Incipit d’Autore: “Assassinio all’Ikea” di Giovanna Zucca, Fazi EDitore

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Maggio 2011

Un’automobile, che non vedeva un lavaggio da anni, percorreva con andatura lenta il tragitto Tessera- Padova. Alla guida, il commissario capo Loperfido, della questura patavina. Al posto del passeggero, accuratamente assicurato alla sua cintura di sicurezza, Diablo, un esemplare di zwergpinscher che, offeso per qualcosa che il padrone aveva detto o fatto, si vendicava con la strategia del silenzio.
«È inutile che stai con quel muso, sai? Tanto lei torna», disse l’uomo rivolto al microcane.
Silenzio.
«E se anche non tornasse… chissenefrega», continuò il commissario. «Siamo stati benissimo io e te, finora.
Ma sì, che se ne stia pure in America…».
Diablo, con gli occhi più cattivi del solito, rivolse finalmente la testa verso quello scellerato del padrone.
“Mondo cane”, sibilò in un ringhio. “Tu prega il tuo dio che Luana torni. Perché in caso contrario, ebbene, io ti renderò la vita un inferno”.
«Ahhh», fece l’uomo rispondendo alla sua stessa voce. «La chiamiamo Luana adesso… ma ti ricordi quando ti voleva spiaccicare sotto gli stivali? Adesso siete così intimi che addirittura la chiami L-u-a-n-a,
quel nome del cazzo».
“Sarà bello il tuo”, rispose Diablo senza guardarlo.
«Io non ti capisco. Abbiamo vissuto benissimo, io e te. Una coppia formidabile. Hai fatto scappare ogni donna che mi si avvicinava, sei stato geloso di tutte.
Ora cosa mi rappresenta questo attaccamento per quella rompipalle di napoletana? Quella lì porta solo guai».
Diablo si girò di nuovo e, guardando Loperfido negli occhi, gli fece capire esattamente cosa passava nel suo cervello canino.
«Ok!», si arrese il poliziotto. «Va bene, hai vinto.
Il tempo di organizzarci e si parte per la Virginia. Andiamo a trovare Esposito».
“Vedi che non sei così scemo?”, rispose Diablo.

Anna Laura Bottacchi

Anna Laura è in quella stagione della vita in cui, a seconda di come ci si alza dal letto, si mostrano quarantacinque, cinquantacinque o sessant’anni. Lei la maggior parte del tempo ne dimostra cinquanta ma io, che so la verità, non vi nascondo una certa invidia per quella sua pelle così tesa e liscia. Anna Laura Bottacchi ha ereditato dalla madre, la signora Ida, una felice predisposizione al bell’aspetto, e ancor oggi, malgrado qualche chilo di troppo, si potrebbe definire, senza temere di apparire ridicoli, una gran bella donna: bionda, con mèche chiare quasi bianche e un taglio a caschetto che le incornicia il viso. Non molto alta, senza tacchi arriva al metro e sessantacinque, è formosa, dotata di un gran petto, attributo che le ho sempre invidiato.
Eh sì, perché io Anna Laura la conosco da sempre, da quando era una bambina con le trecce e i calzettoni al ginocchio. A scuola dalle suore in via della Conciliazione a Padova, ci scambiavamo la merenda e le confidenze. Amiche da sempre, senza soluzione di continuità da quasi mezzo secolo. Diverse che più diverse non si può, ma intime più che sorelle.

Quando lei decise per ragioneria, io ne feci una mezza malattia; volevo fare il liceo e laurearmi in Lettere per fare la professoressa all’università e insegnare Dante ai non iniziati, mentre ad Anna Laura del divino poeta non importava niente. Lei ci prendeva con i numeri e il calcolo commerciale. Sua madre, la signora Ida, gestiva la famosa merceria di piazza delle Erbe dove, sin dai tempi dell’immediato dopoguerra, aveva venduto calze e corsetti a tutte le signore eleganti di Padova. Quando, dodicenne, si accorse che il ragioniere contabile faceva le creste alle fatture, si scagliò contro il malcapitato, che restituì il maltolto e sparì all’istante. Così divenne l’unica ragioniera della merceria.
Vivevano sole, Ida e Anna Laura, nell’appartamento sopra il negozio, nello stesso palazzo dove vivevo io con la mia famiglia. Del genitore di Anna Laura non ho saputo nulla per molto tempo. Avevo presto intuito che era un argomento da trattare con estremo riguardo. Mio padre disapprovava la familiarità che avevo con la casa di Ida e Anna Laura. Una sera, arrivata appena in tempo per sedermi a tavola, lo sentii brontolare con la mamma: «Ma la bambina deve stare sempre a casa della merciaia?». Il suo tono sulla parola “merciaia” non aveva nulla di buono. La mamma rispose che si occupava lei dell’educazione dei figli. Aveva tutt’altro atteggiamento nei confronti della mia amicizia con la casa vicina, perché Ida le aveva risolto il problema dell’addome prominente con una pancera confezionata apposta per lei che le snelliva la figura. Così l’argomento fu chiuso, fino a quando venne il momento di decidere la scuola superiore: ebbi l’alzata d’ingegno di dire che anch’io avrei voluto fare ragioneria.
«Non se ne parla neppure», tuonò mio padre nell’estremo tentativo di affermare il suo ruolo di educatore principale. «Non se parla neppure! Tu vai al liceo e fine delle discussioni».
«Ma Anna Laura…».
«Anna Laura farà quello che crede, tu sei Erminia e andrai al liceo».
Soddisfatto per essersi imposto a una figlia ribelle, prese a cenare incurante delle lacrime che mi cadevano nel piatto. Sospetto che mio padre fosse convinto di essere stato lui, con la sua indiscutibile autorevolezza, ad aver mutato il corso dei miei studi. Fu invece la mamma a convincermi che, se volevo studiare la letteratura e quindi Dante, dovevo frequentare il liceo e poi la facoltà di Lettere all’università. E fu Anna Laura a rafforzare mia madre con un’argomentazione inconfutabile: «Ermi, sei una schiappa con i numeri, che ci vieni a fare a ragioneria? Tu capisci le perifrasi, le poesie, scrivi bene, ma non hai un minimo di dimestichezza con i conti. Dobbiamo separarci».
«Mai!», urlai tra le lacrime.
«Almeno per la scuola. Tanto saremo sempre amiche del cuore, tu e io. Ci vedremo ogni pomeriggio e il sabato usciremo a passeggio insieme».
Alla festa organizzata per la maturità ci rendemmo conto che eravamo diventate grandi e Anna Laura pensò bene di dar rilievo all’evento concedendosi completamente a Ernesto “il bello”, compagno di classe col quale aveva un amorazzo. Mi sentii tradita. Ma come? Con tutto quello che ci eravamo dette, alla fine lo faceva così d’improvviso e senza aspettarmi! Quando me lo confessò, la mattina dopo la festa, me ne andai senza una parola. E certamente non fu questo a indurmi a telefonare a Michelangelo, il mio eterno corteggiatore dalla prima liceo. Tornai a casa la sera e col volto trionfante, come se avessi superato chissà quale prova di suprema intelligenza, lo annunciai ad Anna Laura.
«L’ho fatto anch’io!».
«E com’è stato?».
A occhi bassi e non potendo impedire che il rossore m’imporporasse le guance, pontificai: «Veloce. A mio parere, si dà troppa importanza a questa cosa del sesso».
E con questo, l’argomento fu definitivamente archiviato.
Ci fidanzammo e sfidanzammo numerose volte, Anna Laura e io. Fino a che io non incontrai Felice Fugazzotto, compagno di corso all’università, studente fuori sede di Messina, dotato di sguardo ardente e capacità amatorie non comuni. “Veloce” non fu più l’aggettivo che usai per descrivere gli amplessi col mio grande amore. Me ne innamorai talmente, che pensare di sposarci e farlo per davvero fu un tutt’uno. Anna Laura fu la mia damigella d’onore e la signora Ida mi confezionò un abito che fece parlare tutta Padova per mesi. Nel frattempo, la merceria si era ingrandita ed era diventata un atelier di abiti da cerimonia, da sera e soprattutto da sposa, alcuni dei quali disegnati direttamente da lei.
Trascorsi nel letto di Anna Laura la sera prima delle nozze. Ci scambiammo promesse di amicizia eterna e giurammo che nulla fra noi sarebbe cambiato. In realtà, mi trasferivo di un piano solamente. Mio padre aveva acquistato per me l’appartamento del commendator Vettorazzi, deceduto prematuramente e liquidato a tempo di record dagli eredi. Rimanevo, quindi, in piazza delle Erbe e soprattutto rimanevo vicina ad Anna Laura. Felice dopo la laurea aveva trovato da insegnare al collegio Pio X, mentre io mi arrangiavo con supplenze e ripetizioni in attesa di veder decollare la mia carriera accademica. Non avevo neppure venticinque anni, ma sapevo con certezza qual era la strada che volevo percorrere.
Quando la signora Ida allargò la merceria, acquistando il locale del vecchio negozio di colori e pennelli, tutti noi pensammo che finalmente Anna Laura sarebbe diventata socia della madre e avrebbe lasciato il lavoro da commercialista presso Pavan&Ceolin, dove ormai languiva da tempo. Io, soprattutto, lo speravo, ma sapevo quali erano le vere ragioni che la incatenavano a quel posto subordinato e perché prendeva disposizioni e faceva fotocopie per dei fiscalisti che tenevano in ordine i conti di piccoli bottegai e panettieri.
Anna Laura aveva seguito un corso a Bologna per consulenti finanziari, e un altro addirittura alla Bocconi di Milano. E per cosa? Per compilare la dichiarazione dei redditi del signor Giovanni, salumiere di Padova? E così, mentre io mi arrabattavo tra le supplenze a scuola e il dottorato alla facoltà di Lettere moderne dell’università, la mia amica si divideva tra lo studio di via Nino Bixio e l’atelier di piazza delle Erbe.
«Non capisco davvero cosa aspetti a fare il salto», la seccai per l’ennesima volta una sera di pizza e birra.
«Sto bene così, in fin dei conti cosa mi manca?».
«Cosa ti manca? Ma vuoi continuare a servire di barba e capelli quei burini di Pavan&Ceolin? Lo so io perché non te ne vai… hai paura di perdere l’Amilcare! Non hai ancora capito che quello sta su due cuscini: da una parte te, bella e vivace, che gli scaldi il letto; dall’altra la moglie e i figli, che gli danno l’idea di essere un uomo realizzato?».
Come sempre, quando si toccava l’argomento Amilcare, Anna Laura si metteva sulla difensiva e con le braccia conserte mi attaccava per non mostrare il suo lato debole.
«Ma a te che importa? Tu hai Felice, magari tra un po’ farai anche un paio di bambini, ti daranno il contratto da associato… hai la tua bella vita borghese con tanto di suoceri siciliani che sbarcano a casa tua a Pasqua e a Natale. Perché non ti godi la tua vita e non lasci a me il diritto di vivere la mia?».
«Perché?», esplosi non trattenendo più la rabbia.
«Perché non è giusto che ti butti via per quello. Non è giusto che tu debba vivere uno pseudoamore part time dal lunedì al venerdì, che poi il maritino se ne torna nel suo bel Polesine, nella casetta dove la mogliettina del brodo Star lo aspetta col filo di perle e il golfino…
ma possibile che non capisci?».
«No, non capisco. Io lo amo. E poi, questa situazione non sarà per sempre. Mi ha detto che a breve parlerà con la moglie. Ha deciso di stabilirsi qui a Padova, vuole vivere con me…».
«Ah certo, e tu tonta che ci credi».
Discussioni di tal genere erano frequenti durante i miei incontri serali con Anna Laura. Io, Amilcare non lo potevo soffrire; intuivo che dietro la facciata di uomo innamorato e tormentato dalla situazione, stava un senso di intima soddisfazione per aver conquistato una ragazza come Anna Laura; lui, indegno anche solo di un suo sguardo. E invece, con l’imponderabilità tipica delle cose d’amore, non solo Anna Laura lo aveva guardato, ma se ne era anche innamorata, nonostante una moglie e due bambini.
La mia bellissima amica si era infilata in una relazione senza futuro.
«Senti, già devo subire mia madre, non ti ci mettere pure tu. So quello che faccio. Gli ho dato un termine.
Alla scadenza, se non prende una decisione, ognuno andrà per la sua strada».

giovanna-zuccaDopo Mani calde e Una carrozza per Winchester, Giovanna Zucca dimostra ancora una volta di sapersi calare nei panni dei personaggi con un romanzo coinvolgente e divertentissimo che sarà sicuramente amato da tutti i suoi lettori. Piemontese di nascita ma veneta d’adozione, presta servizio come infermiera strumentista e aiuto-anestesia in sala operatoria. Fra un turno e l’altro, si è laureata in Filosofia, una disciplina che coltiva con grande interesse e passione.

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