L’estate di Nina

12312002_10208143338807139_1941506571_nAlla fine parlano tutti. Non riescono a tenerselo dentro. È un peso troppo grande. Consci di farlo o no, si tradiscono. Può accadere mezz’ora o vent’anni dopo, quando ormai pensano di averlo dimenticato o che possano conviverci per sempre. Quando avviene, è un dettaglio. Il fatto che confessino, invece, una certezza. Se non sono criminali di professione, parlano. È solo una questione di tempo. Io sapevo che Nina prima o poi avrebbe parlato. È una ragazza intelligente. Un futuro avvocato. Ama i gialli. Era la prima cosa che avevo notato quando avevo ispezionato la sua camera: centinaia di noir e legal-thriller. Forse è per questo che non ha lasciato tracce, mi ero detta. Aveva pianificato tutto nei minimi dettagli come in uno dei suoi libri. Conosceva le procedure investigative e il mio modo di pensare da poliziotta: sapeva cosa avrei cercato e cosa le avrei chiesto. Era stata brava, Nina: non mi aveva lasciato nulla per inchiodarla. Aveva depistato le indagini, prendendo tempo per cancellare prove e crearsi alibi. Ma non è una criminale. Non è un sicario e nemmeno un personaggio dei suoi noir. Ha un cuore. Ha un’anima. E sono questi che ti tradiscono, facendoti commettere errori anche mesi o decenni dopo. L’anima e il cuore.


La gente pensa che poliziotti e criminali si odino, che chi rappresenti la Legge abbia un cuore di pietra quando si tratta di assicurare i colpevoli alla giustizia; che uno sbirro non andrebbe mai a prendere un caffè con un delinquente, o che non si possa stabilire un rapporto umano tra le due parti. Tutte falsità. Forse è così nei film. Ma siamo esseri umani, da una parte e dall’altra. Nella mia vita sono sicura di aver cenato fuori più con delinquenti che incensurati. Con qualcuno ci sono anche finita a letto. Di almeno uno mi sono innamorata. Chi commette un crimine ha dentro un disagio. Noi interveniamo alla fine, quando ormai c’è poco o niente da fare. Ma una cosa che li accomuna tutti è la solitudine: hanno bisogno di parlare e di qualcuno che li ascolti. Alla fine il mio lavoro si riduce a questo: ascoltare e aspettare. Dare consigli, quando posso, e poi attendere all’incrocio: quello tra la strada giusta e quella sbagliata.
Con Nina ero arrivata troppo tardi. Come un fiume in piena il disagio era già straripato dai suoi argini morali. Poteva mentire a tutti, per prima a se stessa. Ma non a me. E non perché possieda qualche dote particolare: solo perché faccio questo lavoro da parecchio tempo. Ne ho visto tante come lei. Ho visto i loro occhi. E dopo, sono tutti uguali: qualcosa si spegne oppure si accende. È una cosa che faccio sempre, fissare la foto di una persona prima che l’omicidio divida la sua vita nel prima e nel dopo. Gli occhi cambiano. I suoi si erano spenti. Ero sicura che fosse stata lei. Ma non potevo provarlo. Una settimana dopo la scomparsa le avevo chiesto di vederci, fuori servizio. Ci eravamo viste in centro. Lei recitava ancora la parte della fidanzata in ansia per la scomparsa del suo uomo. Tutti stavano cercando Francesco. Polizia, Carabinieri, anche la Guardia Forestale. Fissandola negli occhi, ebbi la certezza che non l’avrebbero mai trovato. Vivo, perlomeno. Due aperitivi dopo, glielo dissi. Le rivelai i miei dubbi e la mia convinzione. Le spiegai che quello che aveva fatto non poteva tenerselo dentro per sempre, perché l’avrebbe divorata. Calcai la mano dicendole che il settanta per cento di coloro che commettono un omicidio a due anni dal fatto si tolgono la vita per i sensi di colpa. Avevo esagerato con la percentuale ma a fin di bene. Aveva negato, dandomi della pazza. Prima che se ne andasse, avevo smesso i panni di Carla Rame, commissario della polizia di stato, mostrandomi soltanto per quello che ero: una donna dalla parte ancora buona dei quaranta, divorziata, pessima madre, sola forse quanto lei in quel momento. E da donna le parlai dicendole che era ancora in tempo, che se avesse confessato avremmo trovato insieme una soluzione. Era a quel famoso bivio. Ma si alzò e prese la strada sbagliata.

I sensi di colpa sono bastardi. Portano a tradirti, a fare stronzate. Nina resse un’estate intera, più di quanto mi ero aspettata. Poi fece una cazzata. Lasciò un messaggio sulla sua segreteria telefonica: piangeva e gli chiedeva perdono, ammettendo di averlo ucciso. Avevo convinto il pm a tenerle il telefono sotto controllo. Quando i miei uomini mi fecero sentire l’audio, annuii triste.
Le chiesi di vederci per un aperitivo, di nuovo. Dopo i convenevoli estrassi il cellulare e le feci sentire la sua confessione disperata. Sbiancò. Ero ubriaca, disse. Le chiesi dov’era lui. Mi rispose che mi ci avrebbe portato, ma solo se fossimo andate sole, se non mettevo in mezzo altri colleghi. Mi chiese di prendere la strada panoramica per Villasimius, non quella nuova, ma la vecchia, quella tutta curve che si snoda a strapiombo sul mare. Guidammo in silenzio, rapite dal riflesso della luna sull’acqua calma. Mi piace guidare di notte. E quella, al di là del dramma di Nina, era una bellissima notte di fine Settembre. Ci fermammo in un posto che si chiama Costa Rey, un pezzo di paradiso: acqua turchese, sabbia farinacea, chilometri di spiaggia deserta. Disse che avremmo dovuto camminare un po’. Lasciammo le scarpe in macchina e proseguimmo a piedi lungo la battigia. Era mezzanotte e l’acqua era stranamente tiepida. Sorrise e iniziò a raccontare.
“È qui che l’ho conosciuto. Eravamo bambini. I miei mi lasciavano dagli zii che hanno una casetta qui. Lui invece stava con i nonni. Trascorrevamo tutte le estati insieme. Come un telefilm. Troppo bello per essere vero, ma era così. Quello che vede lì si chiama Scoglio di Peppino, non ho mai saputo perché. È grande, ci si può tuffare. Ma a noi piaceva soltanto arrampicarci su e stare lì seduti a guardare il mare. Anno dopo anno… La prima volta che feci l’amore, lo feci con lui, su questa spiaggia, una notte come questa. Le stelle erano così vicine che ti pareva di poterle acchiappare, proprio come ora. Adesso che ci penso questa spiaggia è stata testimone di tutte le tappe della mia vita. Il primo bacio, il primo ti amo. E la rivelazione che ero incinta”. Ci sedemmo davanti allo scoglio e lei continuò. “Non la prese bene. Litigammo. Dissi che volevo tenerlo a tutti costi. Lui diceva che ci avrebbe rovinato la vita, la mia e la sua. La magia era finita: lo sapevo. Ma il bambino era tutto ciò che rimaneva di noi. Lo volevo. Non so cosa gli prese. Non era mai stato un tipo violento. Mi colpì qua, in piena pancia… lo persi. Mi convinse a dire che ero caduta. Lo amavo e lo coprii. Cercai di dimenticare, ma non ci riuscii. Era come se una parte di me fosse morta col bimbo. O meglio, una parte di noi, di noi tre… Due settimane dopo scoprii che aveva un’altra. Una tipa ricca, figlia di un avvocato di grido che gli avrebbe spianato la strada. Aveva messo incinta anche lei, però quello, di bambino, lo voleva. Si sarebbero dovuti sposare a Natale. Io e il piccolo eravamo solo un ostacolo per la sua ambizione. Sono solo una modesta praticante, non potevo dargli nulla se non amore. Evidentemente non gli bastava”.
Le chiesi dov’era. Lei si asciugò le lacrime e poi posò la mano sulla sabbia. “Qui. Gli avevo chiesto un ultimo incontro, un’ultima notte. L’ho ucciso e seppellito qui, dove tutto è cominciato… Cosa succede adesso?”. Glielo dissi. Lei annuì e mi chiese se potevamo stare ancora un po’a guardare la luna. Nello stesso tempo vidi la bambina che era stata e la donna tradita e assassina, assillata dai suoi fantasmi. L’abbracciai e me la portai al petto dicendole di prendersi tutto il tempo che le serviva.

Piergiorgio Pulixi

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