Viaggio nella notte

imageUn camioncino scassato per coprire quei pochi chilometri che ci dividono dall’ospedale. Due ore che in qualsiasi altra parte del mondo sarebbero più brevi. In Africa no, la strada e il tempo sono elastici, si tirano all’infinito, imponderabili e incommensurabili. Due ore di camioncino e dopo saliremo su un carretto trascinato da una bicicletta per raggiungere l’ospedale, perché l’ultimo tratto di strada è talmente accidentato che nessun mezzo a motore riesce a percorrerlo. L’isolamento dell’Africa e dei suoi ospedali brucia sulle nostre esistenze. Brucia anche mio figlio tra le braccia. La stagione delle piogge è alla fine e il sole ormai basso si affaccia tra gli ultimi temporali. Nonostante l’aria calda mio figlio trema tra le braccia. Lo avvolgo nella sciarpa che uso per coprirmi il capo e ripararmi dalla sabbia. È una strana sensazione sentire l’aria che sposta i capelli mentre il camioncino corre sulla strada. L’avevo dimenticata. Ho dimenticato parecchie cose di quando ero bambina. Mi sistemo con delicatezza i capelli sciolti e poi accarezzo le guance bollenti di mio figlio. Gli passo la mano sulla pancia, gli piace molto. Sorride contento, si scorda della malattia quando gli faccio il solletico. Solo per un attimo. Non so come faccia a resistere a questi interminabili chilometri, la febbre è alta, i brividi sempre più frequenti. Riesce a malapena ad aprire gli occhi e le pupille riempite dal morbo quasi esplodono dal troppo sangue. Lo stringo al petto mentre guardo scorrere ai lati della strada le rocce rosse delle montagne. Potrebbe essere il nostro ultimo viaggio. Potremmo morire insieme negli spazi liberi della nostra madre Africa oppure su due letti d’ospedale, distanti, scelti alla rinfusa, ma ti senti già fortunata di avere un letto e delle cure senza aspettare tempo prezioso fuori del recinto. Ebola è molto contagiosa, è tutto quello che sappiamo.Ci tengono all’oscuro del resto, ci lasciano brancolare nel buio. Mio figlio potrebbe rimanere orfano. Potrei non tornare indietro da quell’ospedale. Potremmo morire entrambi dopo questo viaggio. L’ho vegliato notti intere mentre delirava per la febbre e apparivano le prime emorragie. Quel dolore che nessun bambino dovrebbe provare mi ha aiutato a scegliere da sola, contro il volere della comunità. Gli anziani del villaggio sono restii agli ospedali per la paura di rimanerci per sempre. Per loro sono luoghi di morte, non di cura. Ma un bambino non può morire in una casa di fango. Senza tentare il possibile. Ne sono trascorse di ore prima di trovare un passaggio per l’ospedale più vicino. Perché gli uomini della mia terra non si fidano di una donna con un bambino in grembo, da sola di notte sulla strada. Scappa da qualcosa, porta con sé il pericolo. È questo che pensano. Nel bagagliaio aperto dell’unico camioncino che si è fermato ho paura. Paura che mio figlio potrebbe perdermi, che potremmo perderci entrambi. Ma resisterò a Ebola fino a quando non lo vedrò nel letto d’ospedale, almeno lui curato da mani affettuose.
Il camioncino non procede oltre la piazza, ci sono all’angolo i carretti che aspettano i malati per trasportarli all’ospedale. E’ gente che rischia, che sceglie di esporsi alla morte per quei pochi spiccioli che possiamo offrirgli. Tengo stretto mio figlio che ha smesso di emettere qualsiasi suono per il dolore. Mi indica la testa, gli deve scoppiare dalla febbre. Allora lo stringo più forte che posso, cerco di ammortizzare i sobbalzi del carretto perché le tempie non esplodano del tutto. Gli sorrido ma lui non sa come rispondere, è stremato da questo viaggio. Davanti all’ospedale è una baraonda di corpi semiviventi che aspettano il turno per entrare. Mi vergogno quando i medici mi spiegano che i bambini hanno la precedenza, che i bambini sono il futuro e per questo bisogna mettercela tutta per farli guarire. Mi vergogno di non dovere aspettare insieme agli altri, che potrebbero morire per due letti occupati prima del loro turno. La sopravvivenza è questione di minuti. Ebola non perdona.
I medici mi chiedono come mi sento, mi consigliano di mettermi al riparo dal virus. Quello che conta è mio figlio, non sono io. Mio figlio deve guarire anche in mezzo a questo mare di dannazione. Non deve soffrire, dottore, lui era un bambino sempre allegro, ora stento a riconoscerlo. Dottore, mi affido a lei, girano voci che alcuni malati sono guariti grazie a lei, perché lei, dottore ha il tocco magico, riesce a far sparire la disperazione. Sa cosa le suggerisco, dottore? Sono sicura che in questo modo allevierà il dolore di mio figlio. Le faccia il solletico, tanto solletico. Gli tocchi la pancia. A lui piace tanto. Si mette a ridere quando sta bene. Sono sicura che sarà contento, gli si illumineranno gli occhi, lo riporteranno ai pomeriggi di gioco nelle strade polverose del villaggio. Dottore, lo tocchi, gli dimostri di non aver paura di toccarlo. Sa cosa mi ha detto mentre la febbre saliva? Mamma, nessuno vorrà più giocare con me, mi eviteranno, avranno paura di toccarmi. Lei dottore, lo rassicuri, lo tocchi, anche se non può togliersi i guanti. Lo accarezzi lo stesso. Gli faccia il solletico. Lo aiuterà a guarire.
Li ho lasciati soli, ho visto mio figlio da lontano, sorridere. Insieme sembravano padre e figlio. Se non fosse uno stanzone d’ospedale con letti e malati ammucchiati, pareti scrostate, lamenti e pianti, quell’immagine sarebbe perfetta. Mi sono allontanata. Mio figlio sorrideva ancora.

Andrea Mauri

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