L’amore a piccole dosi

Chocolate-Wallpaper-38Fili invisibili collegano tutte le cose e tutte le vite. Una tela cosmica. Una ragnatela sottile e forte in cui sono intrappolata. Il Caso che decide tutto. E corre e concorre a distruggere e a creare. Eppure ognuno di noi è responsabile. Siamo tutti responsabili. Anche il più inetto fra noi. Del destino altrui responsabile. Siamo incastri. E incastrati. Fuggire via lontano e senza peso. Fardelli estinti. Libertà. Da questo abisso di cui non vedo il fondo, la salvezza o la perdizione. L’ inizio o la fine di tutto. Presente. Passato. Futuro. Frinire instancabile di cicale. Ma dove sono?

L’aria è immobile nell’affocato pomeriggio. Una bolla metafisica senza idee. L’ideale per ammazzarmi. Caduta libera. Quanto tempo ci metterò a raggiungere l’asfalto bollente? Lo desidero e lo respingo. Vorrei toccarlo questo fondo forse per non averne più paura. Quello che non conosciamo ci spaventa di più. Cosa sentirò? Forse un grande dolore e poi più nulla. E il Nulla cos’è? Assenza o mancanza? Sarà tutto nuovo o forse sempre uguale. Non giudicatemi da quello che sono adesso. Da una pagina tratta da un intero libro non si può valutare tutta l’ opera. E quello che sono adesso non piace neanche a me.
Quello che sono adesso è la conseguenza del mio passato. Che non rinnego. Che è l’unica cosa stabile della mia vita. I ricordi sono trappole eppure porti sicuri. Vertigine se guardo giù da questo terrazzo signorile pieno di piante con le mie scarpe eleganti e costose in precario equilibrio sulla balaustra. Vertigine sul bordo. Basterebbe un passo. Emozione fugace che afferro prima che svanisca. Un torpore perenne. Una calma apparente. Una quiete indotta. Non sento più niente. Non sento più me. E cerco emozioni forti che sfidano la morte per dimostrare di essere ancora viva.
Mandorle amare sublinguali per la mia fittizia felicità. La mia terapia. La mia droga. L’oppio dei miei nervi. Della mia infelicità.
Il baratro è questo letto sfatto dove non dormo da quando lui se ne è andato. Un abisso che vorrei azzannare con denti affilati e mascelle forti. E vincerlo. Risalendo.
Eppure io avevo una vita normale. Io scrivevo libri. Per sollazzare i lettori. Storie che finivano sempre bene. Il lieto fine. Questo volevano. Questo voleva il mercato. E questo gli davo.
Scrivevo  l’amore ideale. Offrivo l’amore a chi lo cercava nelle parole che accarezzano il cuore. Consolazioni effimere. Manuali d’amore per scoprire se si è amati. E consigli su come tenersi un uomo o una donna, su come farlo o farla impazzire a letto. Io che non tenevo nessuno. Io che non mi aggrappavo a nessuno. Io che avevo un unico amante, le mie belle e seducenti parole ricercate con cui facevo l’amore.
Scrivevo della scoperta dell’amore nelle piccole cose. Delle carezze inattese. Degli occhi di chi sa parlare senza dire una sola parola. Dell’abbraccio timido e forte. Delle distrazioni narcotizzanti. Degli oblii. Delle sferzate. Dei batticuori adolescenziali e maturi. Degli amori improvvisi e rimandati. Degli amori facili e impossibili. Degli amori brevi e di quelli eterni. Delle fedeltà e dei tradimenti. Per rendere l’ amore immortale e vero. La rappresentazione dell’ amore è più reale dell’amore vissuto. Ed io lo rappresentavo. E avevo successo.
I miei libri erano sul comodino di molti ed era una bella sensazione.
Facevo una vita appartata e mi concedevo poco. Al massimo una presentazione all’anno. Poche apparizioni per un pubblico che mi osannava. Io ero venerata. Una dea. E delle dee avevo tutti i pregi ed un unico difetto. La perfezione. Ero ricca. Scrivere quello che vuole il pubblico, rende. Credevo di essere perfetta e infallibile. Guardavo la gente negli occhi e credevo di riconoscere il falso dal vero. Ero fredda, lucida, razionale.
Una macchina da guerra. Sfornavo storie a catena di montaggio. Mi bastava una sbirciata ad una persona per strada che già imbastivo una vicenda. Tic, inarcate di sopracciglia, movimenti di mani e di polsi, tremori alle ginocchia, guizzi negli occhi, irredimibili apotropaici gesti, nulla mi sfuggiva. Ed io ero sempre lì, pronta a immortalarli. Era facile per me. Non approfondivo,ma della superficie di cui mi nutrivo, ne traevo storie e suggerimenti. L’amore da manuale, l’amore tascabile, l’amore per fare bene all’amore. Di questo scrivevo.
A questo lavoro ho sacrificato la mia vita. Una specie di patto col diavolo ho firmato. E si sa come funzionano queste cose. Dai qualcosa in cambio e credi di ottenere tutto. La ricchezza e il successo in cambio dell’amore. Ed ho accettato. La solitudine dello scrittore mi era sembrata un’accettabile conseguenza della mia fama. Famosa e sola. Senza un marito, senza un amante, senza amici, senza figli. Senza amore. E credevo di avere tutto. Un best seller in libreria rimediava ai baci e agli abbracci mancati. Un sacrificio che mi faceva sospirare ma che mi colmava di vanità appagata.
Ma la vita è fatta di incontri. Di casualità insignificanti che possono cambiare tutto. Avrei dovuto capirlo fin dall’ inizio che certe storie non portano a nulla, che sono treni su binari morti. Ma io, folle, e consapevole di esserlo, ci salii.
Due tavoli dopo il mio, al ristorante, un bell’ uomo distinto festeggiava il compleanno con un gruppo di amici. Uno di loro gli porse una scatola di cioccolatini. E lui, occhi voluttuosi e mani che pareva agissero autonomamente, tolse il cellophane senza perder tempo, senza impantanarsi in goffe ricerche di pieghe e di aperture. Come se nella vita non facesse altro che questo, spacchettare scatole. La scatola aperta brillò come uno scrigno lucente e mostrò nel riverbero i suoi tesori. Cioccolatini che parevano smeraldi e zaffiri e rubini nell’ alluminio verde, blu e rosso.
Lui scelse un cioccolatino rosso che baluginò un istante sulle sue lunghe dita affusolate, che fu spogliato in un unico gesto, che finì dentro la bocca sensuale. Grazia, sveltezza, crudeltà. Attimi che mi parvero eterni.
Avrei dovuto capirlo che anche alle donne riservava lo stesso trattamento. Che anche alle donne lui le spogliava così, con la stessa rapidità, per non dare spazio e tempo ai ripensamenti. Che era un uomo avido, passionale, crudele. E invece non mi ascoltai. Feci finta di non capire e di non vedere. Quello che mi prese non so spiegarlo. Io che vivisezionavo i sentimenti e li rendevo parole scritte su pagine di libri che consolavano e ammaestravano,stramazzai nella sua rete. Mi persi anch’io fra le sue lunghe dita. E mi prese allo stomaco un’ ansia e un tremore alle mani e un pallore al viso. Era il suo veleno che già faceva effetto. Elemosinai le sue carezze, le sue attenzioni. I suoi baci.
E lui si concesse. Mi spogliò. Mi baciò. Giocò. Si stancò. E mi lasciò.
Avrei dovuto saperlo. Che era una storia senza futuro. Un aspettare senza tempo. Perché nessuno cambia. Che la prima impressione è quella che conta, che il resto è soltanto una forzatura che affoga in un brodo di sentina. Io sono una peccatrice e pago lo scotto. Pago tutto e pure in contanti. Mi macero le carni perché lo voglio ancora. E non mi abituerò mai alla sua assenza.
Se ne è andato. Ha preso le sue cose ed è andato via. Neanche un biglietto perché ci eravamo detti tutto.
L’ultima goccia della bottiglietta a cui mi aggrappo la centellino come fosse l’elisir di lunga vita. Sapore di mandorle amare sotto la lingua oramai pesante.
Dieci gocce. Aspetto che facciano effetto. Per trovare un po’ di calma. Per uscire. Per cercare un uomo che scarti il cioccolatino come lui.
Sono schiava ormai dei gesti. Mostratemi chi non è schiavo. Uno lo è della libidine, un altro dell’ambizione, un altro dell’ avarizia, tutti della paura. Ed io ho paura di me. Esco a tutte le ore, mi apposto nei bar per spiare gli uomini che mangiano cioccolatini. E guardo le loro mani. La loro abilità a disfare l’incarto, il tempo che ci impiegano, l’incedere, sbrigativo o lento. E mi eccito. E lo attribuisco ai miei nervi sfilacciati. Alla mia ossessione. Alla mia follia. Al vuoto che lui ha lasciato. E lo cerco in ogni uomo, nei gesti degli sconosciuti che non sanno nulla di me e di lui.
Io che davo a tutti consigli sull’amore non so darne a me.
Non ho più certezze. Sono piena di dubbi. Radichette asfittiche e infelici che mi somigliano.
Le stanze vuote e disordinate sono tristi. Anche la mia vita è così. Un disordine in cui mi perdo.
Se io credessi in me mi alzerei da qui. Pare che fuori ci sia un mondo e io lo rifuggo. E’ tutta una questione di fiducia. Io non mi fido di me. Io mi tradisco. E patisco per questo.
Con la testa vuota e assente e il corpo sazio di diazepam mi perdono. Una cinica immorale autoassoluzione. Ma la soddisfazione dura il tempo della mia dose giornaliera di gocce. E poi esco in cerca di lui. Di uno come lui. Per provare a me stessa che stavolta vinco io. E intanto non vinco mai. Perché il mio avversario è invincibile. Perché sono io.

Tiziana Sferruggia

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