Grazy


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a prima mia fanciulla che mi rubò il cuore fu la mitica Graziella. Splendida. Azzurra. Tutta cromata e con un faro potentissimo che avrebbe illuminato la strada del mio futuro. Fu amore a prima vista. Avevo circa nove anni e lei entrò in casa nostra. Entrò piegata in due salendo al quarto piano nell’ascensore con papà. Pensai subito, “cazzarola ma è già rotta!!!” Non ero a conoscenza della magica possibilità di renderla pieghevole. In verità la bici era in dono a mia sorella, ma piano piano facemmo amicizia e ne presi possesso, e fu mia. Non era una bici era la mia ragazza. Anzi in verità per me era quasi un Harley. La lucidavo, gli davo l’olio alla catena, gli sistemavo la dinamo, il campanello nella posizione giusta altezza pollice sinistro. Perfetta compagna di scorribande ciclistiche stradali e non. La straordinaria bellezza del freno a pedale poi, dio mio, i miei primi veri orgasmi. Grazy aveva in dotazione solo il freno anteriore manuale ma bastava un colpo di pedale all’indietro e bloccava la ruota posteriore e lasciavi una meravigliosa scia lunghissima dietro che quando mi giravo a guardarla, con la ruota ancora fumante, sentivo dentro di me l’ormone girarmi a palla. Le prime sublimi sensazioni da ometto. Mi divertivo ad arrivare sparato come un pazzo e poi di colpo bloccare la ruota posteriore con un rumore di frenata che era da brivido.

Lo stridio arrivava su fino ai piani alti tanto da far affacciare sempre qualche mamma apprensiva. Quel periodo avrò fatto venire una ventina d’infarti alle vecchiette che attraversano la strada impunemente. La strada era mia e della mia Grazy, e di nessun altro. Nonnina cara fammi largo e deposita velocemente la sporta verdurosa, che ti stendo. Orsù. Quando scendevo in strada con la mia Grazy seguivano puntuali le raccomandazioni di papà che diceva “se buchi ti uccido” di mamma che diceva “se sudi ti uccido” di mia sorella che diceva “se la rompi ti uccido” di mio fratello che mi diceva “vai e uccidi”. Nel mio primo periodo ciclistico le possibilità di sopravvivenza erano ridotte al lumicino, mi sentivo ugualmente invincibile. La mia banda di amici ciclomuniti possedevano tutti splendide bici da cross con le marce, io l’unico con la Grazy. Venivo molto schernito e beffeggiato per questo. “Robè ma ancora cu sta bici da femmina! Ma iààà” Li guardavo feroce con aria di sfida e li schiantavo. Quando si gareggiava non ce n’era per nessuno. Ne mangiavano di polvere e moscerini, e poi li finivo sfondandogli le orecchie con la mia frenata da urlo. Era bellissimo tornare sudato marcio a casa con 38 e mezzo di febbre, ma felice come una pasqua per aver vinto tutti gli sprint. Seguivano puntuali le mazzate di mamma ma era un fatto del tutto marginale. Il giorno dopo fresco come una rosa, saltavo già dal letto e pulivo e lucidavo le splendenti cromature della mia potente agile Grazy. Poi vennero le domeniche dell’austerity, e fu il paradiso in terra. La strada era finalmente tutta mia. Alle prime luci dell’alba partivo a razzo a conquistare il mondo. Macinavo chilometri e chilometri imperterrito. Sfidavo filobus e rincorrevo quelli coi pattini, che odiavo, provando a farli cadere, delle volte con sadico successo. Ero il padrone della strada. Quando sfrecciavo nel vialone mi facevo la telecronaca ad alta voce del mitico De Zan al giro d’Italia. ”Eccolo signori…in testa al gruppo c’è ancora il campione…spinge poderoso sui pedali. Inesauribile. La folla lo acclama in visibilio. Lo separano poche centinaia di metri dal traguardo…ma attenzione…ecco che sopravviene dalle retrovie il temibile fiammingo De Muynch, acerrimo nemico del campione…amici telespettatori sarà uno sprint all’ultimo sangue!!!”. Quindi sparavo uno sprint che con tutta probabilità raggiungeva i sessanta chilometri all’ora battendo piccioni, gabbiani e staffette dei vigili urbani, è vincevo! Vincevo sempre. Tagliavo il traguardo con le braccia alzate, la bava alla bocca, gli occhi sgranati da drogato e inebriato dall’incontenibile sensazione di gioia e libertà che solo la mia prima fanciulla poteva mai donarmi. Amata mia Grazy. Sempre nel mio cuore. Drinnn…Drinnnnnnnn…largoooooooo…

IL MITICO Roberto Testa

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2 pensieri su “Grazy

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