Viaggio nel freddo


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uando ho visto avvicinarsi la cannula aspiratrice, ho capito che mi avrebbero trasferito dove non avrei mai scelto di vivere. Perché dentro a quei bidoni gelati i repentini sbalzi di temperatura hanno effetti devastanti: si passa da un ambiente caldo e morbido, fatto di rosso sangue, al freddo dei contenitori preparati per l’immersione degli spermatozoi più sfortunati.
Tra colleghi se ne parlava spesso di questo nuovo fenomeno. Se ne discuteva come se non potesse accadere mai. Una minaccia lontana, irreale. Perché avevamo ancora fiducia negli esseri umani e soprattutto nei maschi che ci hanno ospitati a lungo dentro di loro.
Perciò, quando il pericolo si è fatto via via più concreto, abbiamo sguinzagliato spermatozoi spioni perché andassero a caccia di notizie sugli ultimi ritrovati in tema di crioconservazione. Ci indispettiva farci trovare impreparati. Non tutti però rimasero fedeli. Alcuni, dopo aver dato vita a uno dei tanti gruppi di delatori anonimi, sono stati rintracciati, corrotti e pagati profumatamente da scienziati di pochi scrupoli per bloccare la diffusione di informazioni scottanti.
Così proprio nel momento del riposo, il più vulnerabile per noi, e proprio quando discettavamo sulle cannule assassine, ecco spuntare nella sacca genitale un bucatino di plastica, spaghetto sgradevole che risucchiava nel buco abissale un consistente numero di spermatozoi.
Prima di essere congelato e rinchiuso a forza in un bozzolo di ghiaccio opaco, il nostro piccolo corpo si avvitava su se stesso al ritmo di una vorace aspirazione e si intrecciava alla lunga coda, sbattuta ora di qua ora di là come banderuola impazzita sotto l’uragano. In quei momenti avremmo voluto tagliarcela, la coda, magari a morsi, a colpi secchi e decisi per scrollarci di dosso quel cordone ombelicale che strozzava ogni tentativo di libertà. Ma ciò che sarà ancora più triste e che nessun collega spermatozoo ha previsto, è che nessuno potrà descrivere le sensazioni provate dentro a quella centrifuga forzata e raccontare come un’innocua lavatrice si sia potuta trasformare in una macchina micidiale. Nessuno lo saprà, nessuno degli altri spermatozoi.
Durante la nostra vita al caldo ragionavamo sul fatto che, semmai fosse capitata anche a noi questa sventura, saremmo stati inghiottiti in gruppo, uniti a consolarci, e ci saremmo fatti coraggio l’uno con l’altro per non soccombere alla disperazione. Niente di più sbagliato. A chi comunicarlo, una volta dentro il bidone? A chi avvisare perché altri spermatozoi si salvino? La corsa forzata dalla cannula al recipiente è un’esperienza solitaria, di una solitudine che non ha pari al mondo. Siamo abbandonati al nostro destino lungo il tubo di plastica e fino alla caduta libera tra i vapori gelati. Laggiù si sprofonda nella nebbia opaca che ti accompagna verso le piccole celle predisposte ad accogliere un gruppo di spermatozoi shakerato e rintronato. Ecco. Se vogliamo, questo è l’unico aspetto positivo dell’esperimento: l’atterraggio morbido sul fondo del bidone grazie alla nebbia opaca, come se un aereo planasse su un tappeto di nuvole.
Quella nebbia evanescente, composta di filamenti che solleticano il nostro corpo sino alla lunga coda è l’ultima bella sensazione di una vita al servizio dei maschi. Poi il nulla. Emozioni, sentimenti, ansie di prestazione, tutti congelati in un bidone di ghiaccio. Rimane la vista, non so per quale misterioso scherzo della tecnologia. Non si può più parlare, muoversi, comunicare, ma si continua a vedere gli altri spermatozoi imbrigliati come te in cubetti di ghiaccio artificiale, fumante. Tutti con gli occhi aperti, tutti che ruotano le pupille interrogative. Un esercito di voyeur imbalsamati nel freddo, a domandarsi quale sarà il destino e a tremare dal gelo e dalla paura quando qualcuno del gruppo viene estratto dal bidone per essere condotto chissà dove.

Andrea Mauri

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