortuna sbraccia sui ganci e lei fa in tempo a coprirsi bene. Stefania riprende a martellare con un paio di jab e finalmente vede un’apertura nella guardia. Il gancio destro le parte esplosivo, l’avversaria sente il colpo e barcolla.
– Stop – La campanella salva l’avversaria dal conteggio.
– Te l’ha mollata apposta la testata?
– No, ero bassa io. Sanguino?
– Dovresti reggere ma non prenderci colpi. Passa in guardia sinistra e piazzale dei ganci – le spalma altra vaselina sul viso e le infila in bocca il paradenti – mettici tutto quello che hai.
Campanella dell’ultimo round.
– Figh!
– Non capisco che bisogno hai di questo titolo. Sparirai ad allenarti per mesi e io mi sono rotto del fatto che la kick venga sempre prima di me. Non posso continuare così, voglio impegno: voglio una casa, una moglie, dei figli…
– Io voglio, io voglio. E io? Non conta cosa voglio io? Tu mi stai dicendo che non vuoi me. Questo match non è un capriccio, è la MIA vita…
– E allora vedi di viverla da sola, la tua cazzo di vita!
Così Stefania è salita sul ring da sola, senza bisogno di lui, Matteo prende il cellulare e lentamente digita poche parole in un SMS. Indeciso lo tiene in mano per qualche secondo e poi preme il tasto invio.
Il maestro dall’angolo le segnala che è l’ultimo minuto. Stefania raccoglie le forze, ogni respiro brucia nei polmoni, la lingua s’incolla sul palato ma i colpi partono anche se i guantoni pesano come ferro. Incassa un paio di calci sulla gamba sinistra e riesce a rispondere con un bel calcio medio. Stringe il paradenti e mette tutta la forza che rimane in un uno-due, che vanno a segno.
– Stop!
All’angolo via il paradenti, via il nastro adesivo e via i guantoni. Respira a fondo e beve piccoli sorsi per non vomitare. Il maestro le asciuga il sudore, controlla il taglio, le appoggia il ghiaccio sulla nuca; è teso, parla a macchinetta:
– È tuo, il match è tuo. Hai tenuto di più il centro del ring, hai messo più colpi e quel tomino… sì è brava, ma tu sei più pulita… è tuo, lo so… chiamano al centro, vai!
L’arbitro è in mezzo alle due combattenti e le tiene per i polsi ancora fasciati, ascolta annuendo i punteggi dei giudici. La voce dello speaker esce distorta dall’altoparlante tra il rimbombo delle voci e i fischi del pubblico. Lo zigomo sta gonfiando, Stefania guarda l’angolo, il maestro le sorride.
L’arbitro annuisce e le alza la mano destra, il maestro lancia per aria l’asciugamano macchiato di sangue.
Prima di tutto abbraccia l’avversaria: è stato un match leale. Poi, mentre diminuisce l’adrenalina, la fatica arriva di botto e le sembra di guardare come attraverso un filtro. Il saluto all’angolo avversario, la cintura, le foto: tutto questo lo osserva più che viverlo.
Ma è il suo titolo e ha lavorato duro per averlo.
Sola nello spogliatoio srotola con calma le bende dalle mani. Poi si alza e con uno schiocco si leva il top fradicio di sudore e i pantaloncini. Infine gli slip. Li sfila con calma, allargandoli bene per farli passare dalla gamba. Li guarda con una fitta di apprensione cercando tracce di sangue. Non sapeva di tenerci già così tanto, vigliaccamente aveva anche pensato che sarebbe stato tutto più facile se l’avesse perso durante l’incontro, magari per un calcio frontale. Invece no, sugli slip niente sangue. Il bimbo ha deciso che vuole esserci e sta lì ben aggrappato nel suo utero. Finalmente sotto il getto caldo si concede, tra le lacrime, di lavare via il sudore, il sangue rappreso e tutta la tensione accumulata.
– Ahi, mi sa che domani la Dea farà fatica a sorgere dal letto! – scherza il maestro quando Stefania esce zoppicando dallo spogliatoio.
– Scherzi a parte, avrei bisogno di parlarti poi con calma.
– Di cosa? Dei calci frontali che non hai incassato stasera?
– Anche. E dell’idea di prendermi come socia.
– Domani, ora goditi la vittoria – e prima d’incamminarsi verso l’uscita del palazzetto aggiunge – sei stata davvero brava, bel match.
– Grazie – e mentre comincia a sentirsi un po’ felice aggiunge sottovoce – non me l’avevi mai detto prima.
La coscia pulsa e fa già un male del diavolo, Stefania sa che peggiorerà ma questa volta non ha messo la pomata, potrebbe far male al bambino. Mentre tiene un sacchetto di ghiaccio sulla gamba con l’altra mano prende il cellulare dal borsone e lo riaccende. C’è un SMS da “quel” numero. Ci pensa su e poi, con determinazione mette un uno-due anche sul telefonino: opzioni-cancella.

Manuela Barban

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