Sofia e la parrucchiera del campo

Minuta e garbata. Così la descrivevano le altre: minuta e garbata. Sofia ascoltando quelle chiacchiere non riusciva ad afferrare il senso del secondo aggettivo. Su minuta non aveva dubbi, se lo era sentito dire tante volte e così immaginava fosse come lei, solo un poco più alta, come tutte le donne grandi del resto. Ma garbata proprio non le tornava. L’avrebbe conosciuta presto del resto, per cui non si preoccupò più di tanto. Un paio di giorni le dissero: giusto il tempo delle registrazioni, delle pratiche necessarie. Disbrighi e formalità.
Distolse l’attenzione da quel gruppetto di donne intente a scambiarsi opinioni su tutto e tornò a sdraiarsi accanto alla sorella: era ancora calda. La febbre non le voleva passare. Sarà stata colpa del viaggio come diceva la mamma. Passerà in un paio di giorni, giusto il tempo che, sempre la mamma, le aveva detto sarebbe durata l’attesa prima di ritrovarsi insieme. Un po’ di pazienza almeno lei che era la più grande doveva portarla, dando così anche il buon esempio. Faceva di tutto per attenersi a quelle raccomandazioni: “ascolta le altre donne”, “fa quello che ti dicono”, “non separarti da tua sorella”. Si addormentò contenta di non averne disatteso nemmeno una.
Le teneva sempre la mano ad ogni fila e quando era stanca la faceva riposare un poco appoggiata alla sua spalla: aveva anche imparato a prevenire ogni improvviso scoppio di lacrime fissandola negli occhi e sfidandola a chi avrebbe riso per prima! La lasciava vincere e ogni paura svaniva. Sua sorella poi rideva in un modo così buffo che era impossibile non lasciarsi intenerire: infilava la lingua nello spazio vuoto lasciato da un dentino appena caduto che sembrava uno di quei gatti di via Catalana, che d’estate dormivano al sole giù fino al Portico d’Ottavia, quando si abbeverano a qualche fontana.
La mattina in cui Sofia conobbe la donna minuta e garbata, di cui aveva tanto sentito parlare, fu l’ultima in cui vide la sorella. Dopo una lunga fila toccava a lei farsi tagliare i capelli: glieli sciolse accarezzandoli un poco. Era gentile e la guardava con dolcezza, “vedrai che ricrescono in fretta”. Imparò allora un nuovo aggettivo che diceva con una sola parola sia gentile che dolce, insieme. Era l’unica che non gridava di fare questo e non fare quello, di sbrigarsi da una parte o fermarsi e star ferme da un’altra! Sofia le raccontò di Roma, della mamma che sarebbe tornata di lì a qualche ora ormai, secondo i suoi calcoli, della sorella senza un dentino che aveva sicuramente visto perché prima che a lei aveva tagliato i capelli alle bambine più piccole…Sicuro che si ricordava, il dettaglio che dava certezza poi era la fronte ancora calda.
Non la vedeva più. Le bambine che avevano finito coi capelli erano state portate da un’altra parte.
“Finisco con lei e poi con pazienza mi rimetto in qualche fila e la ritrovo di sicuro”, Sofia si sentì di rassicurare la signora garbata che ora guardava improvvisamente triste davanti a sé.
“Posso tenere una ciocca dei miei capelli?”
La signora minuta e garbata si chinò a raccoglierne un poco e li legò con uno spago preso dall’ampia tasca del grembiule.
“Sii forte piccola, e pensa al giorno che ti ricresceranno e a quanto ti dovrai dannare per tenerli puliti e in ordine. Sii forte”

Gianluca Meis

Vecchie fotografie, istantanee di una quotidianità violata, annientata. Ciocche di capelli in scatole di latta. Guardando un documentario in televisione per la Giornata della Memoria ho immaginato una piccola, piccolissima storia. Proprio perché anche così non si dimentica.

In foto il ritratto di due bambine deportate ad Auschwitz e ritrovato tra i bagagli in un deposito del campo dopo la liberazione
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