Incipit d’autore: L’amore ai tempi dell’apocalisse, racconti da un futuro prossimo.Galaad edizioni

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Valentina Ferri
Il mare di cristallo

Ti avverto che non è un libro facile, aveva detto. Fa nulla, tanto da leggere non ho niente, per addormentarmi va bene anche l’Apocalisse, anzi magari è meglio, avevo risposto. E poi doveva essere stato all’apparizione della prostituta vestita di rosso che ero crollata in un sonno lungo e ovattato come un trapasso e tutto era accaduto. Sognare ho sempre sognato parecchio, in effetti. Ma quella volta mi ero spinta piuttosto avanti, forse perché avevo già capito.

Emanuele Kraushaar
La forma dell’astronave

Ci sono cose che non è facile dire in pubblico, comunque ho preso coraggio e ho tirato fuori la storia dell’astronave.
«Sì, insomma, era triangolare, si è fermata sulla mia testa e poi è volata verso l’alto scomparendo nello spazio.»
Io stesso non avrei creduto a una delle mie parole, se le avesse dette un altro.
Ma quella notte a fare il bagno dalle parti del castello c’eravamo Matilde e io; solo che dato che lei era praticamente scomparsa nella luce che aveva abbagliato il cielo, ecco che ero l’unico testimone.
Al bar sembravano ancora più disattenti del poliziotto che mi aveva interrogato sull’incendio alla palafitta di quella stessa notte.
Comunque ho raccontato la mia storia senza accennare a Matilde, anche perché lei sicuramente non avrebbe detto di aver passato la notte con me e, da qualche parte nella mia testa, speravo che sarebbe ricomparsa da un momento all’altro.
Ho iniziato a sfogliare la «Gazzetta dello Sport», aspettando la reazione di qualcuno.
Il fatto è che al bar a nessuno importava niente di queste cose. E poi forse di storie come la mia se ne sono sentite così tante che ormai sono sputtanate. O magari la gente ci crede pure, ma in fondo di questi tempi anche un’astronave aliena non cambierebbe la vita a nessuno.

Caterina Falconi
Il cielo rosa di Marte

Nove… Dieci… contarono assieme.
Le telecamere di Curiosity 30, a cinquantasei milioni di chilometri di distanza dalla Terra, puntarono gli obiettivi contro l’immenso e latteo ventre dell’astronave cisterna.
«Schiudete!» disse Plume, la voce incrinata dall’emozione. I portelli sul perimetro dell’astronave cisterna si aprirono. Sciami di navette panciute furono espulsi nel cielo rosa. Una formazione, virando sghemba, intercettò i raggi del sole e per un attimo emise scariche abbaglianti.
Louis buttò fuori l’aria, e si riscosse. Plume spinse dei pulsanti sulla consolle, e cercò la sua mano.
«Liberate!» disse. Il suo compito era finito, e si girò a guardare Louis con occhi brillanti di esaltazione.
Il silenzio nella sala era tale che il ticchettio delle tastiere degli ufficiali incaricati di azionare gli irroratori risuonò come una frana di ghiaia.
Louis contò mentalmente fino a dieci.
Sui monitor le navicelle spruzzarono un liquido iridescente. Acqua nebulizzata, vapori acquei e una fitta pioggia di gocce trasparenti precipitarono sui prati e le corolle.
Da quel momento le centrali chimiche della nave cisterna, ammartata senza difficoltà una settimana prima sulla piattaforma Rubeo 3000, avrebbero fabbricato ininterrottamente acqua e fertilizzanti con i gas assorbiti dall’atmosfera marziana. Acqua e fertilizzanti che le navicelle avrebbero attinto, e spruzzato, con una forza compatibile con la gravità del pianeta rosso, su prati e pianticelle. Nel giro di duecento anni vaste aree boschive avrebbero prodotto ossigeno sufficiente a permettere il primo insediamento umano in superficie….

Nicola Pezzoli
Le scimmie che c’erano prima

Cerco di trattarmi bene, di viziarmi. Mi sono arredato una stanza dei giochi. Che però non è dove gioco.
È dove cerco il piacere accarezzandomi. È la stanza segreta del sesso. “Segreta”, che buffo: nessuno può vedermi, eppure penso che per certe cose ci sia ancora bisogno di un posto protetto. Solo un divano, cuscini e tappeti, e poi ci ho ammassato di tutto: manichini sexy, bambole gonfiabili, poster alle pareti e disseminatiper terra, paginoni centrali di playboy, ritagli di riviste e quotidiani sparsi qua e là, vecchie foto di compagne di scuola, amiche del mare, di mia cugina quella bòna. Mi accorgo che spesso le più provocanti sono quelle che meno ti saresti aspettato: non la locandina con la pornodiva che si scopa un cavallo, ma la pubblicità sul giornale con la troietta seminuda e piena di monili, a quattro zampe a colori in mezzo al nero e al bianco di notizie catastrofiche. Non le scosciate cagnette accalappiabomber, ma le pudiche modelle dei cataloghi di lingerie per corrispondenza. Nel tentativo di raggiungere una soddisfazione che sempre mi sfugge, non mi intrattengo mai con la stessa immagine: irroro
di seme ogni singola pagina di rivista hard, ogni tennista longiprosciutta e minigonnata, e qualche goccia di rimbalzo se la beccano sul muso pure i raccatta172 palle parigini. Posso sperimentare di tutto. Un giorno mi sono scopato una vecchia ributtante.
In cerca di nuove emozioni, del supremo Piacere, voglio provare – perché no? – con i maschi.
Stlok. Plok. Stlotoplòk. Goccioloni bollenti cadono con rumore di tempesta sorda sulle superfici patinate dei poster di calciatori dal viso angelico e femmineo, tipo Fernando Torres. Ma anche Ronaldinho, pur essendo brutascél, non so come mi attizza. Avrebbe dovuto ammosciarmi il fatto che ci davo con dei morti. Ma in realtà l’estinzione era qualcosa di così enorme, di così inconcepibile, che non riuscivo ancora, dopo mesi, ad afferrarne appieno l’evidenza.
Era come se li pensassi provvisoriamente rifugiati in un’altra dimensione, per farmi uno scherzo, e che prima o dopo sarebbero riapparsi. E poi, la necrofilia è sempre esistita, nella realtà di pochi e nel subconscio di molti: poco tempo prima della fine, non c’era forse chi aveva speculato sul sex appeal di una famosa cadaverona bionda per vendere un profumo?

Francesco Coscioni
L’urto umano

Luciana spinge il portone alle loro spalle. Lo prega di entrare, di aspettare la notte: col buio sarà più facile ridiscendere il paese, è una questione di ore, poi andranno verso il mare.
Una volta dentro, il fragore che si lasciano dietro rimane tra loro come la traccia di una consapevolezza troppo intensa da sopportare. Luciana cede alla sensazione di scampo che dalla pancia le risale alla testa.
Si appoggia ai muri della casa che stanno violando.
Pensa a sua figlia e a sua madre in una casa meno vecchia, a un chilometro di distanza, sulla cinta alta a est, nella zona nuova, la periferia residenziale di un piccolo paese che tenta di arrampicarsi al ventre della montagna. Vede sua madre accendere il braciere e preparare una pappa che sua figlia non mangerà perché la mamma non è con lei. Vede due generazioni di donne affaccendarsi al buio, nell’abbraccio di candele accese come all’alba di una nuova preistoria. Sente le gambe cedere e le lacrime incalzare, e vorrebbe restare così, con il presente in esodo tra le strade del suo piccolo paese e lei al riparo in un’immagine che desidera possa avere la durata dell’eternità.

Federica De Paolis
Il dopo è già qui

Passa del tempo incorporeo, Anna non sa davvero quantizzarlo, si staccano dal mondo piano piano, lo fanno assieme, senza parole. Cristian è un ragazzo strano, chiuso nel suo incavo di dolore, sembra autistico con quegli occhi bassi, le spalle strette, i respiri corti. Nello studio c’è un coniglietto nano chiuso in una gabbia. Anna lo libera, si domanda se finiranno per mangiarlo. L’animale si mette in moto da subito, comincia a correre dietro a una palla medica cercando di ingropparla, si spompa senza fine dietro a quel rotolio, il coniglio ha il suo obiettivo facile. Il ragazzo non lo guarda mai, lei ci passa frammenti di tempo ovattato, neanche stesse surfando in Internet, la vita che insegue gioiosamente un oggetto inanimato la ipnotizza.
C’è un’intimità mutuata dal senso di sopravvivenza, c’è che in un attimo torni uomo, coniglio, animale.
Anna capisce che potrebbe accadere quando si gira e se lo ritrova davanti con una faccia abbacinata. Sembra il volto di una vecchia statua, una foto di Mimmo Jodice, uno di quei visi dove non esistono più zigomi, labbra, orecchi, sono solo occhi sgomenti, sopravvissuti al martirio, capaci di prendersi tutto.
Sono giorni che bollono nel silenzio eppure hanno raggiunto una confidenza esasperante, spesso si rinchiudono nell’assetto della deposizione, Anna lo tiene tra le braccia come potesse offrirlo al mondo, si muove lieve in una litania islamica, prega come uno sciamano, è fiduciosa e inerme come la Madonna.
Si sposta come un automa verso il cavaliere.
Sente che la chiama. «Vi… Vi… Vieni…»
Si spoglia vicino a lui, non lo seduce, lo fa in un modo meccanico, si leva i vestiti come fosse sola. In quelle poche parole accavallate, ha sentito una richiesta precisa. Cristian la guarda con lo stesso balbettio che ha nelle parole, ce l’ha piantato negli occhi che chiude e apre, in una vertigine di cose che sono lontane dal sesso. Lei si sistema su di lui e gli prende la mano. Cristian non si muove.
È nel buio fondo che tutto avviene.

Michele Ruol
Larice

In un futuro scritto al passato, la Terra era un luogo meraviglioso.
Parliamoci chiaro. Era sempre stata affascinante.
Una ballerina azzurra che continuava a piroettare tra i riflessi di infinite stelle. La vedevi in fondo alla sala, e non potevi fare a meno di innamorarti, della Terra. Ti avvicinavi, timido. Lei era troppo più bella di te. Ti avvicinavi, e tuo malgrado cominciavi a notare i punti neri dei satelliti che le ronzavano attorno. La pelle rovinata, le cicatrici che le attraversavano il viso come autostrade. Solo quando l’avevi raggiunta capivi che lei, la Terra, era solo una vecchia incipriata di gas di scarico. Ti sorrideva, con quel riporto che non riusciva a nascondere gli estesi deserti. E tu continuavi a camminare, fingendo di voler salutare un amico alle sue spalle.
Ma ora, finalmente, era. Pura al punto da essere priva d’aggettivi.

L’amore ai tempi dell’apocalisse

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