Io e Robert Plant

robertplantAspettavo sbavando il momento di tapparmi nella mia stanza e mettere sul vecchio stereo, stracciato a meno della metà del prezzo al mercato dell’usato, l’LP dei Led Zeppelin col volume a palla.

Whola lotta love rimbombava al ritmo di mille pulsazioni nelle vene ed io, come una Menade ebbra, giravo su me stessa sotto l’orribile lampadario anni Settanta.

Ed ero lì, sissignore, ero lì sotto il palco, mentre loro suonavano, insieme a migliaia di altri che si agitavano come in una danza sacrificale, ma lui, Robert Plant, ammiccava a me, mentre agitava scandalosamente il bacino, ed io non morivo solo perchè non volevo perdermi la vista di lui e della sua criniera da leone mentre cantava:

You need coolin’, baby, I’m not foolin’,
I’m gonna send you back to schoolin‘”.

Mi trovavo nella civilissima e progressista Londra, sissignore, ed ero lì al concerto dei Led Zep, e a nessuno importava che io mi agitassi come una Menade impazzita:

Way, way down inside, I’m gonna give you my love,
I’m gonna give you every inch of my love“.

E poi, mentre ero proprio al culmine di un orgasmo mistico, mi accorgevo con orrore della porta spalancata e di mio padre in pantaloncini e canottiera.

Migliaia di gocce di stupore mi si raggelavano lungo la schiena.

Leggevo il suo labiale: “E abbascia ‘sta radio!!!!”,  diceva.

Il primo ad accorgersene fu Jimmy. Smise di suonare.

Dopo di lui anche gli altri.

Robert continuò a cantare, ignaro, ancora per una decina di secondi, dopodichè guardò sbalordito Jimmy, che indicò con la testa mia padre.

Un silenzio glaciale piombò sullo stadio intero.

Altro che bomba nucleare.

Mi ritrovai nella mia stanza di adolescente repressa, nel più malfamato quartiere di una città del Sud.

Dalla finestra potevo udire le grida disperate dei motorini smarmittati di Vito, il figlio di Colino lo Schignato, e della cricca di teppisti con cui giocavo da bambina.

© RitaLopez

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