Cosmicaos

Falling-in-love-with-the-Dark-side-of-the-universe

TERRA *

Musica è Terra. Terra e musica.
Son Terra i continenti,
ellissi semoventi intorno a un asse.
Note risuonano su terra riarsa.
a volte scomparsa.
Chiese campestri ascoltano il suono
leggero, forte, della Terra,
amaro, agro, della guerra.
Brillio di strumenti da cui il fiato crea bagliori sonori,
Tamburi, cori,
cuori
all’unisono nelle percussioni.
Suono oscuro, solare.
La pietra, il muro bisbigliano se sai ascoltare.
Di Terra, i legni, i fiati, le pietre come arpe.
Musica sulla terra le mie scarpe.
Terra di Faber, stavolta avvolta da canto noto,
non sei in rivolta.
I Monti di Monti son Terra, ricordi?
Accordi svelti di sax a Telti.
Saggia, antica è la terra,
come tastiera del piano nera e bianca, amica.
Oggi formica in fila trasporti flauto traverso, percuoti verso diverso.
Terra: armonia di elementi,
orchestra di venti,
di aria,
di acqua cangiante sorgente.
Melodia eterna non nasconderti nella caverna,
insìnuati in mezzo alla gente.
Terra da preservare,
Terra da baciare,
Terra da coltivare,
Terra da suonare.
Musica terrestre su strade maestre.
Terra,
aberra la guerra.

* scritta in occasione della rassegna Jazz “Time in Jazz – TERRA”

DOREMIFASOLSTIZIO

Chiave di violino, regalo divino di musica e canto.
DO all’inizio, tutto,
tanto che il pianto diventa sorriso di perla splendente.
RE sei un bluff,
squinternato costrutto di note tonanti senza dir niente.
FA come se domani tutto
diventi un solvente e distrugga tempo e calende.
MI accende come candela lucente
nella notte di speranze indotte.
SOL la mente sa e capisce di viaggi le rotte.
Ambisce a giornate più lunghe di raggi e colori,
ad amori platonici
oppur solitudini in morbido stallo.
Vallata di mare e di viole screziate di giallo.
Il canto del gallo risveglia giornata da sole abbracciata,
da brezza alitata.
Pentagramma estivo mi sfiori e risuoni di canti africani.
Arrivo.
Strumenti lontani in ardente stagione.
Costante tenzone.
Dipinta di blu
divengo canzone,
corrente,
poi nuvola assente,
poi niente.
Lo schermo proietta arancio accecante per lunghe serate.
Ritorno del mondo all’inizio.
Solstizio.

DIRE

Mai smettere di dire, mai
Parole mai superflue, mai.
Dono che faccio,
che fai.
Abbraccio nell’abbandono
a sentimenti persi e ritrovati.
Scambiare respiro in suoni baciati
in significati compresi o errati.
Erranti tra labbra e lingue guizzanti,
tra tocchi leggeri
di mani
sfioranti ogni singolo angolo.
Non solo la bocca invia e rimanda discorsi
a volte connessi, ma spesso sconnessi.
Artefici noi di nostra fortuna .
Legati da vite intrecciata di foglie di vita.
Amata mi sento,
amato tu sei.
Udite, gente smarrita, la fantasia che galoppa?
A volte nessuna importanza ha capire.
O troppa?
Non scindo l’amore,
il baciarti in stanza segreta, toccarti fino alla mèta,
dal dire.

GIROVAGANDO

Giro, vagando.
Vago girando.
Svagata ma non sgravata da grevi grovigli di rovi.
Rovino il vino, rosso, mosso da morbide onde.
D’altronde vivo e vivendo scrivo,
ma arrivo al clivo che mi porta al bivio.
Oh, quale abbrivio procura il vivere.
Spinta iniziale, spirale a calare,
inizia solare, finisce morale.
E’ un tono corale rosso corallo.
Fallo,
ti prego, altrimenti annego.
E nego, fortissimamente nego.
Ma non ti lego, mai.
Vai.
Libertà vo cercando, cantando e sorridendo.
Non scendo dal carro,
c’è un ramarro.
Verde, nel cisto, si perde.
Ma io l’ho visto!
Diventa misto, ora è arancio.
Verso l’oro mi slancio.
Ma vogliono il decoro e l’alloro, costoro.
Cerco di nuovo un rovo.
Provo a sgravarmi, svagata
e, vagando, il giro riprendo.

PROFILO

La testa, fiera, sollevo
e il mento.
Tento una mossa ardita in salita.
Orgoglio e pregiudizio voglio.
Mi spoglio di vesti grevi,
indosso un filo come Venere di Milo.
Di lana, di lino, di seta.
Si acquieta il sorriso
confuso e felice.
La mente mi dice: cammina rasente sul ciglio del mondo.
Mi fondo su sfondo di muro blu scuro.
Il capo si erge sicuro,
pensieri chini e meschini sommerge.
Un mare di schegge impazzite si placano sulle ferite.
Schiarite al tramonto sul Nilo.
Affilo di nuovo il profilo.

PIACERE

Mi piace giocare, baciare, cantare, ballare,
l’arte, la musica, il teatro, leggere, viaggiare,
mangiare e bere bene, l’acqua,
toccare la seta,
la pelle e le stelle con un dito.
I segreti del mondo, il quadro e il tondo.
Amicizia e amore, colore, tanto colore.
Il sole e la terra,
non la guerra.
Il mare turchese con vele tese.
I monti mossi da lampi rossi.
Rosa albicocca e musica barocca.
Antico e moderno, ciclo e riciclo eterno.
Champagne con ciliegie, città regie.
Cioccolato fondente, erotico e ardente.
Aragosta, afrodisiaco colore per l’amore.
Il bello in tutto quello che mi avvolge la mente.
Calma apparente e muoversi suadente.
Barcellona, di nostalgia risuona.
Mille e una cosa che ora sfugge.
Sono una leonessa che rugge, graffia e morde,
ma tocca le corde giuste e spalanca aperture anguste.
Basta nulla,
un suono, una culla di velluto.
Rancore antico sei muto
e dico: vita mi piaci, sciogliti in baci.

ALBATROCE

Martella inarrestabile la tempia,
di me fa scempio.
Un tempio feroce, dentro la mia croce.
Atroce pensiero continua a battere in testa, mai s’arresta.
Mi infesta quel ragno: è nero nello stagno del cervello liquido e ripido.
Fiducia sei parola vuota.
Sepolta da sabbia mobile immota.
Notte dilatata, il tempo ti ha infilzata.
Sei lunga come il convoglio per il campo concimato con il filo spinato del mio orgoglio svilito.
Notte infinita lunga una vita,
sulle mie ossa rotte da nascoste fratture batti metronoma.
Rosso viola di un’alba in coma che non vuol rinascere.
Sa ciò che l’aspetta.
Un’ossessione indiretta atterra sul mare con ali pesanti:
volatile stanco e bianco,
albo e scialbo, ti manca il colore e il calore della terra frammista a sole.
Il volo radente e cadente di chi racconta di cose incomprese,
fraintese.
Immenso uccello dell’alba,
poeta tradito dal senso comune.
Ti ha raccontato chi ha, non immune,
raccolto fasci di fiori malvagi e ne ha fatto poesia.
Albatro, il mattino atroce scivola via sulle tue ali grondanti
e sui miei pensieri ossessi e stanchi.
Risuona da dentro un canto. O un lamento?
Da te, non capìto nel mondo e dal mondo.
Ti libri su, in alto, contralto tra nubi cobalto.
Quello è tuo luogo elettivo.
I miei pensieri con te vivo senza timore di albe e tramonti, di notti tradite.
Come la fiaba, anelo a te, aliante nel cielo,
come piccolo cigno nascosto tra anitre sciocche da mago maligno.
Sei tu il padre mio, sei tu il mio posto, non nel mondo
ma nel profondo di anima antica e veloce.
L’alba è atroce.
Ma le tue ali aperte a croce mi offrono appiglio.
Mi riconosci ora?
Sono tuo figlio.

COSMICAOS

A domare il Caos riprovo.
Catturo le scintille su nuova via.
In eccesso sei mia cosmica energia.
Dove?
Come dirigere il progresso senza creare danni?
Sopito per anni
fuoco sotto cenere sei stato.
Troppo dolore per poterti esprimere,
alato e liberato.
Inaridito come Rosa di Gerico senza lacrime,
senza viole.
Rappresi su intrico i secchi rami in ciò che duole.
Il resto,
corpo, mente,
non vuole.
Mesi lunghi come lustri.
Sonno generi mostri.
Adesso, ora, terrestre vulcano di idee
da disciplinare.
Maschile e femminino da combinare in quantità diverse.
Ognuno di noi, in proporzioni, come uve in vino
è individuo a sé.
Sestile unico tra milioni.
Una mano alta incatena anelli in lunghe fila.
Ogni anello sovra posto diviene ellisse comune.
Piccola ellisse, nulla o quasi coincidente,
immune da movente,
sei similitudine di mente e gente.
Di esseri in solitudine.
Come Ulisse speranza di ritrovare Itaca
e con lei di talamo la stanza.
Unione, sei forte, sei morte della morte.
Sei uno, cento, mille.
Caos, non mi avrai.
Nel vento raccolgo le scintille.
S’innalza un sublime canto lento.

Viviana Maxia

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