Da qui in poi

houseLa casa era vuota e immersa nel silenzio. Aprendo la porta ero stato sommerso da un’ondata di polvere che, controluce, danzava attorno alla mia testa. L’odore inconfondibile di menta e il ritmo incessante dell’orologio a pendolo erano sempre gli stessi, come una volta. Scatoloni di roba vecchia erano accatastati lungo il corridoio principale e in un angolo l’albero di natale era stato tristemente dimenticato. Provavo pena per lui. Era luglio inoltrato e quel povero alberello rinsecchito, con gli addobbi coperti dalla polvere, se ne stava solo, da una parte, fuori posto.
Nonno era morto da tre mesi, dopo aver passato più di un anno in uno squallido e vecchio ospedale, dove la migliore conversazione che potevi avere con un medico si limitava al buongiorno e buonasera. Andavo a trovarlo a giorni alterni, all’ora di pranzo, uscendo da lavoro. Quando era lucido mi raccontava delle sue avventure giovanili, gli scherzi fatti ai suoi compagni di università e della volta in cui dovette passare una notte in carcere, accusato di aver scassinato la porta di casa sua. Sorvolo sui commenti che riservava sempre ai poliziotti e sulle battute volgari sulla giustizia.
I libri erano malamente impilati sul tavolo, accanto a un vaso di fiori morti. Aprii le finestre e lasciai che l’aria calda e afosa entrasse nella stanza, muovendo leggermente le tende ingiallite. Mi sedetti sulla poltrona verde, provocando una nuvola di polvere che invase l’aria. Presi il pacco di lettere che avevo trovato nella cassetta quando ero entrato. Bollette del gas vecchie di un mese, cartoline dall’Irlanda da parte di amici sconosciuti, richiami per multe non pagate. La solita burocrazia.
Era diventato di colpo molto caldo e dovetti alzarmi dalla poltrona per smettere di sudare. Girai sovrappensiero per la casa, spostando le cose da un posto all’altro, per poi rimetterle esattamente dove erano. Quella sarebbe dovuta diventare casa mia da lì a un mese, ma non ero certo di volermi trasferire. Ero cresciuto tra quelle quattro mura, e non avevo intenzione di volerci anche morire. Marta mi aveva detto che era arrivato il momento di andare a vivere insieme e il mio appartamento era troppo piccolo per ospitare due persone. Trovavo difficile, però, lasciarmi alle spalle quell’angolino di pura tranquillità che mi ero comprato con i miei risparmi, sopra al negozio di fiori dove lavorava la nonna. Avevo trent’anni e la mia vita doveva ancora iniziare. Volevo che fosse nella maniera giusta.
Mi guardai intorno cercando di immaginare come sarebbe stato entrare lì dentro con le mani piene di scatoloni del trasloco e non trovare il nonno seduto sulla poltrona a leggere uno dei sui libri di poesia.


La casa era abbastanza grande ed aveva anche un terrazzo, come sognava Marta. Avrebbe potuto metterci tutti i fiori che voleva e aggiungere i suoi libri a quelli di Nonno. E quel profumo di menta si sarebbe potuto mescolare con quello dei nostri respiri. Chiusi gli occhi e sospirai. Riaprendoli mi cadde lo sguardo sul set di scacchi, sistemato sul piccolo tavolino davanti al divano. Forse avrei dovuto imparare a giocare e, chissà, magari avrei fatto delle grandi partite insieme a Marta. O forse no, lei non era una da queste cose. Ma l’amavo tanto, nonostante i nostri caratteri così diversi. Probabilmente era la scelta giusta, quella di andare a vivere insieme in quella casa. Avremmo dovuto spostare un po’ di vecchie cianfrusaglie e togliere la polvere che aveva reso ogni superficie ovattata, come se non dovesse mai più avere contatti con l’esterno. Nonno sarebbe stato contento se qualcuno avesse riutilizzato il suo vecchio pianoforte a coda, che teneva gelosamente chiuso in un’apposita stanza.
Presi le buste che avevo appena aperto e due libri dallo scaffale, e uscii. Percorsi il vialetto che mi riportava alla macchina e nel frattempo chiamai Marta. Mi voltai a guardare le finestre al primo piano e mi dissi che sarei tornato con più aspettative e tutta la mia roba chiusa in un furgone, che avrei aperto le finestre e avrei attaccato al muro i quadri che adesso erano ammassati in garage. La mia vita, la nostra, sarebbe iniziata lì. E magari, un giorno, Marta avrebbe dovuto spendere un sacco di soldi per pagare la mia cauzione in prigione, perché avevo cercato di scassinare la porta di casa mia.

Matilde Goracci

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...