Celeste Ascanio

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Enea avea occhi celesti.
Anche Ascanio li avea celesti, a volte mesti.
Quando Roma nacque sorrise, gli venne in mente Anchise.
Ascanio ha ancora oggi occhi celesti, mesti e allegri.
Rotola parole su parole, sembra che dalla bocca fuggano da sole.
Una ballata barocca su Roma città aperta,
ad ombra e sole.
Tutti i sensi all’erta.
Funambolo verboso, parla di cuore e spine.
Ardeatine.
Racconta di radio clandestine e donne bassine ma non perdute.
Vedute di Roma nel Novecento.
Di leggi razziali, mille, cento: tormento.
D’ infimi regimi e re fuggitivi.
Intermezzi e cattivi e captivi.
Pochi son rimasti vivi.
Pochi, ma molte sono le parole che fuggono da sole.
Nell’ombra illuminata dalle fioche lampadine, racconta ancora di Ardeatine,
dell’orrore, terrore nell’errore.
Vieni tu, e tu, e anche tu.
Non li riconosceranno più.
Azzurri, gli occhi luccicano,
sorridono tristi tra rughette e vaccinara.
Il Quadraro, via della Lungara, Torpignattara.
Quanta storia amara.
Ma non è storia, è oggi, è ieri.
Finisce sempre tutto in gloria tra i pensieri.
Ascanio occhi celestini* avea.
Come Enea.

Viviana Maxia
(*il brano è ispirato al monologo di Ascanio Celestini “Radio clandestina”)

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