” Le spine della Mara ” Racconto 1° classificato al concorso letterario “Labirinti di Parole”

 

YellowRoseOnWaterNiente può proteggerti da te stesso. Il tuo peggior nemico è la paura. Paura di non avere coraggio, paura di parlare e di non essere creduto, paura di essere incapace e di provare rimorso. Il senso di colpa ha occhi per vedere ovunque tu ti nasconda. Ora lo so. Per quello che mi accadde molti anni fa, i medici non servivano a niente. Non ero malato nel corpo, ero malato nell’ anima e siccome si cela spesso, occorrono occhi buoni per stanarla. Solo la mara lo capì perché vide il letto di spine su cui poggiava la mia coscienza. Ma è meglio che io racconti tutto fin dall’ inizio.
Il 16 Luglio del 1964 accadde una cosa che cambiò per sempre le vite di due ragazzini inseparabili , la mia e quella di mio cugino Alfio. All’ epoca avevo dodici anni e lui dieci. Lo scirocco impietoso soffiava da due giorni e il paesaggio intorpidito era avvolto da una cappa oziosa in cui annaspavamo senza rivalsa. Alle tre del pomeriggio una luce opaca amalgamava tutto dentro un colore spento. Inquieti e senza una meta percorrevamo un sentiero senza ombra , veloci come lucertoline schive nello spasimo della frescura, saltellanti sulle pietre aguzze come se bruciassero sotto i nostri piedi. Andavamo incontro al destino, al magnetico ineludibile fato che ci attendeva dietro il canneto smosso dal vento la cui voce sommessa vibrava come un canto.
Una miniatura di mare senza sale, un gorgo di acqua opaca e verdognola ci apparve fra le canne, un inatteso e tentatore miraggio nel giorno affocato. Alfio svelto ed asciutto disse – cugì io mi tuffo _ ed io lento e paffuto gli risposi – cugì non sappiamo nuotare_
Ma lui entrò vincendo la ritrosia per il fondale incerto, molle e sconnesso e quando le alghe limacciose solleticarono i suoi piedi , per fermarlo gli dissi che c’ erano sanguisughe voraci.
Si girò e mi guardò con occhi luccicanti, mi sorrise incredulo e fece spallucce. Strappai una festuca e maledissi la mia paura. Non sarei mai stato libero come lui. Non avrei mai avuto il suo coraggio. Toccai l’ acqua con un piede ma non vinsi la paura dell’ ignoto e rimasi sulla riva. Al centro della palude verdastra Alfio saltellò e si tuffò e non sentì la mia voce – torna cugì _ perché subito sparì sott’ acqua .Contai fino a cinque e mi parve un’ eternità. Lo rividi solo per un istante, disperato e tenace lottare contro la forza ostile che non rispettava il suo coraggio e si faceva beffe della sua audacia. Resisti cugì.
L ’ odore di mentastro mi stordisce mentre corro, senza vedere, sui campi e senza una meta. Come una pietra, senza sangue e senza voce , ho paura di non riuscire a salvarlo. Sopraffatto dal vuoto assoluto ho gambe inservibili con le quali mi sembra di camminare su sabbie mobili. Ho paura di sprofondare e non so trovare una soluzione. Io sono la sua salvezza o la sua perdizione. Io! Io che cerco aiuto, un essere umano qualsiasi che salvi Alfio il coraggioso, il ribelle, dalla morte, che lo strappi al mistero della palude. Non riesco nemmeno a pregare, non ricordo preghiere, ho paura di sbagliare tutto. C’è un uomo sotto l’ ombra placida di un albero, seduto su una sedia di paglia, le mani tozze intrecciate sul ventre enorme. Ha il cappello calato sugli occhi e le gambe distese. Dorme sereno un sonno senza angoscia. Urlo parole sconnesse ma lui ride sotto i baffoni ruvidi . Non mi crede o si fa beffe della mia paura?
Sento che dice meno male mio nipote non è. Con mia figlia se n’è andato.
Lo percuoto sulle braccia, lo costringo ad alzarsi e mi segue riluttante. Perché è così indolente? Calmati piccirì , dice solo questo. E non si affanna, ha il passo pesante e tranquillo dell’ uomo egoista. Perché non capisce che Alfio muore, che Alfio annega nell’ acqua pesante e limacciosa? Ho paura di essere troppo lento mentre corro di nuovo sui campi, mentre sento di nuovo l’ odore del mentastro e le mosche ronzano inquiete. Non sento le canne che mi graffiano la faccia e nemmeno il sapore dell’ aria molle della palude. Alfio ti prego resisti . Alfio stiamo arrivando.
Alfio galleggia nell’ acqua torbida, quasi nudo e a faccia in giù. Un instancabile frinire di cicale del tutto indifferente al mio dolore è l’ unica cosa che io ricordi , l’ unica che riesca a distinguere nella confusione della mia mente e della mia anima.
Vorrei avere mia madre accanto e non sentire l’ uomo indolente che non ha parole di conforto ma solo accuse e minacce. Non è commosso mentre dice Ma perché non ve ne stavate a casa? perché invece di perdere tempo a chiamare aiuto non lo salvavi tu? guai a te se dici che non ho corso quando mi hai chiamato ! chi va a cercare guai li trova facilmente. Con questo vento a casa bisogna stare.
Perdonami Alfio, tu sei morto per il tuo coraggio ed io sono vivo per la mia paura.
I giornalisti come mosche impazzite vennero per intervistare il salvato, lo scampato alla tragedia e i titoli dei giornali non ebbero riguardo per il dolore di chi sopravvisse. Non dissi a nessuno che non ero entrato nell’ acqua repellente, che ero un vigliacco e che essere vivo era la mia punizione. Non dissi che l ’ uomo indolente non aveva avuto fretta, non dissi che gli occhi dell’ annegato reclamavano giustizia e non serviva a niente chiudere i miei per non vederli, perché essi c’ erano e continuavano a guardarmi. Non parlai con nessuno del mio rimorso, delle minacce dell’ uomo riluttante. Avevo paura delle conseguenze.
Mi misero nel solaio che puzzava di fritto e di verdura cotta perché non avevamo una stanza dove potessi stare tranquillo. La solitudine mi pesava ma non volevo vedere nessuno. Non ero malato nel corpo ma nell’ anima e non esistono medici e medicine che curino l’ anima perché l’ anima è immortale ed entrambi hanno rimedi solo per il corpo.
Ci voleva la mara. Venne all’ alba mentre ancora tutti dormivano e mia madre la fece entrare togliendo lentamente il ferro della porta. Una vecchia senza nome e senza età che tutti da tempo immemore chiamavano così e anche i più anziani la ricordavano da sempre come era in quel tempo mio, con indomiti capelli canuti, ricci ed arruffati, con una veste nera e di stoffa dura, lunga fino alle caviglie e l’ andatura nervosa , questa era la mara .
Era pervasa di leggenda, toglieva il malocchio e prediceva il futuro, calava lo stomaco per fare passare lo spavento e conosceva i riti per cacciare la malarìa. A me calò lo stomaco e disse le orazioni, mormorò una giaculatoria incomprensibile e la ripetè per tre mattine nel solaio quasi buio mentre massaggiava la mia pancia dall’ alto verso il basso premendo con i polpastrelli duri e ruvidi dove era necessario e liberare così il mio respiro. Dalla morte di Alfio avevo il magone . Da quel giorno il mio respiro era prigioniero e ridimensionato e si manifestava solo in pavidi singulti. La mara la terza mattina portò un mazzetto di ruta apparso magicamente da una delle tasche sformate della sua veste ruvida e con la mano manca strofinò tre spicchi d’ aglio su una tazza che fece roteare sul mio ombelico in senso orario ed antiorario mormorando parole sconosciute . Di fronte all’ incomprensibile mistero che come una nebulosa velava tutto, anche se cominciavo a sentirmi meglio , non potevo impedirmi di avere paura della mara che parlava pochissimo e non tradiva alcuna emozione. Quando la mara si avvicinò fino quasi a sfiorarmi il viso, io mi irrigidii e spalancai gli occhi. Mi arrivò prepotente il suo odore sfuggito al movimento della veste che asperse nell’ aria afrore di ruta e di aglio, di urina secca e di radici di piante, di muffa e di sudore freddo. Trattenni il fiato, centellinai l’ aria che avevo dentro i polmoni pur di non incamerarne altra guastata da quei miasmi. I suoi occhi grigi striati di giallo fissarono i miei e mi sembrò di essere risucchiato da un vortice di vento freddo. Con rabbia impotente pensai di essere alla sua mercè , nel bene e nel male, e avrei fatto qualsiasi cosa lei mi avesse ordinato di fare. Ero ipnotizzato dalla forza felina di quegli occhi e io ero debole e solo. Poi aprì la bocca, un antro oscuro in cui sbirciai dentro e con orrore vidi che aveva pochi denti e una lingua verde con cui masticava erbe amare e misteriose.
Non avevo mai udito la sua voce e me la immaginavo cavernosa e roca. Invece una vocina mite , quasi timida accarezzò le mie orecchie e toccò la mia anima malata_ la pena nel cuore ce l’ hai. Solo tu puoi aiutarti ma tanto coraggio ci vuole , sai? Credere in se stessi un atto di coraggio è e rialzarsi quando si cade, pure da eroi è ._
Poi iniziò una cantilena dolce e dolorosa al tempo stesso che sembrava provenisse da un corpo diverso dal suo, da un luogo che non fosse quel solaio puzzolente.
Punge punge la spina dolorosa
che non da pace e non riposa,
a stù picciottu col cuore addolorato
spina spina non pungere più .
Mi sentii strattonare il cuore dall’ istinto sopito della vita che finora avevo negato. Come avvenne il miracolo davvero non lo so. Urlai e piansi e fra le lacrime dissi non mi sono opposto al Male. La mara scosse la testa e disse siamo tutti deboli di fronte al Male. Un po’ risentito perché si opponeva alla mia autoaccusa insistei non l’ ho salvato dalla Morte e la mara senza scomporsi aggiunse siamo tutti bambini dinnanzi alla Morte. Come un albero dà quel che ha , anche l’ uomo non può essere ciò che non è. Non potevi salvarlo tu perché non sai nuotare. Chi poteva farlo non l’ ha fatto e si è confortato pensando che il Male non lo riguardasse. Il Male invece è dentro ognuno di noi e ci riguarda tutti. Più facile è portare la croce che liberarsene.
Cinquant’ anni. Mezzo secolo ci è voluto perché io potessi ricordare con il cuore in pace la mia tragedia personale. La mara vive ancora al paese,nella casetta circondata di cipressi alti e neri e la mandragora con i fiori viola davanti la porta .
Sono tornato al lago e butto nell’ acqua imperturbabile rose con le spine in ricordo di te, Alfio coraggioso. Tutt’ intorno mentastro, mosche e cicale come sempre.

Tiziana Sferruggia

Segnalata alla XXVI edizione del Premio Calvino con “La Signora Rosetta” 

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