Dreamer

imageEra in mezzo ad altri ragazzi dai capelli lunghi, senza maglietta per il troppo caldo, che aspettava l’inizio del concerto. Proprio come me.
E lo vidi.

Per puro caso ero in una buona posizione: per fortuna avevo deciso di seguire il consiglio di Matt di andare a fare la fila il pomeriggio del giorno prima:
-Sono famosi e ci sarà parecchia gente, non andare sola e presentati in fila il giorno prima così da avere un po’ di vantaggio- mi aveva detto.
Beh, non lo avevo seguito alla lettera: ero sola in quella tenda poco distante dal cancello. Nessuna delle mie amiche aveva voluto accompagnami: ero l’unica a cui piace il Metal, il concerto era in Germania e tutte avevano avuto paura di quei “pazzoidi rozzi” dei metallari.
Insomma mi trovavo lì, sola in mezzo a tanta gente. E stavo benissimo. Avevo passato la notte nel sacco a pelo dentro la mia tenda, vicino ad una coppia di fidanzati anche loro italiani con cui avevo fatto due chiacchiere prima di chiudermi dentro: al contrario di quanto pensi la gente, noi metallari siamo socievoli e affatto violenti. Certo, a qualcuno può essere accaduto qualche problemino con la legge, ma non è mai nulla di preoccupante.
La mattina non mi ero mossa dalla mia postazione, avevo letto alcuni capitoli del libro che mi ero portata, parlato ancora con la coppia di ragazzi vicino a me e conosciuto un uomo inglese sulla sessantina che si era messo a raccontarmi quasi ogni concerto a cui aveva partecipato senza smettere un attimo di accarezzarsi i lunghi capelli bianchi e talvolta bevendo qualche sorso di birra. Arrivati al pomeriggio, il caldo iniziava a farsi sentire e volentieri ne accettai una anche io dal mio nuovo amico. Bevemmo chiacchierando del più e del meno e si meravigliò molto quando gli dissi di avere solo 17 anni e di essere lì da sola.
“You’ve got courage lady, I’ve never met a girl who came to an Amon Amarth’s concert alone. Good Luck!” mi disse poco prima dell’apertura dei cancelli.
Lasciai alla sicurezza la tenda e lo zaino con i miei averi, misi il telefono in tasca con qualche spicciolo e un documento per poi lanciarmi in una corsa pazza alla volta del palco.

Quasi senza fiato, arrivai nell’enorme spiazzo. Mi guardai un po’ intorno in cerca di qualche viso conosciuto… E fu così che lo vidi.
Non era tra quelli che avevo conosciuto durante l’attesa, ma mi incuriosiva. Era in mezzo ad altri ragazzi dai capelli lunghi, senza maglietta per il troppo caldo, che aspettava l’inizio del concerto. Mi avvicinai al suo gruppo e mi appoggiai alla transenna nell’unico punto rimasto libero. Li osservavo e mi sembravano fatti per stare in quel luogo. Come animali nel loro habitat naturale.

Finalmente mi decisi a parlare con loro e allo stesso tempo venni affiancata da Roberto, un conoscente di vecchia data che, pur avendo ricevuto svariati due di picche, continuava a corteggiarmi. Mai avrei pensato di trovarlo lì. Facendosi spazio si mise di fianco a me e iniziò a parlare con il suo solito modo di fare strafottente “Ehi, bella! Che ci fai qui? Io son venuto ad accompagnare un mio amico… sai quello che… …” feci finta di ascoltarlo, nel frattempo mi avvicinai sempre di più al ragazzo che avevo notato poco prima
“Reggimi il gioco un secondo, non sopporto questo tizio, ti prego.” Gli sussurrai appena gli fui abbastanza vicina. Mi rispose con un occhiolino.
Dopo qualche minuto, finalmente Roberto smise di parlare ed ebbi modo di rispondergli
”Salve Rob, anche tu qua! Io son qui con il mio ragazzo e dei suoi amici… Vero, amore?”
“Certo piccola” disse il mio nuovo amico con un sorriso, circondandomi le spalle con il braccio.
“Ah beh, vedo che sei in buona compagnia” commentò Roberto con tono imbarazzato e guardando i ragazzi alle mie spalle. “ehm, ci vediamo allora! Ciao Irene.” e corse via.
“Meglio se non ti fai più vedere!” gli urlò dietro il ragazzo che mi aveva appena migliorato la giornata.
Tolse il braccio dalle mie spalle e si presentò porgendomi la mano “strano modo di conoscersi, non trovi?… io sono Luca e loro sono Enrico, Giacomo e Davide.” li indicò uno per uno.
Strinsi la sua mano e quelle dei ragazzi sorridendo.
Sembravano tipi a posto.

“Quando arriva la tua compagnia saremmo felici di avervi come vicini qua in prima fila, ti va?” disse il ragazzo dai lunghi capelli biondi.
“Ah giusto, che sbadata… vi presento la mia compagnia: siamo io, me stessa e me”. Il “me” finale mi uscì con una sonora risata e anche i ragazzi scoppiarono a ridere. L’unico serio era Luca.
“We amì, ce isal cumò?” chiese Enrico, il ragazzo biondo.
“Nuie, mi sembra solo strano che lei sia qui da sola… I tuoi ti hanno mandata ad un concerto del genere senza accompagnatori?”
“Ai miei ho detto che sarei stata sola durante il viaggio, ma che un gruppo di amici mi stava aspettando ai cancelli e mi son limitata a dire loro solo il nome della band, puntando sul fatto che non si intendono di musica… non potevo fare diversamente, nessuno del mio gruppo mi avrebbe accompagnata e non volevo perdermi l’ennesimo concerto…”
“Ce svelt che tu ses!” disse quello che avevo inquadrato come “Davide” e tutti scoppiarono a ridere.
“ma che lingua è?” pensai
“Ehm come scusa?” chiesi molto confusa.
“Ti ha detto “come sei furba!”” disse Luca senza smettere di ridere.
“Aah …ora ho capito” risi “ma di dove siete?”
“Siam del Friuli, hai presente?”
“Certo che ho presente” risi ancora “noto che avete una parlata molto particolare. Io son toscana, nel caso non l’aveste capito” finii la frase accentuando l’aspirazione delle “c”.
Davide, Giacomo ed Enrico iniziarono a imitare il mio accento, mentre Luca, sorridendo dei suoi amici, mi disse che, se volevo, potevo unirmi a loro per il concerto.

Nell’attesa, tra una chiacchiera e l’altra, mi misi ad osservare la folla che piano piano riempiva il pit e la struttura del palco: ai lati campeggiavano due mezzi drakkar con tanto di draghi dalle fauci spalancate e sul fondo, al centro, c’era un enorme trono che ricordava molto quello rappresentato nelle immagini di Odino. Una meraviglia.
Ero assorta nei miei pensieri, con gli occhi fissi su uno dei due Drakkar, quando Luca si avvicinò a me offrendomi una birra: non mi ero neanche resa conto che lui e Giacomo fossero andati a comprarle per tutti. “Grazie, quanto ti devo?”
“Nulla, Ire… offro io” e mi sorrise.
“LA OFFRI ANCHE A ME?” urlò Enrico.
“Eh no cojon, tu non sei mica una bella ragazza!” si voltò verso di me e fece l’occhiolino. Sentii le guance prendere fuoco.
Il pubblico iniziava a farsi rumoroso e il mix tra la giornata calda e la massa di gente che si era accalcata in quel prato rendeva la situazione poco sopportabile: la birra fresca era la salvezza.

“E’ il primo concerto degli Amon a cui vieni?” domandò Enrico quasi urlando.
“Sì, tu?” mi alzai in punta di piedi per arrivare al suo orecchio e farmi sentire a mia volta.
“Noi siamo al terzo, siamo veterani del Metal” e scoppiò a ridere.
Luca dette un’occhiata a me e una al suo amico che annuì come se gli avesse letto nel pensiero. Qualche attimo dopo iniziò a suonare la band di supporto, la folla iniziò ad agitarsi ed io sentii qualcuno che mi cingeva i fianchi con un braccio e mi trascinava a sé: in pochi secondi mi ritrovai tra i ragazzi friulani, guardai Luca un po’ contrariata e lui, avvicinando le labbra al mio orecchio disse che era meglio per me stare in mezzo di gente fidata che rimanere esterna alla mercè di tutti.
“Si formeranno dei mosh pit e la gente inizierà a spingere verso le transenne… non ti assicuro una protezione assoluta, ma almeno non sarai coinvolta direttamente in cose in cui potresti farti del male” continuò.
Non ebbi neanche la forza di rispondere, per quanto mi sentivo in debito con lui.

I Lamb of God non mi avevano mai emozionata, ma in quell’occasione mi piacquero molto, i ragazzi non facevano altro che saltare e darsi le spinte coinvolgendo anche me in quello che praticamente è il rituale di ogni concerto Metal…
La band abbandonò il palco dopo un’oretta con un “We’ll come back soon, Germany! THANK YOU!”

Fremevo dalla voglia di vedere Johan e il resto degli Amon Amarth salire finalmente sul palco.
Il pubblico stava riprendendo fiato dopo essersi scatenato con il gruppo spalla: qualcuno parlava con quelli intorno, qualcuno beveva l’ennesima birra, chi semplicemente fissava il palco in ansia, e c’era anche chi guardava un punto lontano all’interno del pit, chissà, forse alla ricerca dell’anima gemella.
Mi misi a pensare se riprendere subito il treno per tornare a casa o passare la notte in tenda quando Giacomo mi riportò con i piedi per terra.
“Ehm Irene, Davide dice che non sei una vera metallara. Sei troppo piccola e poco cattiva per esserlo…”
Mi staccai dalla transenna per arretrare e rispondergli
“Ha ragione… io non sono una metallara. Sono Irene. Odio essere etichettata.” risi
“Ma se ascolti metal sei una metallara, non puoi negarlo” aggiunse Enrico che ci stava ascoltando.
“Giustissimo, beh allora sono anche una jazzista, una blues, una rocker, una pop, una classicista e chissà cos’altro.” I tre mi guardarono con ammirazione, sorrisero e vidi Davide allungare la sua birra a Giacomo. Doveva essere in corso l’ennesima scommessa di cui mi sfuggiva il senso.
Tornai al mio post in prima fila e Luca si voltò sorridendo. Gli chiesi il perché di quel sorriso ed ebbi come risposta una marea di complimenti per i miei gusti musicali. “Non pensavo tu fossi appassionata di altro oltre al metal!”
“Non mi conosci, è normale”
“Mi fa piacere averti incontrata, anche a me piacciono molto quei tipi di musica. Soprattutto la classica. Oltre al metal ovvio …ahahaha”
Risi con lui e quel momento sembrò durare molto più del normale.

“You’re waiting for Amon Amarth? Yes? Well, we’re not Amon Amarth!”
una voce attirò l’attenzione di tutti, sul palco non c’era nessuno.
“Chi altro c’era come band di supporto?” chiese Luca.
“Dopo i Lamb Of God nessuno a quanto so” rispose Enrico.
Ci guardammo tutti un po’ stupiti.

“We are Suicide Silence!!”

“Oh merda!… Perché?? Dopo i LOG ci sparano sto schifo!”
cori di disapprovazione partirono un po da ogni parte del pit.
Urlai anche io il mio disappunto. Volevo gli Amon Amarth!
Enrico si voltò e stupito più di prima mi strinse la mano.
“Complimenti. Anche tu hai capito che questa band fa schifo!”
Non appena lasciai la mano del biondo subito gli altri ragazzi vollero complimentarsi con me… neanche fossi stata un premio Nobel.
Mentre i Suicide Silence iniziavano a cantare, decidemmo di abbandonare il pit e ritirarci nelle retrovie. Anche per rispetto di chi li apprezzava: avremmo solo occupato posti inutilmente.
Ci avvicinammo al chiosco delle birre ed io ed Enrico andammo a prendere da bere per tutti, dato che gli altri lo avevano già fatto nelle pause quando eravamo ancora sotto il palco.
E mentre mi camminava a fianco, Enrico mi chiese: “…Che mi dici di Luca?”
“Ehm what? Che? Cosa dovrei dirti?” il cervello mi stava andando in panne e non me lo spiegavo “Sarà colpa del caldo” pensai
“Sì insomma dai, che te ne pare? È un bel ragazzo no?”
“Ehm… sì… la domanda mi spiazza un po ma sì, è un bel ragazzo sicuramente… ha dei bei modi di fare, un po’ come tutti voi… ehm… ottimi gusti musicali… poi, boh, vi ho conosciuti solo oggi…” sorrisi imbarazzata.
La pace durò poco

“Ei Ire! Perché non sei al palco ad ascoltare i Suicide Silent?” di nuovo Roberto: a volte il mondo è davvero troppo piccolo.
“Prima di tutto si chiamano Suicide Silence e poi son qua perché non mi piacciono, con i ragazzi abbiamo deciso di lasciare spazio ai fans della band”
“Dammi le birre, ti aiuto a portarle”
“No, no, Rob faccio io… grazie lo stesso.”
“Dai dai, lasciati aiutare” la sua insistenza mi dava la nausea.
Continuavo a dirgli di smettere di tormentarmi.
Quando si azzardò a mettermi le mani addosso scoppiai di rabbia, con uno strattone mi liberai dalla presa e feci un passo verso il tavolo. Enrico si era appena seduto con gli altri.
Roberto mi prese per un braccio e mi tirò a sé facendomi cadere una delle birre che avevo tra le mani. Bestemmiai. Lanciai uno sguardo al tavolo. I ragazzi erano tutti in piedi.

Cercai di liberarmi dalla stretta di Roberto.
Niente. Sembrava tutto inutile, tentava di baciarmi e l’odore di alcol che emanava il suo alito non mi rassicurava affatto. Il mio unico scopo era diventato il tenere almeno il viso lontano da lui senza far cadere la birra superstite.
Stavo per dare l’ennesimo strattone per liberarmi quando Giacomo mi tolse la birra di mano e sentii una voce alle mie spalle
“Ehi, amico… Problemi?”
“Togliti dai piedi stecchino! Non vedi che ho da fare?” disse lo stronzo senza mollare la presa su di me.
Piegai la testa indietro schivando l’ennesimo bacio. Prima vidi Giacomo che beveva la sua birra con sguardo torvo poi Luca praticamente attaccato alla mia schiena con dietro il biondo e Davide… tutti stavano guardando Roberto come se volessero ucciderlo.
Luca aveva trasformato il suo sguardo: un ciuffo di ricci copriva mezzo volto, e con occhi neri come le ali di un corvo fissava Roberto dal basso verso l’alto in modo truce. Era rigido, furioso.

Nel frattempo, Roberto non sembrò preoccuparsi per il gruppo dei ragazzi.
Iniziò ad urlare offese contro di loro rivendicando la sua precedenza su di me, non si decideva a lasciarmi andare. Mi teneva stretta al suo fianco come fossi una bambola. Provai a reagire e picchiarlo, ma fu inutile. E per il mio gesto di ribellione nella foga rimediai un pugno in faccia.
In quel momento vidi una scintilla negli occhi di Luca. Subito dopo, una mano sferzò l’aria e colpì il mio aggressore.
“Toccala un’altra volta e ti ammazzo” sentii che diceva, mentre Roberto indietreggiava e mi lasciava andare per coprirsi il volto.
Caddi a terra in ginocchio.
Luca si inginocchiò al mio fianco, mi sfiorò il labbro con il pollice. Solo allora mi resi conto che stavo sanguinando.
“Questa proprio non ci voleva” dissi.

Enrico e gli altri ragazzi stavano discutendo animatamente con il cretino che mi aveva aggredita.
Ero grata di trovarmi in loro compagnia, mi sentivo protetta.
Luca richiamò i suoi amici per invitarli a smettere di perdere tempo con Roberto, loro girarono i tacchi, ma il cretino non smetteva di urlare:
“Siete proprio dei fifoni allora! Vi fate comandare da quello smilzo come delle pecorelle! Scommetto che gli fate provare anche le vostre ragazze! Lui si diverte e voi…”
Non completò la frase che un altro pugno lo stese definitivamente.

Tirai un sospiro di sollievo. Nessuno si curò più di lui che sparì per non farsi più vedere.

Ci mettemmo a sedere al tavolo che avevamo abbandonato ed io scoppiai a piangere, chiedendo scusa a tutti per averli immischiati in quella faccenda.
Luca, che ancora si preoccupava per il mio labbro spaccato, mi consolò abbracciandomi. Piano piano anche gli altri si unirono all’abbraccio. Fu facile per me sentirmi a casa.
Mi fu portata una birra. Bevvi, chiusi gli occhi e quasi d’istinto appoggiai la testa sulla spalla del ragazzo che mi sedeva a fianco.
Dalle stalle alle stelle con un sorso e un abbraccio. Chi l’avrebbe mai detto!

Guardammo l’orologio, il momento della cena e quindi degli Amon Amarth era vicino:
“Gente cosa facciamo, andiamo al palco?”
“Sarebbe più giusto cenare adesso che ci sono ancora le band di spalla così quando gli altri vengono a cena nella pausa pre Amon noi possiamo tornare al nostro posto d’onore…” esordii.
“WEE sei un genio” tutti risero.
La mia prima idea brillante. Risi anche io.
“Sta volta però te ne stai al tavolo e a prendere le cose ci andiamo noi.” mi disse Davide prendendomi in giro. “e tu tenila d’occhio, mi pare un bocconcino troppo desiderabile” stavolta stava guardando Luca.
Arrossii. Non ebbi il tempo di ribattere che già ero rimasta sola con Luca.

“Probabilmente Davide ha ragione, una ragazza da sola in mezzo a questa gente è fin troppo vulnerabile. Dovremmo tenerti d’occhio con più attenzione” mi guardò fisso negli occhi. Erano tornati dolci e accoglienti come all’inizio.
“Ei, non son mica una bambina! So badare a me stessa” gli detti un pugno amichevole sulla spalla appoggiata alla mia sedia.
“Ah sì sì, ho visto” mi guardò storto “ se non fosse stato per noi chissà cosa ti avrebbe fatto quel demente ubriaco”
Non potevo dargli torto.
Abbassai lo sguardo e annuii “hai ragione, grazie…” altre parole mi uscirono come semplici mugolii
Guardai il suo viso senza alzare il volto: era dolce, quasi intenerito dalla mia situazione.
Si schiarì la voce.
Ero terribilmente in imbarazzo.
Dopo qualche secondo una mano mi sollevò il mento, mi ritrovai a pochi centimetri dal volto di quel ragazzo. Due occhi neri mi fissarono come un musicista fisserebbe lo strumento dei suoi sogni. Le mie guance avvamparono e per l’imbarazzo mi morsi il labbro mal ridotto.
Mi uscì un debole gemito di dolore e una voce nella mia testa urlò “Stupida!”.
La sua mano stava portano i nostri volti sempre più vicini.
I suoi riccioli accarezzavano il mio viso.
Poi successe ciò che mai avrei immaginato.
Posò un piccolo bacio sulla spaccatura del mio labbro… “adesso dovrebbe far meno male” disse spostando le labbra vicino al mio orecchio poi si discostò e mi sorrise.
Non sapevo cosa dire, ero completamente paralizzata. Ero felice, ma probabilmente Luca non lo aveva capito. Indietreggio e diventò freddo all’improvviso.
Non potevo perdere quell’occasione. Lo abbracciai, appoggiai perfettamente la testa nell’incavo del suo collo. Quello era il mio posto.
Ricambiò cingendomi con un braccio e con un bacio sulla fronte proprio mentre stavano tornando i ragazzi con la cena.
“Alla buon ora!” esclamammo all’unisono.
“Eeh sai, la barista è molto carina, ci ho fatto due chiacchiere” disse Giacomo ammiccando.
“Jack, ma sei fidanzato! Che ti pare questo il modo?”
“Se Martina mi lascia, starò a far compagni a Luchino lo scapolo” e rise forte
Io guardai Luca, Luca guardò me e mi stampò un bacio sulle labbra.
“Penso che sarai da solo nell’angolo degli scapoli, sai?” disse stringendomi a sé

“Non ci credo!” dissero tutti insieme.
“Ce l’hai fatta allora! È da quando l’hai vista che la punti! Finalmente ti sei svegliato! Complimenti!” un coro di frasi urlate per sovrastare la musica.
Sorrisi imbarazzata addentando il mio panino, gli altri si sedettero intorno al tavolo di plastica insieme a noi e così aspettammo l’orario adatto per tornare al palco.
Appena sentimmo i saluti dei Suicide Silence, tirammo un sospiro di sollievo.
“Finalmente ‘sto strazio è finito. Adesso ci vole una sana dose di Metal allo stato puro!” urlai alzandomi dalla sedia.
“Poi mi chiedete perché mi sono fatto avanti? E dove la ritrovo una ragazza così?” rise Luca.
Gli feci una linguaccia. Lui si alzo per rincorrermi.
E via, verso il palco, mentre il resto delle presone iniziava a spostarsi nel senso contrario al nostro.
Arrivammo alle transenne dando qualche gomitata qua e là, mi fermai, mi voltai e lo ritrovai ad un palmo da me.
Davide arrivò correndo e urlando: “Ire! Irene! Giacomo ed Enrico dicono che non sai fare headbanging!”
“Ancora scommesse?” finii la domanda con una sonora risata.
Alzò le spalle annuendo.
Mi tolsi gli occhiali, mi chinai e iniziai a muovere la testa sulle note di una canzone che sentivo solo io, nella mia testa. I miei capelli creavano dei cerchi perfetti in aria, cambiai movimento e anche in quel caso detti dimostrazione che ero in grado di fare headbanbing proprio come loro.
Mi sistemai i ciuffi ribelli, indossai di nuovo gli occhiali e capii che i due metallari avevano perso la scommessa con Davide.
“Va bene così?” chiesi loro.
“Eh no che non va bene!” sbraitò Enrico ridendo “per colpa tua devo offrire da bere a Davide quando torniamo a casa!”

Scossi la testa sorridendo. I ragazzi ridevano felici e io avevo finalmente trovato un posto nel mondo. Il nostro mondo.
Iniziai a vagare con la mente, ma fui presto interrotta dal gracchiare di alcuni corvi.
Il fumo invase il palco e capimmo che era arrivato il momento che avevamo aspettato per tutto il giorno. Gli Amon Amarth stavano per infiammare i nostri cuori.
Guardai Luca e lessi nei suoi occhi profondi tutta la sincera felicità che lo animava in quel momento.

“Hello Germany! How are you tonight! *Driin*… Here we are! *Driin*…”

Perché i corvi stavano trillando?

Ancora quel suono infernale.
What?

No.
Le immagini del palco iniziavano a svanire.
Luca iniziava a svanire.
NO.

“Driiin Drriiin” sempre più violento e insistente

Aprii gli occhi quasi piangendo.
Era svanito tutto.

L’amore della mia vita: perduto per sempre.

Mi alzai dal divano…
“perchè mi sono addormentata sul divano?” pensai confusa.
Mi guardai intorno e non ero a casa mia… provai a ragionare.

Guardai a terra e vidi alcune coperte. Strano.
Andai in esplorazione. Il bagno. Poi alcune voci. La sala da pranzo.

Erano tutti lì ad aspettarmi.
Enrico e Veronica, Giacomo e Martina, Davide e Giada.
E Luca. Luca. Luca!
Cominciai ad urlare il suo nome nella mia testa.

“Ieri sera eri piuttosto su di giri al Waiting For Gandalf, eh Ire!” commentò Enrico ridendo. Scoppiai a ridere anche io.
Ecco cosa era successo. Capii di colpo dove mi trovavo.
Quasi in lacrime abbracciai Luca che stupito mi dette un bacio sulla fronte.
Andai a prendere il mio posto a tavola. A tavola con i miei amici.

Tutto era finalmente chiaro.
La vita è il più bel sogno che si possa vivere.

Irene Bargelli

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