Via d’uscita

Un racconto inedito su Biagio Mazzeo

Consigliato a chi gioca a nascondino con la propria identità e a tutti coloro che pensano che dietro la richiesta di accoglienza degli omosessuali nella Chiesa e nelle sue tradizioni ci sia solo un capriccio o un desiderio di attirare attenzione. Consigliato a chi non si ferma all’apparenza.

12279405_10208070797993664_1303280013_oMe l’avevano trovato in pancia. Una bestia di quasi un chilo. Erano mesi che avevo forti dolori che mi svegliavano la notte. Pensavo fosse l’ulcera perché sputavo sangue. Ma era una vita ormai che sputavo sangue, quindi ci avevo dato poco conto. Non avevo tempo per farmi dare una controllata. Passerà, pensavo. Quando però il sangue iniziai anche a pisciarlo, allora capii che era una cosa seria. Molto seria. Ma era troppo tardi ormai. Il medico mi disse come cazzo ero potuto andare avanti per sei mesi con quel carcinoma addosso. Disse qualcosa sul fatto che era come se stessi girando con la tasca marsupiale di un canguro, quanto a peso. Sembrava voler infierire dicendomi quanto ero stato stronzo ad aspettare così tanto, che avrei dovuto qui e avrei dovuto là… Alla fine mi ruppi il cazzo e gli domandai quanto mi restava. Lo pregai di non girarci attorno, e gli chiesi se fosse operabile e quanto avevo ancora. Lui scosse la testa. Il tumore si era esteso anche agli altri organi interni. Era arrivato fino ai polmoni. Dal plesso solare in giù, ero cosa sua. Quanto?, chiesi. Due, tre, massimo quattro mesi, rispose. C’è qualcosa che posso fare?, chiesi. Fare testamento, diceva il suo sguardo. Pregare, disse la sua voce.


Non tornai a casa quel giorno, e mi diedi malato a lavoro. Lavoro… era quella la causa di tutto quel male. Ne ero quasi certo. Mi chiusi in un pub e scrollai sullo smartphone pagine e pagine su cancro, terapie ufficiali e non ufficiali, come se potessi trovare una ricetta miracolosa in grado di salvarmi. Dopo poco esaurii la batteria del cellulare e mi ritrovai al punto di partenza, solo ancora più a terra e mezzo ubriaco di Guinness. Estrassi il tesserino col distintivo e lo fissai per quasi un’ora. Funziona così: dai tutto quello che hai, sacrifichi tutto, te stesso e la tua famiglia in primis, per un lavoro sottopagato, per turni massacranti, e per vedere negli occhi della gente il risentimento e il rancore verso la divisa che indossi. Avessi fatto il benzinaio o il cuoco non mi sarei trovato a trentasei anni con un tumore esteso di un chilo e passa e “tre, massimo quattro mesi” di aspettativa di vita. Trentasei anni… Tredici anni in polizia. Nove all’investigativa. Fuori nelle strade giorno e notte, a proteggere e servire. A cercare di inchiodare figli di puttana colpevoli, per voi vederli uscire da otto giorni a un mese, e farti ciao con la mano dal loro Cayenne che mette in ombra la tua Polo da rottamare. Tredici anni di servizio. Per cosa? Per quell’ospite ingrato che mi stava azzannando da dentro. Per tutto il sangue che avevo sputato tra un servizio e un altro. Cacciai fuori lastre e referti delle biopsie e altri esami che mi aveva fatto fare il medico. Le studiai come se fossi un oncologo scafato. In realtà l’unica cosa che riuscivo a decifrare era il nero di quella merda che avevo in corpo. Nero come il futuro dei miei figli.
Dal telefono del pub chiamai mia moglie a casa, dicendole che non sarei tornato quella notte. Alla fine andai a dormire in questura, in uno dei divani della DIGOS. A un certo punto della notte piansi. Il peso della pistola contro il fianco non era mai stato così consolante e provocante. Sarebbe bastato poco. Un colpo e via. Fanculo al cancro, fanculo al lavoro, e fanculo a tutto. Ammetto di averci pensato. Confesso che se fossi stato solo l’avrei fatto, lì stesso. Quella stessa notte. Ma non ero solo. Mentre mi sembrava di sentire le pulsazioni nell’addome di quella bestia più viva e cattiva che mai, mi chiesi cosa diavolo dovevo fare. Non c’è pensione per chi non muore in servizio. Non c’è nessuna indennità. Mi ero ammalato per il lavoro, avevo dato il sangue per il mio dipartimento, ma lui non avrebbe fatto nulla per mia moglie e i miei due figli. Qualche corona di fiori, qualche necrologio, e addio. Questa era la prospettiva.
No.
Non poteva finire così.

(…)

Puoi leggere e scaricare l’intero racconto cliccando QUI

Piergiorgio Pulixi è semifinalista al Premio Scerbanenco col romanzo “Il Canto degli innocenti”. I lettori possono votare il romanzo preferito. Quello più votato andrà direttamente in finale a Cormayeur. Si può votare fino alla mezzanotte del 27 Novembre a quest’indirizzo: NOIRFEST

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