Montroz

30 GENNAIO 2002

Odio queste montagne. Mi si chiudono attorno, mi levano l’aria. Odio il buio che c’è qui e il freddo cattivo che morde attraverso i vestiti. Stanotte il silenzio è fastidioso, non riesco a dormire. Il letto è troppo caldo e questo piumino pesante schiaccia le ossa.
Forse ho la febbre, le gambe tremano anche se ho caldo.
Non mi piacciono i nostri vicini, sono falsi. Sorridono molto e sembrano amichevoli, ma io li sento che appena mi volto si mettono a parlare di me con quel loro francese sbagliato, per non farsi capire. Con la loro biancheria ingrigita e i maglioni di pile sformati invidiano la mia casa ordinata e la mia messa in piega. Lo so. Sono sola qui, ho la mia famiglia e basta. Dobbiamo stare uniti, fare le cose per bene.
Sento come un peso che mi schiaccia il torace.
Che ore saranno? Strano che il piccolo non sia ancora arrivato, di solito la notte compare come un fantasma e s’infila. E scalcia. È normale, tutti i bambini fanno così. È normale, dicono. Però Davide non l’ha mai fatto. È più normale, lui.
Sin da subito ha dormito tranquillo nel suo lettino, così bello e fermo che non smuoveva nemmeno il lenzuolino.
Non respiro bene, ho nausea.
Devo tenere tutto sotto controllo, i vicini aspettano solo di cogliermi impreparata. Non posso dar loro altre parole con quella erre che rotola da usare contro di me.


Il piccolo ancora non l’ha capito, dobbiamo stare attenti, ordinati e precisi. Davide è un bravo bambino: va bene a scuola, fa i compiti. Il piccolo invece fa fatica a obbedire, strilla sempre. Qui anche le montagne ti guardano dentro casa, sono vicinissime. Tolgono il sole e limitano lo sguardo. Non sono dolci come le mie montagne, queste sono aspre e cattive. L’abbiamo concepito qui il piccolo, per questo che è così spigoloso, che non si riesce a prenderlo e fa tutto di testa sua, un capriccio dopo l’altro.
Mi sento debole e sto ancora tremando.
Tra un’ora dovrò alzarmi a preparare la colazione. Caffè, latte e biscotti fatti da me. Potrei farmene portare un pacchetto dal negozio da Stefano, però li devo fare io: è il compito di una brava mamma. Poi devo pulire bene il bagno e la cucina. Maledetto questo posto che ha persino l’acqua cattiva che lascia la patina e si deve strofinare tanto perché brilli tutto a dovere. Oggi mentre Davide è a scuola devo passare le piastrelle. Non so se ce la faccio. Forse dovrei chiamare la dottoressa, però non mi fido di lei. L’altra volta mi ha dato quelle pastiglie che già dopo la prima mi sono sentita intontita. Le ho smesse subito, me le avrà date apposta.
Io non ho bisogno di antidepressivi, ho bisogno che queste montagne la smettano di starmi così addosso, di controllarmi.
Se solo riuscissi a respirare a fondo.
Se non fossimo venuti qui ad aprire il negozio, chiusi da queste rocce che tagliano.
Se il piccolo fosse stato una femmina. Sono ordinate le femmine e si possono vestire come le bambole. Stefano però ha detto che due figli sono già troppi e che già faccio fatica a cavarmela così, con la casa e tutto il resto. Ma non è colpa mia, se il piccolo è così impegnativo.
Se avessi una femmina mi aiuterebbe. Sono servizievoli le bambine. Io da piccola aiutavo sempre mia mamma a sistemare casa. So che starei meglio con una bambina, sarei meno sola, ci aiuteremmo, ci faremmo compagnia.
Se ci fosse una bambina cambierebbero molte cose. Ma tre figli sono troppi.
La nausea è sempre più forte, magari se mi alzo passa.
Ora vado in cucina e metto su il caffè per Stefano. Poi metto a scaldare il latte nel pentolino e preparo la colazione per Davide che lo devo accompagnare fino allo scuolabus che lo porta a Cogne.
Speriamo che non ci sia il vento freddo di ieri che mi ha tagliato le labbra tanto che ho sentito il gusto del sangue.
Speriamo di riuscire a respirare un po’ meglio.
Speriamo che oggi Samuele, il piccolo, non faccia il solito capriccio per bere il latte che quando fa così mi snerva. Se continua ancora a piantare così tante grane mi arrabbierò sul serio e prima o poi glielo spaccherò sulla testa, quel pentolino.

Manuela Barban

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