“Polvere Africana” Racconto 2° classificato al concorso letterario “Labirinti di Parole”

 

polvere africana (1)Polvere e sabbia, il bene e il male della mia terra. Quanti occhi aggrediti dalla finissima sabbia del deserto ho dovuto curare. Dare sollievo a quegli sguardi infuocati prima che diventassero malattia cronica. Nuvole aggrovigliate di polvere gialla e sabbia rossa che invadono le città e portano con loro le correnti calde del deserto. Mi assopisco dal dolore e sento sulla pelle quel vento caldo. Riesce a raggiungere persino la zona protetta dell’ospedale. Bollente. È talmente forte che gli arti bruciano, scotta anche la testa, sono spossato da questo vento che non perdona. Questa volta si è trascinato dietro febbre e delirio.

 I miei fratelli che abitano a Djenné sanno che quando arriva il vento del Sahara devono ripararsi dalla sabbia finissima che penetra ovunque. Mi stupisco ogni volta. Quella sabbia assassina è la stessa usata per costruire la moschea della città e tutti gli abitanti del Mali vengono sin qui in pellegrinaggio ad ammirare questa strana costruzione rossa  a guglie di fango e a fare provviste al mercato della piazza. Il bene e il male della terra africana, la contraddizione della terra africana, sabbia e polvere che hanno condizionato la mia vita. Dottore, ci curi da questa sabbia, ci aiuti a sopravvivere in mezzo a questa polvere. Io per loro, africano come loro, alle prime armi, ho varcato la soglia dell’ospedale di Djenné. Per  i fratelli della mia terra ero l’uomo in camice bianco che li avrebbe aiutati a riscattarsi dalla terra buona e cattiva del Mali.

Il mercato della piazza della moschea era sempre affollato, anche in tempi di Ebola. I miei fratelli non ascoltavano le avvertenze del governo. Evitare i luoghi promiscui, fare attenzione a chi vi sta accanto, Ebola si trasmette per contatto se la persona che hai la sfortuna di sfiorare è già malata di febbre emorragica. Ma i miei fratelli sono fatalisti, non leggono e non ascoltano i proclami dei loro capi. Ne hanno visti troppi, di capi, ciascuno impegnato ad arricchirsi senza risolvere il problema della sabbia e polvere, buona e cattiva.

Io come loro, io fatalista come loro. È inutile lottare contro il destino se poi questo ti fa tornare nel posto che non è il tuo. Anche adesso che mi trovo in cura nella zona protetta dell’ospedale che mi accolse anni addietro per fare carriera e che abbandonai qualche mese fa per tornare in Mali. Anche qui sento il caldo del deserto, incontrollabile, polvere e sabbia che hanno perforato i tessuti e si sono depositate negli organi interni che si ribellano ai dolori violenti che nemmeno sento più. Ho lasciato l’Africa per lavorare in condizioni migliori, ma non sarei potuto rimanere a lungo in un ospedale perfetto, dove tutto funziona a meraviglia, mentre i miei fratelli morivano come mosche. Li ho delusi scegliendo di trasferirmi nell’America delle grandi opportunità. Loro non commentarono, tirarono fuori sorrisi di circostanza il giorno dell’annuncio e gli sguardi diventarono rossi, iniettati di sangue, lo stesso sangue. Strisciava nello spirito di ognuno la delusione per la mia scelta e la paura di essere abbandonati di nuovo, di essere lasciati soli nella lotta quotidiana contro la polvere e la sabbia, buona e cattiva. Questo raccontavano quegli occhi arrossati, premonitori di sventure. Il debito da pagare ai miei fratelli gridava insieme ai dolori provocati da quelle emorragie voraci che subdolamente avevano già varcato il confine e si stavano propagando anche in Mali. La mia terra rischiava grosso e non potevo assistere da lontano allo scempio di quegli uomini conosciuti durante le interminabili file davanti al mio piccolo studio medico.

Una cortina di polvere e sabbia finissima si intravedevano all’orizzonte, oltre il confine. Il vento del deserto lo riconosci subito se sei nato in questa terra. La jeep correva veloce verso quei grumi impazziti che si avvolgevano su loro stessi, ondeggiando senza meta come ballerine capricciose. Era fondato lo scetticismo dei miei fratelli, anche questa volta il capo di turno aveva trascurato la gravità della situazione e gli appelli che giungevano da ogni parte del mondo. Sono scappato dall’ospedale perfetto quando ho sentito che il virus sterminatore si stava diffondendo nella mia terra e che il capo supremo aveva deciso di non chiudere le frontiere degli Stati confinanti e contagiosi. In effetti non c’era niente a quel posto di controllo, il deserto in lontananza con i suoi mulinelli di sabbia e polvere. Solo due guardie stravaccate su una sedia e due barili arrugginiti che ne bloccavano parzialmente l’ingresso. Questa era la frontiera, tutto qua. Chiunque avrebbe varcato il limite ungendo con un po’ di moneta le guardie, affaticate al solo pensiero di controllare i passaporti e preoccupate di sfuggire all’ennesima ondata di vento desertico. Così ho attraversato la frontiera, pagando, e prima di me anche quelli che provenivano dai paesi di Ebola portando con loro il morbo violento.

Non mi sono più guardato allo specchio da quando ho sentito i miei occhi arrossati, come quelli dei miei fratelli, e la sabbia e polvere, buona e cattiva, impossessarsi del corpo bruciando la pelle e scoppiandomi in testa. Immagino che siano gli stessi occhi, uguali ai loro, anche adesso che sono tornato nell’ospedale perfetto, in una zona protetta, in una stanza isolata dal resto del mondo. Non mi riconoscerei sdraiato e intubato in questo letto. È il prezzo da pagare per aver abbandonato i miei fratelli e il virus mi divora ma non ha ancora intaccato la memoria del sorriso della mia gente quando decisi di tornare nel caos più completo. Un sorriso che nemmeno questa febbre orribile riesce a spegnere. L’ospedale di Djenné era una zattera alla deriva, carica di corpi senza vita da eliminare in fretta, piena di uomini neri incartati in tute bianche, angeli della morte che si caricavano i cadaveri sulle spalle per arginare il contagio. Malati sdraiati in letti arrangiati, gli uni accanto agli altri, rinfocolando il virus nella promiscuità forzata. I lamenti, le voci lente e trascinate, quelle non le posso dimenticare. Nemmeno loro vengono intaccate dal virus nel mio corpo. I lamenti e il sangue, fasce sporche di sangue, tanto che le scorte si erano esaurite mentre le emorragie di Ebola non davano tregua.  I vivi, i sopravvissuti non si sapeva fino a quando, si aggiravano tra questi malati, si tappavano la bocca alla meglio, con sciarpe e teli di fortuna. Il fetore era insopportabile, le finestre aperte per il caldo, le mosche che volavano sospese insieme alla sabbia e alla polvere del deserto. L’aria era sospesa, l’attesa era sospesa, il pianto dei morti era sospeso. Mi davo da fare come potevo, insieme con i colleghi eravamo stremati ma non abbiamo mai perso la speranza di salvare almeno una vita. Giorno e notte, tra la polvere e la sabbia, buona e cattiva. Grazie dottore, grazie di essere tornato. Erano le parole che mi davano l’energia. Ci aiuti dottore, ci faccia guarire, faccia il miracolo. Ebola era diventata un’entità astratta, una sorta di divinità malefica alimentata dallo scetticismo dei miei fratelli e dall’arroganza del potere. Era il male da sconfiggere, la piaga inviata da Allah per ricomporre gli equilibri nella terra più povera del mondo.

Ore che non finivano mai, ore uguali tra la morte e la precarietà della sopravvivenza. Sentivo caldo, sempre più caldo e non era solo il vento del deserto e la sabbia e polvere che si insinuavano nei tessuti. Insieme a quel pulviscolo viaggiava anche il morbo, attento a seguire il suo piano di contagio, senza sgarrare. Anche io, come altri, ho inalato sabbia e polvere cattiva, mista a Ebola, che ha scottato il corpo con temperature estreme. La terra africana mi ha marchiato a vita, per quello che resta della vita. Sono stato spogliato delle vesti ammorbate, le hanno gettate dentro un grande falò, fiamme purificatrici che si levavano alte nella piazza che un tempo era il mercato pieno di suoni e ora è una landa desolata. Fiamme che in lontananza rischiaravano la moschea di Djenné avvolta nell’unico rumore che si percepiva: il crepitio del rogo delle vesti degli appestati. Fratelli miei, imploravo, adesso tocca a voi ad aiutarmi. Voglio morire qui, fate che non lasci questa terra ancora una volta. L’errore non può ripetersi, sarebbe umiliante per voi. In questo sta la forza di Ebola, distruggere il corpo e la mente, distruggere le volontà. Il virus sottrae persino il desiderio di morire in pace. Ma i protocolli internazionali prendono il sopravvento sulle ragioni di un popolo. Non ascoltano le ragioni dei poveri. Nudo agli occhi dei miei fratelli, inerme e debole, consumato dalle emorragie, mi hanno costretto a morire in terra straniera. L’obiettivo era quello di salvarmi e l’unico rimedio era rispedirmi in America. Non avevo le forze per contrastare una decisione politica, non avevo le energie per spiegare che un medico africano deve morire in terra d’Africa. Ebola si era divorata pure la lingua. Spogliato delle vesti, esposto il corpo nudo al pubblico ludibrio di chi sospettava un altro mio tradimento, mi hanno deposto su un lettino metallico e infilato in un aereo che mi sembrava gigantesco.

Andrea Mauri

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